Calabria grecanica tour: “Roghudi, il paese abbandonato”

In viaggio con lo stupore sulle spalle, diario di bordo   (giorno 2)

 

Dopo la meravigliosa Gerace ci rimettiamo in cammino, per giungere a Palizzi. Ci lasciamo alle spalle la Costa dei Gelsomini con Siderno e Locri. Le agavi giganti iniziano a seguire come alberi imponenti la ferrovia. Mai viste di queste dimensioni, evidentemente per le caratteristiche del terreno e del clima, sempre caldo, in questo lembo meridionale della penisola calabra e italiana, sono affette da gigantismo. L’Aspromonte comincia a stagliarsi ad ovest. I calanchi si tuffano in mare, pallidi e bianchi come un dolce zuccheroso e friabile, scanalato dalle piogge rare e violente di queste zone, che sembrano guardare più al Medio Oriente e al Nord Africa che al resto d’Europa. Arriviamo finalmente a Palizzi, nel tardo pomeriggio nel campeggio di Doccica. É un campeggio antico, immerso in una pineta, con la ferrovia e il mare difronte. Un azzurro chiaro. Meraviglioso. Incontaminato. Di treni regionali ne passano ben pochi e ciò non fa che aumentare la sensazione di straniamento. Il caldo è asfissiante. Il sole brucia e l’aria è immobile. Piantate le tende ci tuffiamo subito nelle tiepide acque di un mare placido e immobile. L’acqua è cristallina tanto che viene quasi voglia di berla. É il 5 agosto e stiamo bene, consapevoli di vivere in un luogo incantato. La serata la passeremo in campeggio dopo le salutari docce. Prepariamo la cena e dopo una bella chiacchierata serale ci fiondiamo nelle tende. Ma sarà una notte insonne quasi per tutti. Il caldo è opprimente. Siamo nel pieno di un’ondata di calore africano con aspetti di eccezionalità. Il Mediterraneo da terra temperata a causa dei cambiamenti climatici sta assumendo sempre più caratteristiche tropicali. Tuttavia la mattina del 6 agosto siamo già svegli per gustarci l’alba che, annunciata dal chiarore, sbuca da est, parzialmente coperta dalle dolci colline pre-aspromontane. Noi siamo rivolti in pieno a mezzogiorno. Le acque fresche del mare rigenerano e, fatta colazione, ci apprestiamo alla prima tappa del giorno, Roghudi Vecchio, il paese fantasma abbandonato dopo la catastrofica alluvione del ’73. Le nostre guide saranno Vincenza e Nino, fratello e sorella con antenati di Roghudi. Il tragitto che faremo è quello che passa da Roccaforte del Greco. Non da Bova, perchè ci viene detto che lì la strada è impraticabile. Apparirà scontato a dirsi, ma le strade aspromontane sono qualcosa a cui difficilmente ci si abitua. Sono scoscese, ripide, cotte dal sole. Con pietre e affioramenti rocciosi dappertutto. Non sembra nemmeno di essere in Italia, ma in Arizona. Seguiamo il letto dell’Amendolea. Questo torrente immenso, ora ridotto ad un rigagnolo, che durante le piene dicono faccia paura per la forza travolgente che sprigiona (almeno prima che non fosse costruita una diga a monte che ne condiziona fortemente il corso). Ora appare un gigante in letargo, un fiume di lava grigia che scende implacabile dalle montagne, con tutto il suo carico di detriti e massi giganteschi. Ma quello che vediamo non è niente rispetto a ciò che ci si rivelerà dopo più di un’ora di dura marcia.

Agavi
Agavi

Arrancando su una infinita serie di tornanti in una strada che definire impervia è riduttivo, poco dopo essere scesi da Roccaforte, si staglia alla nostra destra, in basso, Roghudi. Solitario e posto su uno sperone roccioso, poco sopra l’Amendolea, il paese abbandonato, considerato il più disgraziato d’Italia, è infuocato dal sole. Entrando, avendo prima parcheggiato la macchina, siamo assorbiti dal silenzio, intervallato solo dai cigolii delle imposte delle finestre. Ci si impone automaticamente di parlare piano, per rispettare la quiete e la vita spettrale delle persone che in questi luoghi hanno vissuto. Vite cariche di speranza, di duro lavoro, di stenti, di prove di forza e d’amore. Le rondini sfrecciano nel cielo e sono di una specie particolarissima che non emigra mai. Il loro colore è marrone e non nero. Sotto, implacabile scorre l’Amendolea che con un affluente stringe il paese, appeso ad una roccia. Non c’è corrente elettrica, non c’è acqua, è un paese che non c’è, seppur è sotto i nostri occhi. Siamo davvero in un’altra dimensione. La dimensione delle cose passate che la storia e la natura hanno stroncato. La prova vivente che alcune prove sono troppo dure per l’uomo. Tutto si trasforma certo, ma la pena di vedere queste case sventrate dagli elementi è difficile da accettare. Nino ci indica una casa abbandonata popolata da una colonia di pipistrelli, mai visti così tanti. É la natura che si riappropria del suo regno. Le vette intanto che circondano il caseggiato sono altissime e sullo sfondo si vede il mare, come una presenza rassicurante ma al contempo indifferente. Decidiamo di scendere nel greto dell’Amendolea. Fa caldissimo. Ci saranno oltre 40 gradi. La discesa non è semplicissima ma la fine del viaggio ci ripaga di tutto. Ci immergiamo subito tra i sassi e l’acqua del ruscello dove, in un refrigerio provvidenziale, sguazzano come bambini enormi girini. Ci sentiamo ripagati da tutte le fatiche. La natura da terribile e vendicatrice può essere anche madre amorevole e gioconda. Nino intanto trova un teschio di vitello e Valeria si mostra stupefatta e affascinata. Domenico continua con le riprese, che svolgerà con abnegazione e attenzione per tutta la durata del viaggio. Dario si immerge e ci innaffia tutti provvidenzialmente, la sua energia è straripante.

