Primavera ’74: “I miei paradossi”, Intervista a E.M Cioran sui tetti di Parigi

Quando leggi Cioran, alla fine c’è qualcosa che ti scombussola, chiudi il libro e guardi in un punto fisso. Che sia lo schermo del tuo pc, che sia il circostante fuori dalla tua finestra, rimani insomma ipnotizzato per più di qualche minuto.

Poi senti, all’improvviso, l’esigenza di uscire fuori. Che tu sia a casa o in ufficio, senti di dover camminare, di far partire i tuoi piedi, senti l’urgenza di stare in contatto con l’aria, di osservare il cielo, cercare il calore del sole, perché quello che la lettura ti ha suscitato, andando a scavare fra i meandri della tua razionalità ed altro, deve uscire fuori, deve essere esternato.

Accade spesso che nell’approccio con autori la cui caratteristica predominante è il ‘pessimismo’, ti sovvenga una tale gioia inspiegabile. Come spesso dice lo stesso Cioran attraverso le sue brillanti contraddizioni, o ‘paradossi’, le cose più interessanti agli occhi dell’uomo risiedono proprio nel fallimento, in chi è sicuro di non pensarla in un modo soltanto, in chi non si capacita sul senso della vita, della comunità, della socialità,  in chi grazie all’idea del suicidio – idea corroborante – cerca indirettamente di vivere. Nell’idea del suicidio c’è vita, quella vita che altrimenti non avrebbe alcun senso. Di più. Chi vive questo mondo è perso, e lo è nell’esatto momento in cui si nutre di faccende. Paradossalmente, alla maniera di Cioran, il lettore che intraprende l’intervista minuziosa e tagliente di Leonard Reinisch a E.M. Cioran sui tetti di Parigi, vicino a Place de l’Odéon, nella Primavera del ’74, si trova spaesato e contento al tempo stesso. Viene a tratti da sorridere e l’effetto è piuttosto strano nel costatare tale sorriso in parole cruente, senza senso. Se si pensa alla morale sopravviene quasi un solletico, strano anch’esso, di fronte certi periodi così corti ma pieni di contrasti, estremamente accattivanti. Non sarebbe attraente il viaggio, nei cunicoli di una mente quale quella dello scrittore di origine rumena, senza la serie di interrogativi che egli lascia al lettore, senza la predisposizione al mutamento veloce e costante di chi in questo girovagare di idee controverse, trova lo stesso una pace, una o più verità, un parallelo.

Anche ne “I miei paradossi” il libricino – intervista, curato da Antonio Di Gennaro, tradotto da Annunziata Capasso e Mattia Luigi Pozzi, (Edito La Scuola di Pitagora) e inserito nella collana Feuilles détachées, diretta da Gerardo Fortunato, emerge chiaramente il sentimento primitivo che lega il Cioran francese al Cioran rumeno. I rumeni sono infatti, e di questo anche Cioran è d’accordo, il popolo più scettico-nichilista, più pessimista. “L’esperienza fondamentale dei rumeni è l’esperienza dell’inutilità” – risponde a Reinisch. Anche ne “I miei paradossi” esprime, forse più che altrove, questo grazie alla verità svelata e proposta dall’interlocutore, (Reinisch è un giornalista che segue Cioran già da 20 anni prima di quel famoso incontro sui tetti di Parigi) il vuoto di un uomo il cui senso di sradicamento con la fissità che ne deriva è l’elemento caratterizzante del filosofo di Rasinari. Il Cioran rumeno, col suo senso di forte cinismo e scetticismo, è la parte più coerente che in ogni dove uno dei più influenti letterati del XX secolo farà uscir fuori, finanche nel tentativo di dedicarsi totalmente alla lingua francese. Dopo la seconda guerra mondiale Cioran risiederà per sempre in Francia, con lo status di apolide. Dopo i primi libri in lingua rumena, porterà avanti il resto delle sue opere in francese attingendosi fra la critica come uno dei migliori prosatori in lingua. Ma in lui il sentimento dello ‘spaesamento’ è in qualche modo motivo di disperazione, una colpa che al suo paesaggio più familiare non perdonerà mai. E se la porta dietro, come una zavorra, è così pesante la vita per lui che all’età di 17 anni non crede di poter sopravvivere per i prossimi 10 massimo 20 anni, come confessa all’amico Constantin Noica nel giugno del ‘72 a Parigi, amico che non vedeva da 35 anni.

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“Mi sembra un incontro fra due spetti. Dopo trent’anni di separazione, non ci si rivede in questa vita, ma in un aldilà. Non si è più gli stessi; rimangono i ricordi, e sono questi a creare legami profondi”.

