Come diventare cielo: sindrome dello ‘ncialàto

’Ncialàtu

È possibile diventare cielo, farsi volta celeste avvolgente, intangibile ma presente, se vi si crede, al cielo, il tanto che basta per farne il fuoco di un mezzo sguardo, anche distratto, in un attimo a scelta tra gli attimi. Se crediamo che i nostri morti lo attraversino per davvero, come ci dissero da bambini, per esempio, abbiamo già compiuto metà dell’opera. Ed è un’opera pungente, bruciante, come fatica mitica, che non conosce redenzione (nel senso cristiano) ma volontà pura e determinata. Se riusciamo a compiere un altro passo, poi, conveniamo che proprio attraversandolo, il cielo si impossessa di noi completamente, non ci avvolge, ci sconvolge, ci scompone, ci disintegra, allo stesso modo in cui frantuma la materia al suo livello atmosferico. Ma il cielo comprende l’atmosfera, non è compreso da essa.

È il primo giorno del 2024. Anche ieri, allo scoccare della mezzanotte, ero ’ncialato a guardare il solito strepitare dei fuochi, dei “botti”, degli stupidi spari di cui il nostro senso di far festa non riesce, evidentemente, a fare a meno. Ma sul senso perduto di “essere” in festa, sorvolo (come mi ha ricordato Franco Cardini in un suo bel libro, da quando “non è più festa” ma “la festa si fa”, qualcosa dev’essere mutato). Sorvolo anche sugli sguardi degli altri, le persone che mi stanno intorno, sempre meno ’ncialati di me in situazioni del genere, sebbene io non possa saperle più attente scrutandole solo negli occhi. Invece, mi fermo qualche attimo in più a fissare in alto: sono ancora io a dover guardare il cielo. Più vecchio, sicuro, forse maggiormente incline al contraddittorio, perché assunto, questo, a buona pratica di costante conoscenza, pur nelle difficoltà che comporta.

A dirla tutta, a rimanere ’ncialati non è solamente chi gode nel perdersi tra le nuvole. Anzi, oggi si rimane ’ncialati di fronte a qualsiasi cosa, se ammettiamo per questa parola una innecessaria valenza qualitativa. ’Ncialare – la cui transitività, nella sua forma verbale, non mi è ancora del tutto chiara – non equivale per forza a ‘meravigliarsi’, né a rimanere ‘attoniti’, né tantomeno indica una perfetta sospensione dello sguardo (anzi, a sospendersi è piuttosto uno sguardo interiore, qualcosa che proviene dal profondo) su uno scenario più o meno determinato. Tutt’al più è comodo un suo accostamento al doppio uso dell’italiano ‘incantato’, cioè dell’essere come sotto l’effetto di un incantesimo: sarà il contesto a determinarne la qualità (un meraviglioso incanto, come da innamorati, che stravolge ed è motivo di grande dinamismo, oppure un incanto disturbante che paralizza, blocca, rende inabili).

Di certo, nei loro usi più tipici, e nelle loro diverse varianti geografiche (per il poco in cui ho indagato riesco ad ammettere solo una sua maggiore diffusione nelle zone interne e montanare), ’ncialare e ’ncialatu non sono conosciuti per essere i migliori complimenti: mi si dice di essere o rimanere ’ncialati, per esempio, quando si è come instupiditi, piuttosto che piacevolmente meravigliati, quando si dà motivo di un ritardo nell’azione o nel proferire parola. Fino alle estreme considerazioni di carattere psico-sociale: una persona ’ncialàta è cioè un idiota, un babbeo (per quanto un idiota possa benissimo non essere ’ncialatu). Questo aprirebbe, naturalmente, un discorso a parte sulla temporaneità o meno di una eventuale ‘sindrome dello ’ncialàrsi’, ma per comodità, e per scelta ponderata, è sufficiente tornare alla più banale e semplificante metafora delle nuvole.

Da qualche parte leggo con troppa sicurezza di una diretta derivazione da ‘in coelum’, nel senso proprio di ‘estasi’. Effettivamente, nelle lessicografie più autorevoli non sembra esserci traccia di ’ncialatu, mentre lo si ritrova, invece, in raccolte più recenti e a carattere più localistico: per esempio, Ludovico Aurea (Sila Greca, è lui a segnalare il lat. ‘in coelum’), oppure Maurizio Capocchiano (Mesoraca) che lo lega a ‘nclialare’ per ‘guardare qualcosa, qualcuno o il nulla’, e ancora numerose tracce da Corigliano e Rossano tra cui, menzione speciale, Luigi De Luca che azzarda una derivazione spagnola da chalar ‘instupidire’[2]. Qualcuno mi mette una pulce nell’orecchio, anzi una ciàvula, per larga parte del meridione la celeberrima (fin da Pirandello) quanto generica ‘cornacchia’ che in un modo di dire diffusissimo (da attestare la sua diffusione) è in qualche modo l’oggetto-animale che attira più di tutti l’attenzione dei più meravigliati distratti: “cchi guardi ’i ciàvule?”. Il passaggio è suggestivo, come suggestivo è pensare che lo ’ncialato alzi lo sguardo non tanto perché si perde fra le nuvole, ma perché interessato d’improvviso a uno stormo di uccelli comuni. Il passaggio linguistico, però, non mi convince del tutto. In modo simile, è forse poco convincente immaginare un qualche legame anche con i ben più segnalati dalle lessicografie cilari, cilare, che stanno per scivolare, ruzzolare, rotolare. Ma anche qui, ad affascinarmi è solo l’immagine dello ’ncialato che, proprio perché incantato a guardare il cielo, o l’orizzonte, o il nulla, capitombola rovinosamente a terra. C’è sicuramente una profonda dose di distrazione nello ’ncialarsi, e io nutro affetto per tutti coloro che inciampano se distratti da ciò che sta in alto.

In alto, nel cielo, c’è forse tutto ciò a cui abbiamo sempre aspirato. Ciò che ci manca, chi ci è mancato. E se per davvero a questo rimanere ’ncialati fosse in qualche modo legata la volta celeste, che sia fino in fondo. Che sia una nuova formula, come una laica preghiera all’ebetudine, all’estasi, a una idiozia che è conseguente a ogni meraviglia. Che possa voler dire: “diventare cielo, ora devo andare”.

[1] Cfr. https://informazionecomunicazione.it/da-dove-arriva-il-verbo-ncialare-racconto-di-martino-a-rizzo/

[La foto splendida è di Consuelorita Cosentini: grazie come sempre]

Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha esordito nel 2023 con il romanzo "Al di là delle dune" (A&B)

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