Tutto tace, tranne noi.

Incazzato Nero – Mezzosangue

Con questo pezzo tratto da ‘Quinto Potere’ di Sidney Lumet e poi riproposto da Mezzosangue nell’album ‘Musica Cicatrene’, apro uno dei discorsi che più interessano il mio modo di essere: la ribellione. La ribellione non come protesta, come offesa o sfregio nei confronti di qualcosa e qualcuno, ma un allontanamento e una disgiunzione dai dogmi, dai giudizi, dal potere, dall’agglomerato di uniformità intellettuale che oggi compone il nostro status sociale.

La ribellione come repulsione verso tutto ciò che opprime e che infastidisce. Tanti piccoli tumori del nostro sistema che ci nauseano e fanno sentire impotenti. L’impunità dei responsabili, l’indifferenza di chi detiene il potere, le ali stroncate a furia di manganellate ad ogni giovane sognatore che non si sente libero. In un mondo in cui tanti Icaro non trovano l’uscita del labirinto, io non mi allontano dalla luce del Sole perché solo lei mi porterà in salvo. Non riusciamo ad ammettere quanto le norme imposte ci disgustino, abbiamo paura di realizzare che forse qualcosa che potremmo fare ci sarebbe, ma comporterebbe che noi ci alzassimo dal divano del nostro salotto e andassimo contro a troppa roba, a troppa gente, a troppa merda.

Rischiamo di diventare spettatori succubi della vita mentre qualcuno si invola contro la nostra libertà, contro il nostro diritto di scegliere, contro il concetto di valere tutti allo stesso modo. In questo clima di repressione dell’individualità di pensiero, prendono forma le malsane idee di chi parla ancora di fascismo, di neonazismo, di chi si rasa i capelli, indossa anfibi tedeschi e porta una t-shirt con scritto sopra ‘Skinheads’. Credo che il principale problema stia in realtà nella forma in cui il potere viene applicato nel nuovo mondo. Sì. Nuovo mondo. Perché dobbiamo ammettere di essere le prime generazioni di un nuovo mondo. In cui i mezzi di comunicazione sono celeri e sconfinati. Le modalità, quindi, dell’esercitato potere sono cambiate, passando da una metodologia diretta, ad una indiretta e passiva. In un’era in cui le masse dovrebbero essere più facilmente unificabili, tutti sanno tutto, ma in realtà nessuno sa niente.

Ribellione, io la ritengo una prerogativa personale, che unita alla conoscenza e quindi alla coscienza del mondo in cui si vive, può donare vita ad una spinta rivoluzionaria, anche se non sempre giusta.
Il nuovo tipo di potere è esercitato indirettamente sulle nostre vite, ma direttamente su ciò che dovrebbe causare coscienza del mondo in cui viviamo: l’informazione. Quindi è fortemente inesatto dire che questo mondo pecca di ribelli, la mancanza si trova in realtà nell’informazione necessaria per poter essere adempita in qualcosa di concreto.
Si parla frequentemente di menti addormentate. Non sono mai addormentate, ma sveglie per le cause sbagliate. Nel nuovo mondo che punta inesorabilmente alla persecuzione dell’eccellenza, e al successo personale, si va incontro ad un individualismo che incanala questa ribellione nella riuscita dell’obiettivo del singolo, e non al successo della comunità.

Allora mi chiedo se il sangue di Emma Goldman, di Carlo Giuliani, di Giorgina Masi, di Federico Aldrovandi, di Stefano Cucchi, di Mouhcine Fikri e di tanti altri non sia scorso inutilmente per le vie di questo mondo lacerato. Se chi ha lottato per i propri diritti o ha dato fastidio al potere è finito con il corpo macinato da una macchina comprimitrice perl’immondizia, mutilato dalle botte, con il torace schiacciato sull’asfalto. Forse… magari… dovrei aver paura e farmi i fatti miei.

Ma è proprio la paura che muove il sole della nostra vita e tutte le stelle degli altri. È un’inesorabile nodo alla gola dell’anima, impercettibile ai più, il motore del mondo fatto di uomini, ciò che non ci fa affatto fare gli affari nostri. La paura scuote la nostra possibilità di sentirci perfetti così-come-siamo, di accettarci, ci tira il colletto e ci trascina alla ricerca di qualcosa che ci permetta di riconoscerci. Ma solo quando ne siamo consapevoli. È l’inconsapevolezza d’esser fatti di paura, oltre che di carne, di spirito, di mani, braccia o piedi, che genera invece la peggiore stasi che madre natura potesse inventarsi: indifferenza. Ha questo nome l’aspirare il senso della vita, prima ancora d’averlo cercato. Perché il senso delle nostre vite non lo si trova mai, tuttavia è così urgente e importante cercarlo. Strano? Un po’, è vero. E la lotta è forse il miglior strumento di ricerca che possediamo. Ci investe l’anima fino a modificarne la fisionomia, senza possibilità che ritorni come prima. E il sangue… che ha sporcato le strade prima ancora che le strade nascessero, che un giorno forse sporcherà il cielo, non restituisce senso a chi di senso ne è in perenne ricerca? E il sangue di Giuliani, di Aldovrandi, di Abele e pure quello di Caino, di Giovanna d’Arco e di Giordano Bruno, non cosparge il capo di chi, non appena giunge al primo giorno di consapevolezza, inizia la lotta con un unico, meccanico, non più prorogabile movimento: alzare il culo dal fottuto divano. Continuiamo a lottare? Con tutta la più impensabile fottuta paura nel cuore, sì, con tutta la follia del non accorgersi che magari hanno già vinto e tutto è inutile. Continuiamo.

Me lo hanno detto in tanti: << Nadia, tutta questa voglia di cambiare le cose… non ti porterà da nessuna parte. Smettila e vieni qui, vicino a noi. Ora continuiamo a fare le nostre cose e non ci pensiamo più. >>

Poveri uomini annichiliti dal terrore, adepti di uno Stato che è riuscito ad averli esattamente come voleva, che hanno accettato di vivere nel modo peggiore in cui possa vivere un essere umano: in silenzio. Ma se mi concentro io sento la Terra piangere ogni volta in cui un uomo muore per mano di un altro uomo, un bambino subisce abusi o sfruttamenti, e qualcuno che sta scappando nella speranza di un futuro meno drammatico annega in mare. Mentre qualcuno prova a dividerci, differenziarci e catalogarci io urlo al mondo che mi sento sua figlia e che sono tutti miei fratelli.

Con la collaborazione di Ciccio e  Domenico, che hanno incentivato la mia riflessione stimolandomi con le loro.

Nadia Mahboub

Sono nata nell'autunno del 1999. Bambina fragile, adolescente critica e infine ragazza confusa.
Lotto ogni giorno con le mie paure, hanno forme, colori e odori diversi l'une dalle altre. Forse un giorno smetterò di odiare questa vena autodistruttiva tutta umana, nel frattempo la combatto.
Aspettando di crescere.

  • reply Franz ,

    Sei sempre una bomba <3 Grande Nadia!

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