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C’è ancora bisogno di parlare di Rosa Balistreri; c’è ancora bisogno di cantarla e di cantarne le gesta, ora più che mai, ora che a trent’anni di distanza dalla sua morte, ammettiamolo, saremmo più che pronti per valutare adeguatamente la sua parabola. Che non è solo parabola artistica, ma pienamente antropologica, di un’antropologia della Sicilia ancora tutta da studiare. Dovremmo farlo anche al più presto, prima che avvenga quel processo di folclorizzazione tanto dannoso per il nostro meridione, perché decontestualizzante, perché allontana, anziché avvicinare, l’oggetto preso in esame. E l’oggetto, qui, è quanto di più attuale si possa scrivere oggi. Non è raro sentire di Rosa Balistreri come della “Sicilia stessa”. Ma è proprio qui che bisogna stare attenti. L’equazione Rosa Balistreri = Sicilia non può reggersi a pieno, perché se lei, la splendida Rosa di Licata, nella sua vita così pienamente e dannatamente vissuta, può incarnare a pieno le passioni, i dolori e le ferite della sua Sicilia, altrettanto, non possiamo dire che la Sicilia sia stata – e non lo è ancora – una Rosa Balistreri. Può essere, in definitiva, semplicistica come conclusione ma non può essere altrimenti: se ancora oggi non c’è stata un’adeguata valutazione e valorizzazione artistica e antropologica di Rosa Balistreri, probabilmente, è soprattutto perché si è trattato di una donna, e per di più ribelle, difficile, testarda, ‘a buttana du paisi troppo “più in là” per il paese stesso.

Tutto questo sembra averlo ben introiettato Tiziana Francesca Vaccaro, catanese ma attiva da diversi anni a Milano, che nel suo spettacolo teatrale Terra di Rosa offre un ritratto filologicamente adeguato alla biografia di un personaggio di questo calibro. I suoi codici teatrali, in particolare, dimostrano una chiara aderenza a quel teatro di narrazione che tramite il monologo restituisce ricchezza di contenuti, immagini, suoni e visioni, oltre che, com’è ovvio, a una naturale dimestichezza con la materia linguistica. È l’intera parabola di Rosa Balistreri, raccontata da Rosa stessa, che la fa da padrone, dall’inizio alla fine, con elegantissima ironia e malinconica interpretazione. Dalle umili origini in quel di Licata al trasferimento a Palermo, fino a Firenze; in ogni tappa vicissitudini, problemi, ma anche speranza, una fede nella vita vissuta con dolorosa passione ma anche con estrosa esuberanza. C’è la Sicilia, naturalmente, la terra ca nun senti, ca nun voi capiri, terra di maffia e parrini, terra ca havi un patruni sempri uguali, che pur nella lontananza, durante gli anni a Firenze, è in realtà sempre ben presente.

La scenografia è essenziale – una sedia e una valigia inizialmente “interrata” – come sempre, direi, quando attore o attrice hanno la forza di accentrare nel corpo, nella parola e nel gesto tutto il bagaglio interpretativo atto ad arricchire la scena di contenuti e di ambienti: prendono così vita la piccola casa, la chiesa con tutti i santi e le loro offerte, il mercato ortofrutticolo e, non per ultimi, i palchi. Le luci della ribalta che pure arrivano, infine, per Rosa Balistreri, ma senza mai accecarla una sola volta. Tiziana Vaccaro, come già detto, ha dalla sua il potente siciliano meridionale, espressivo anche quando non esprime suoni, anche solo nella pausa di un respiro. Ma di più, l’attrice si muove con naturalezza e risulta brillante negli stacchi: quando parte una musica, quando passa dalla narrazione all’azione e viceversa, quando tocca i momenti più drammatici e quando pur all’interno di questi trova gli giusti spazi per la stangata ironica e inaspettata. Riesce, insomma, a compiere quel raro miracolo del teatro: pianto e riso diventano una cosa sola, senza soluzione di continuità. L’effetto è struggente e lo spettatore è pienamente partecipe: credo che anche questa volta tornerà a casa con una consapevolezza in più, e soddisfatto di aver visto del buono e onestissimo teatro.

Visto al Lissania Garden a Lamezia Terme, per Ricrii17 e il TIP Teatro, il 31 luglio 2020. Foto dal web. Sito ufficiale: www.terradirosa.it |

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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