Quella di Cioran, figura celebre del pensiero tragico contemporaneo, è più una filosofia della morte che della vita, come a ragione mette in evidenza Reinisch e a cui Cioran risponde portando alla memoria un filosofo tedesco molto vicino ai suoi 20 anni: Georg Simmel, che parla di alienazione, anche in merito alla condizione di straniero dell’ebreo, e che si rifà al Cioran che vive realmente solo ai margini. C’è anche il modo per notare l’asocialità dell’autore. Quanto alle amicizie fra intellettuali, se da un lato la sua filosofia si associa al movimento esistenzialista, dall’altro di distacca dallo stesso in merito a Sartre o Camus. “Mentre Sarte è per l’esistenzialismo oggettivo, io sono per un esistenzialismo soggettivo. Io ho una dimensione religiosa. Egli sicuramente no”.

Fra i più vicini al suo pensiero, al suo pessimismo,  Nietzsche, Schopenhauer, Sestov, ma soprattutto Pascal, Baudelaire, Shakespeare e Dostoevskij.  Dal suo pessimismo Cioran si allontana solo attraverso la scrittura. Un uomo così vicino all’idea del suicidio quanto lontano al tempo stesso. A  salvarlo la sua ironia. Nei paradossi di Cioran si trova anche il suo essere ‘eretico’, qualcosa che nelle sue opere spunta fuori più volte. (De Il funesto demiurgo ne fu vietata la diffusione in Spagna nel ’74 dalla censura del regime franchista). Il funesto demiurgo, fu la testimonianza diretta di ciò che veniva considerato blasfemo. Tuttavia Cioran, figlio di un prete ortodosso, crede che l’immagine di un diavolo sia essenziale per pensare alla storia. Sta di fatto che Cioran non vuol farne parte di questa storia, attraverso il suo ‘non fare’ tenta in tutti i modi di uscirne e non solo. Condanna gli uomini che adorano darsi ‘da fare’ perché è tutto inutile. L’amico di Ionesco e di Beckett condivide la filosofia dell’assurdo. “Se si tralascia l’idea del diavolo, non si può capire l’andamento del mondo, è incomprensibile”.

Cioran non ha mai avuto una religione, nonostante sia stato sempre molto vicino a temi spirituali perché connessi alla filosofia, egli non è mai riuscito a credere. Non ha avuto nessuna fede ma si è sempre ritrovato nei mistici. E proprio sulla religione che si adatta alla filosofia, Cioran rimane legato al buddismo. Un pessimista ch’è però impossessato dall’idea di raggiungere il Nirvana. Questo l’unico modo per essere liberati, e forse in questo momento egli prova ad uscire fuori dalla storia. “La sensazione di essere il centro del tempo. È stata una sensazione così forte che, per non gridare, dovetti mettermi il pugno in bocca. Diciamo, qualcosa come un’estasi”.

I cinici greci sono tra gli autori preferiti di Cioran, fra questi appare certamente Diogene e Pirrone, lo scettico. Appare assurdo il suo pensiero, o meglio desiderio, riguardante la fine. È talmente radicata in lui questa fine che non niente per lui ha inizio. Non crea contatti matrimoniali, non pensa lontanamente di procreare, si oppone al progresso. La nascita è la fine. “Quando vedo un bambino divento terribilmente triste. Quando i miei amici mi spediscono un annuncio di nascita, non so mai come rispondere”. Un sostenitore della fine della storia. Questo è Cioran, in sostanza. “Io credo che l’umanità finirà quando tutti gli uomini saranno come me. E questa non è presunzione”.

Una lotta tra quelli senza figli contro quelli con figli, come Reinisch fa presente. Una lotta fra coloro che si aspettano un futuro qui e coloro che affermano “Non c’è mai stato futuro”. Come non può una tale lettura permettere al lettore di volgere uno sguardo al presente, come non può far provare una sensazione di smarrimento, di sentirsi parte di un centro annebbiato, oggi. È del tutto magnetico, all’improvviso, lo sguardo del giornalista che sui tetti di Parigi nella Primavera del ’74 pone questioni esistenziali piuttosto inedite all’eretico Cioran, l’uomo che grazie alle sue contraddizioni pone il lettore di fronte nuovi spazi fatti di incognite, quando del maestro della rovina Reinisch afferma: “Questi paradossi alla fine non appaiono più tali, pensi ‘paralleli’, allo stesso modo in cui egli vive la sua vita”. Una volta ha scritto, Cioran “Nessuno più di me ha amato questo mondo, e tuttavia, me l’avessero offerto su un vassoio, anche da bambino avrei esclamato: troppo tardi, troppo tardi”. Un critico ha definito Cioran come il Giobbe tra i moralisti. Egli stesso scrive a proposito di questo profeta: “Beato te, Giobbe, che non eri obbligato a commentare  le tue grida”. Fino ad allora – dice Reinisch – non mi ero mai immaginato Giobbe così allegro, perché Cioran è – anche questo potrà apparire paradossale – una delle persone più gioiose che io abbia mai incontrato.

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

  • reply Emile ,

    Nella biografia dell’autrice dell’articolo mi aspettavo anche un “Mi drogo.” :-)

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