De/scrivo 3.0, frammenti di manifesto “Con la cultura non si deve mangiare”

A quasi 5 anni dalla nascita del blog, il Collettivo impagina nuova edizione di “de/scrivo” rassegna indipendente

Una storicità che non sente ancora l’esigenza  di costituirsi associazione, di scrivere bandi e di vincerli perché seguendo l’essenza del Collettivo Manifest e dei suoi giovani “Con la cultura non si deve mangiare”.

Di seguito alcuni frammenti di un lungo manifesto, maturato dopo mesi di silenzio ma di impegno sul campo, di cura e attenzione sul territorio lametino e sul suo circondario, di relazioni intessute su tutta la Regione e di abbracci che legano l’Italia, in cui il tempo è servito ad affinare la scrittura e l’azione. Un manifesto ch’è un grido di amore ma anche di rabbia, una provocazione, a leggere ulteriormente come ricorda Gianluigi Simonetti “La letteratura circostante”, in prossimità della terza edizione di una rassegna indipendente, rivolta a tutti, e “Prima della fine”.

Cultura (r)esistente

Sulla fragile, timida e disomogenea ascesa culturale della Calabria sono state spese parole su stampa, durante iniziative delle più varie, tramite bocca di professori, intellettuali ma anche tra i giovani, diplomati o laureati, impresari e operatori socio-culturali. C’è mancato poco che si parlasse – anzi, a volte è successo – di un “rinascimento” culturale in atto nella nostra terra. Specialmente durante i mesi estivi, valvola di sfogo per le azioni di amministrazioni ed enti locali ma, soprattutto, per quelle più autentiche e spontanee delle piccole realtà del territorio, infatti, un fiorire di appuntamenti legati alla cultura, allo spettacolo, alla (ri)valorizzazione di borghi storici, ha fatto urlare al miracolo quanti, nel corso di quasi un decennio ormai, hanno provato a rivolgere uno sguardo non superficiale sulle dinamiche della nostra regione. E c’è da ammetterlo. Certe azioni hanno davvero avuto del miracoloso.

Ma tutto ciò, per chi ha deciso di restare (per scelta, per costrizione, senza pensarci neanche troppo, comunque esule da certe dannose autoreferenzialità e finti eroismi), chiaramente non basta. Chi ha deciso di restare e di resistere, con consapevolezza, a quella che si sta delineando come la più massiccia emigrazione d’Europa (quella dei giovani che lasciano il meridione d’Italia) e di cui, ancora, si parla troppo poco e troppo male, non può avere che come obiettivo finale, come sguardo fisso lungo la linea di un orizzonte forse mai raggiungibile, una Calabria che oltrepassi anche lo stesso Rinascimento, una Calabria che si possa porre come avanguardia, come vera terra del futuro, dei diritti (alla salute, alla cultura, alla bellezza, in una parola: alla vita) e totalmente volta al mantenimento di un concreto equilibrio tra passato e presente.

Fare ciò diventa estremamente complicato in una terra in cui le già discrete ascese culturali, spesso, si rivelano come iniziative poco efficaci sul lungo termine, quando non direttamente farlocche e volte solo a una continua ri-pittura folklorica, regionalista e autoreferenziale della Calabria. Ci si dimentica, o si vuole dimenticare, dell’importanza di un possibile confronto nazionale, se non europeo, mentre le “esportazioni” calabre si attestano a livello di luoghi comuni, di cibi comuni (il peperoncino, la cipolla) e, di tanto in tanto, di bellezze paesaggistiche e attrattività turistiche impacchettate. Per intenderci meglio, cosa arriva al nostra paese della nostra terra? Possono bastare centinaia di foto che incorniciano la bellezza di Tropea, Soverato ecc., in qualche articolo nazionale? Possono bastare le solite segnalazioni di qualche importante agenzia internazionale? E dei festival, delle sagre, dei convegni, tanto istituzionalizzati quanto provenienti dal basso, cosa esportiamo? La notizia di un omicidio mafioso in piena estate, quella di qualche imprenditore minacciato dalla ‘ndrangheta, qualche disastro naturale che, anziché obbligarci a degli esami sulle nostre coscienze ambientali e sociali, arrivano puntuali come fatalità… tutto ciò contribuisce, purtroppo, a disegnare il volto delle nostre terre, molto più di una sagra del peperoncino o di un qualche importante evento di spettacolo accessibile solamente all’alta borghesia e che pure racimola, magari, finanziamenti.

Di tutto ciò una certa politica e pure taluni intellettuali preferiscono non parlare. Si parla dello Stato, delle sue mancanze, dei suoi enormi problemi e, talvolta, dei suoi sforzi. Se ne parla spesso in merito alla sanità, ai trasporti e, non di meno, in merito alla cultura, al turismo, all’archeologia, alle biblioteche ecc. Ma è prassi oramai porre al ribasso problematicità antiche, immaginandole superabili solamente mostrando il sole, il mare, il morsello, e così via. Da una parte all’altra, la malapolitica e i poteri forti si organizzano nella loro opera di bene: mafia, ‘ndrangheta, illegalità, analfabetismo – dicono – presto scompariranno e, nel frattempo, si nascondono le scorie, sociali e culturali, che è meglio non mostrare. Come certi sindaci e alcune amministrazioni che non ammetterebbero mai l’inquinamento dei loro mari, almeno non in piena estate, quando qualche turista affezionato (o qualche avventuriero) prova ad affacciarsi ancora sulle nostra spiagge.

Il nostro non vuol essere pessimismo acritico e non propositivo. Le proposte ci sono state e ci saranno, le criticità, ancora una volta, andranno scoperte e denunciate ma, prima di tutto, bisognerà scoverchiarle. E per far questo non può bastare una festa di paese, non può bastare una sagra, né un convegno che millanta un inesistente rinascimento culturale o la capacità di creare una nuova narrazione della Calabria. Se di nuova narrazione si potrà parlare, lo si potrà fare a seguito di infiniti studi, di infiniti esami di coscienza. Lo si potrà fare dopo essersi immersi a pieno nella vera Calabria degli ultimi, siano gli antichi paesi in via d’abbandono, siano le nuove periferie sociali, siano le comunità che si occupano di vera integrazione, senza fondi, sotto continue minacce. Siano i veri isolati. I “dimenticati” di oggi, non dissimili dai dimenticati di Vittorio De Seta. E di nuova narrazione, di risvegli, di rinascimenti e umanesimi, si potrà davvero iniziare a parlare quando anche una grossa fetta di giornalismo metterà da parte i propri conflitti d’interesse, darà largo spazio alle nuove leve giovanili, le stesse che, a quanto pare, di cose da raccontare qui a casa loro ne avrebbero. Ma poi, scappano sempre a raccontarle altrove.

 

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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