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Quando la “quarantena” sarà finita, guarderemo a quei giorni come a un evento storico da raccontare ai nostri figli, e magari ai nostri nipoti.

Ricorderemo giorni particolari, in cui abbiamo sperimentato un po’ di tutto, ma in modo diverso dal solito: perché avremo urlato in silenzio e avremo scritto, senza carta e penna, decine di pagine impresse tra il cuore e la mente, avremo messo in gioco emozioni, sentimenti, storie chiuse definitivamente, qualcuna appena accennata, avremo elaborato meglio un lutto, guardato documentari, ascoltato musica, avremo dialogato meglio con i nostri “vecchi”, avremo pure riconsiderato il loro valore e ci saremo guardati meglio dall’interno della nostra microstoria.

Ricorderemo la cura, la pazienza, la rabbia messa da parte, l’inquietudine, la poesia, la leggerezza. Avremo saputo unire materia e spirito: avremo fatto il pane.

Come un’ esigenza improvvisa di ricerca della verità, lo avremo fatto come istinto di conservazione del “qui e ora” però legato a tanto di antico e di sacro che ci faceva volgere uno sguardo in avanti, avremo fatto il pane unendo valori simbolici e metaforici, come bisogno estremo di lievitare qualcosa che avremo poi spezzato, il pane come “vivere felice”.

È quanto sta accadendo, all’interno della maggior parte delle nostre case in quarantena. C’è chi lo fa per la prima volta, chi invece lo ripete come una tradizione senza tempo trasmessa da padre in figlio. Perché il pane? Anche in tempi di carestie, della grande fame medievale, o della peste nera, il pane come oggi, ai tempi del coronavirus, è l’elemento universale a cui aspiriamo, per essere felici con poco il cui sforzo manuale e spirituale diventa buon aneddoto, diventa quasi cura. È quanto unisce, rende simili, quanto di più autentico ci fa sentire ancora vivi, e a contatto con la terra e con la natura.

“Il pane, sparendo, si fa portatore di istanze e valori ben più grandi di lui”, scrive Heinrich Eduard Jacob ne “I seimila anni del pane. Storia sacra e storia profana”. Tutto si ripete, col pane, per mezzo di lui, ma niente resta com’è. Ne parla bene anche Enzo Bianchi ne ” Il pane di ieri e di oggi”.

Ma cosa lega il pane del passato a quello del presente? Intanto l’arare la terra, il seminare, falciare, trebbiare, macinare i chicchi, eliminare la crusca, e poi impastare, lievitare, fare una forma e infornare. Fare il pane oggi rimanda anche alla fame e all’abbondanza, al senso di ospitalità e alla sacralità del cibo di cui parla l’antropologo Vito Teti.

Ci sono più emozioni nel vedere un pane appena sfornato. Nelle ultime ore, anche in alcuni paesi della Calabria, la storia si ripete. Ci sono frazioni delle aree interne collinari, luoghi, non luoghi, non ancora luoghi? in cui emergono nuove forme di vita, nel senso che in controtendenza ai tempi della modernità pochi altri giovani vi rimangono e questi fanno il pane. Ad esempio Longobardi, in provincia di Cosenza, nelle cui campagne si sforna continuamente il pane, fatto da giovani mani.

Ci sono dentro farine integrali, farina macinata a pietra, semi di zucca, semi di lino, di garofano. Fatto con lievito madre e con lunga lievitazione “polish” tecnica che utilizzano i polacchi. Ma soprattutto è pane fatto con dedizione, attenzione verso tutto ciò che ci circonda, con rispetto e armonia di tutti ciò che la terra ci regala. Ed è ancora il pane nero che unisce passato e presente, ricordi di infanzia, voci, volti, saggezza da tramandare, cuori pulsanti, memorie vive.

Quando ci capiterà di sentirci soli o poveri proviamo a fare il pane, perché questo è il pane del logos, quello che unisce pensiero e parola. Allora ricorderemo una quarantena migliore di quella che adesso stiamo vivendo e che ci appare limitante, sarà ricordo di ricchezza e amore.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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