CIORAN – Un’altra verità, missive di un ‘estraniato’ rumeno

“Che notizie darle di me, sennonché, nel frattempo, sono diventato vecchio? Siccome discendo da un popolo fatalista, sono pronto a tutte le rassegnazioni”.

Questo il virgolettato in copertina rossa attorno al “CIORAN – Un’altra verità” il libricino acquistato qualche giorno fa, fresco di pubblicazione al nr. 77 della collana diretta da Pierre Dalla Vigna e Luca Taddio per Mimesis/ Minima Volti edizioni. Di Emil Cioran (1911 – 1995) ne ho sentito parlare poco e di recente e non avevo ancora mai letto nulla di lui. Qualche articolo trovato su alcune riviste letterarie online accennava al suo ‘pessimismo’, ma è vero anche che fin quando non si approfondisce un autore in tutti i suoi aspetti biografici, vale a dire ri-percorrendo tutta la psicologia evolutiva e intellettuale, non si può mai delinearne il volo. E di certi autori – e forse qui è racchiuso il fascino, il mistero – non si saprà mai abbastanza.

 Emil Cioran rappresenta una delle voci filosofiche di maggior rilievo nell’ambito del ‘pensiero tragico’ contemporaneo. Il volume raccoglie in maniera integrale lo scambio epistolare, costituito da quattordici missive, intercorso tra Emil Cioran, Linde Birk e Dieter Schlesak negli anni 1969 – 1986. Rappresenta una preziosa testimonianza per comprendere l’evoluzione psicologica di Cioran in Francia e per chiarire il suo rapporto di amore – odio verso la Romania. Afflitto da un’ “ineffabile nostalgia”, lo scrittore transilvano ritorna col pensiero alle origini e rimpiange, come pochi altri, le proprie radici e la propria terra natia. Nell’esilio parigino, la lontananza dalla patria è vissuta come incommensurabile perdita e ricordo struggente di un passato immemore, al di là del tempo. Ma è proprio attraverso questo incessante anelito della memoria che l’humus balcanico e il retroterra valacco, originariamente rinnegati, riaffiorano alla coscienza e prepotentemente si rivelano nell’esercizio della scrittura. Un retaggio gravoso, misto di fatalità e disincanto, che inevitabilmente segna l’uomo e il filosofo di Rasinari, alla perenne ricerca di “un’altra verità”.

Si tratta di una ‘corrispondenza’, 12 lettere spedite da Cioran a Schlesak e Birk, e due lettere spedite da questi ultimi a Cioran, volte a chiarire questioni di carattere biografico e bibliografico. Uno scambio epistolare intimo e discreto, nel quale emerge un Cioran diverso. Perché come scrive in ‘Una non – prefazione, L’ombra di Cioran’, Antonio Di Gennaro che ne ha curato in maniera minuziosa e approfondita anche le note, conosciamo da tempo il Cioran francese, quello del Précis de décomposition (1949) o dei Syllogismes de l’amertume, ma poco o nulla sappiamo degli albori sfavillanti, delle ossessioni deliranti del Cioran rumeno, del giovane pensatore, inquieto ed esaltato, che oscillava, in un disturbo borderline di personalità, tra la meditazione/disposizione al suicidio e il sogno di una ‘trasfigurazione della Romania’. “Per avvicinarci al cuore effettivo, al fulcro nevralgico del pensiero tragico di Cioran è d’obbligo ripartire dalle origini, dai primordi, dagli amati luoghi natii – spiega Di Gennaro – ritornare con lo spirito tra i Carpazi, in Transilvania (a Rasinari, Santa, Paltinis, Sibiu) tra le ‘lande primitive del sotto – mondo della Valacchia’”. La traduzione del libro è stata condotta sulla base dei testi originali forniti da Dieter Schlesak al curatore, la maggior parte in forma manoscritta e alcuni in forma dattiloscritta.  Attualmente sono custoditi presso il suo archivio personale a Camaiore, in provincia di Lucca. Le lettere redatte in lingua francese sono state tradotte da Massimo Carlini, mentre quelle in lingua tedesca sono state tradotte da Mattia Luigi Pozzi.