Roghudi da sotto

La risalita verso il paese sarà dura, ma appagante. Vincenza durante il cammino ci rileverà tanti particolari interessanti sull’architettura delle case, costruite utilizzando le rocce locali, abbondanti e utili per le costruzioni, ma anche distruttive se frananti. Una particolarità che mi ha sembra affascinato degli antichi resoconti sul luogo è che le donne del paese legavano i bambini alle case con una corda, per impedire che precipitassero nei burroni accerchianti l’abitato. Sono forse questi dirupi e l’isolamento dal mondo che hanno permesso a Roghudi di conservare, sino all’abbandono, quasi intatto, l’oscuro e antico grecanico. Non si capisce infatti se questa minoranza linguistica locale sia frutto di un revival prodotto dai Bizantini nell’alto medioevo o discenda addirittura dalle antiche colonie elleniche, conservandosi fino a noi, prima che la grande scopa della modernità, passando, spazzasse via tutto. Torniamo alle macchine e attraverso una impervia risalita, dove i massi e i sassi circondano la strada, che si fa sterrata e accidentata, ci imbattiamo in un toro e una mucca. Sembrano una tenera coppia in reciproca contemplazione. Poi sempre più su superiamo Roccaforte del Greco, dove sulla strada troviamo una fontana. Appare incredibile come da un terreno così arido si possano sprigionare acque a tal punto fresche e pure. L’Aspromonte è anche questo, una terra difficilmente accessibile, scontrosa, ma accogliente. Non accetta invece comportamenti frettolosi. Qui la filosofia è la lentezza e la contemplazione. Delle montagne spigolose, persino le acque appaiono nobili e antiche. Ci abbeveriamo quindi alla fonte, dove si radunano, degli abitanti del luogo, insieme a noi alla ricerca di frescura. Si dimostrano gentili, cordiali e curiosi. Riconosco in loro il bisogno di aprirsi e di farsi ascoltare. Qui gli incontri sono rari e gli si attribuisce molta importanza, come avviene in ogni terra di frontiera. Forse, mi dico, queste persone in un territorio ad altissima concentrazione mafiosa, dove è nata la ‘ndrangheta, avevano solo bisogno di essere ascoltate, da uno Stato indifferente che si è preso gioco delle sue promesse, dimenticando intere comunità ad un destino già segnato. Pastori aspromontani, lasciati soli, hanno preso la lupara ed hanno conquistato il mondo, peccato che all’origine di tutto ci sia una mancanza. Un padre poco attento. Condizioni di vita dure. Orgoglio e rimorso. E politici spregiudicati. Una cosa la capisco, lo stato non ha voluto far niente per questi luoghi. Nessuno vuole dire o può giustificare niente di criminoso, ma per capire bisogna anche risalire all’origine e alle cause dei fenomeni, le reali cause. Solo così potremo vincere la piaga mafiosa e il male che essa apporta agli onesti cittadini. In tal senso anche gli studi antropologici e sociologici possono essere utili, affiancandosi al fondamentale ruolo della buona politica, della classe imprenditoriale e dirigenziale, e naturalmente a quello di polizia e magistratura.

Fiumara Amendolea

Dopo una bella chiacchierata salutiamo e decliniamo un invito per un caffè. La giornata è sempre torrida ma siamo rinfrancati dall’acqua e dall’ombra. C’è poco da dire sul resto del giorno. Il culmine è stato toccato. Si torna al campeggio dopo una tappa in una gelateria di Melito. Qui proviamo una gustosissima granita, e ci conosciamo meglio con Nino e Vincenza. Due persone di valore, profonde e creative, due esempi della Calabria migliore. Si torna al campeggio. Con Valeria, Domenico e Dario ci tuffiamo nelle cristalline acque di Doccica, ringraziando il Mare per la frescura provvidenziale. Dopo le docce Dario leggerà delle poesie con grande intensità. Intanto il sole sparisce dietro i monti e la cena è servita. Riordinato e pulito le stoviglie, stremati ci sistemiamo nelle tende. Tori, vacche, fiumare mi appaiono nella testa come un film. Le pietre bianche e grigie dell’Amendolea. I girini neri ed enormi che giocano nell’acqua. Le case sventrate e popolate dai pipistrelli. Le rondini marroni che non emigrano mai e i due pastori. La gioia di Valeria. Il sorriso di Dario. L’intensità di Domenico. Il viaggio continua, a volte anche nei sogni….

Mare Palizzi

Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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