“Con il pessimismo della giovinezza, in una civiltà troppo matura, quale fonte di brividi davanti a tanto contrasto! Senza alcun passato in un passato immenso; con il terrore originario nello sfinimento finale; con il tumulto, e una vaga nostalgia in un paese disgustato nell’anima. Dall’ovile al salotto, dal pastore ad Alcibiade! Che salto oltre la storia, e che fierezza pericolosa!” E. Cioran, Sulla Francia  

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La netta chiave di lettura è nell’accostarsi all’autentica Weltanschauung nichilista cioraniana, impregnata del ‘nulla valacco’, quel nulla di cui si nutre il popolo rumeno senza storia, rassegnato e remissivo, passivo e impassabile, quel nulla fatto di un passato senza passato del quale Cioran fa parte e che mette continuamente  in rilievo in un atteggiamento di lotta e malessere personale, in un forte sentimento di  amore/odio egli rimpiangerà per sempre. Secondo Schlesak infatti, c’è una palese continuità tra il Cioran rumeno e quello francese, per cui non esisterebbe secondo senza il primo. Ed ecco ‘Un’altra verità’ quella che Cioran cerca, scava, lasciando impronte altamente poetiche secondo contenuti redatti su idioma materno, tralasciando in questo lavoro forma espressiva o cifra stilistica. Dal contenuto di tali missive, vien fuori il Cioran rumeno e poi quello francese ma anche la grande ‘contraddizione’ caratteriale di Cioran. Vedremo infatti il rapporto conflittuale verso il popolo ebraico, il senso d’amicizia e di stima verso la figura di Benjamin Fondane, e inoltre dall’esilio e dalla crisi dell’Occidente vedremo emergere il profondo legame affettivo verso le proprie radici: la madrepatria la Romania, e in generale, la cultura dell’Est Europa. Un legame che diviene memoria e rimpianto, debito e nostalgia, di un mondo primitivo non macchiato dal progresso, ma fatto di innocenza, incoscienza, adesione spontanea alla dimensione incontaminata e selvaggia della natura e del bios.

“Mon ombre est restée a Sibiu…Ecco… la mia ombra  è rimasta a Sibiu…Ancora oggi la mia ombra passeggia di notte per le strade di Sibiu…Ecco, questa è la mia ombra…Mi spengo qui, a Parigi, ma la mia ombra è rimasta a Sibiu…Eppure nessuno ha mai saputo che la mia ombra non era con me…Nemmeno Simone…Non posso dirvi quanto sia stato difficile per me cavarmela a Parigi sessant’anni senza ombra…” M. Vişniec, Les détours Cioran ou Mansarde à Paris avec vue sur la mort

Più volte rimarcato da Cioran, ponendolo in chiave negativa rispetto all’Occidente, è il ‘progresso’. “Quando sono venuto per la prima volta in Occidente, ad infastidirmi maggiormente è stata la ‘mancanza di tempo’ – scrive Emil Cioran da Parigi il 24 settembre 1970 a Schlesak – Sono esasperato da tutto ciò che c’è di falso e grottesco nelle imprese ‘rivoluzionarie’ dei paesi civilizzati. Quali menzogne preferire: quelle di qui o quelle di laggiù? Non lo so, penso tuttavia che ad Est si trovi maggior sostanza spirituale che in Occidente”. Da qui la costatazione di Cioran circa quella paura che da noi si trasforma in fretta, in mancanza di tempo, ansia e frenesia quotidiana. Un progresso che porta ad indebolire e non a rafforzare l’uomo, un progresso che secondo Cioran è insomma di cattivo gusto. Oltre a considerazioni di questo tipo, Cioran sentirà col maturare del tempo una sempre più affannosa inquietudine colpirlo in pieno, qualcosa che ha a che fare col non avere più una patria, un sentimento di angoscia ripetuta, quasi un pensiero ossessivo compulsivo verso il fatto di non essere di nessun luogo, di non appartenere ad alcun paese, ed è forse in questo vagare che egli si accosta all’essere ebreo. Un sentimento che egli presume non debba essere trascurato che nel contempo appare al lettore pieno di passionalità, di istintività, e di fascino.

“Noi siamo i nuovi Ebrei…E per questo che lei comprende così bene Israele – scrive Cioran ancora in una lettera di risposta a Schlesak nel 1972 da Parigi”. Solo un anno dopo scriverà “Caro signor Schlesak, come deve essere piacevole vivere in un luogo chiamato AGLIANO! Immagino vi intendiate benissimo con gli italiani, che sono dei Rumeni con un passato. Ovviamente questi poveri rumeni non ne hanno alcuno”.

Un’altra verità’ è dunque quella ricerca arcana, sacra e inviolabile che privilegia l’interiorità del soggetto e l’umanità dell’uomo. Uno scambio di missive nel quale l’unico collante è sempre il solo “instrainat”. Il sentirsi estraniato, sradicato, sentimento comune per Cioran e per Schlesak rispetto alla Romania. “È così importante avere un luogo fuori dal tempo – scrive Schlesak – straniero, andare altrove, in incognito. Uno stato di eccezione per l’eccezione uomo! Forse è per questo che così tanti Ebrei e così tanti esuli sono creativi”. 

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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