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Approfondimenti

Quale memoria ci resta

By Marianna Leone
27 Gennaio 2018 5 Min Read
1

Nel racconto di J.L. Borges dal titolo Funes o della memoria della raccolta Finzioni (1944), un personaggio, noto per le sue stranezza, dopo essere caduto da cavallo, acquista una memoria prodigiosa; egli è in grado di «ricordare non solo ogni foglia di ogni albero, di ogni montagna, ma anche ognuna delle volte che l’aveva percepita o immaginata».

Questa straordinaria facoltà mnemonica gli permette di enumerare ogni cosa, di ricordare in maniera totalmente precisa e dettagliata tutto ciò che accade: «Era il solitario e lucido spettatore di un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso (…) Nel mondo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati». Ireneo Funes non sa dimenticare, la sua memoria è come un «deposito di rifiuti», per lui ogni scelta è impossibile, la sua vita è un inferno costellato solo di ricordi che egli non è in grado di selezionare, tutto si affolla nella sua mente in maniera confusa e arbitraria.

La lettura di questo racconto mi ha fatto riflettere su cosa sia realmente la memoria. In generale, si può affermare che essa sia la facoltà della mente umana di registrare accadimenti e sensazioni, che vengono rielaborati attraverso l’immaginazione. Si possono distinguere due tipi di memoria: quella volontaria, che ci permette di ricordare gli avvenimenti del passato in corrispondenza degli spazi in cui sono avvenuti e secondo un ordine cronologico, e quella involontaria che scatta automaticamente in seguito a una sensazione che ci fa rivivere un istante lontano nel tempo. Il primo tipo segue i procedimenti logici e permette di cogliere solo un’immagine frammentaria del passato; quella involontaria, al contrario, fa riaffiorare improvvisamente un ricordo sepolto mediante una sensazione. Attraverso la memoria involontaria riusciamo a ricucire il legame con fatti accaduti nel passato e così tentiamo di sfuggire all’oblio del tempo.

In tal senso, la memoria rappresenta uno strumento d’indagine del sé e si configura come il trionfo della vita sulla morte, costituendo un deposito del sapere autobiografico.

Il processo di formazione dei ricordi è un’esperienza condizionata in qualche modo dalla società, infatti, secondo quanto scrive Henri Bergson in Materia e memoria (1896), essa non è una peculiarità psichica di un singolo individuo, ma dipende dall’ambiente in cui si nasce, si cresce, si vive[1]. Al filosofo spetta il merito di aver saputo affrontare la problematica partendo da due presupposti: il riconoscimento delle immagini e la loro sopravvivenza. Anche Sant’Agostino, nel libro decimo delle Confessioni, parlava della memoria come di un palazzo labirintico e sontuoso, dove una «profonda e infinita molteplicità d’immagini si affolla e prende forma»[2].  Ogni immagine chiede di essere distinta, accolta, nominata, oppure respinta nell’oblio. Il ricordare, dunque, è l’atto che accoglie un’immagine, anzi il movimento del pensiero che riconosce e ospita un’immagine appartenente al nostro passato. Nell’era mediatica siamo sottoposti a una costante trasmissione d’immagini di morte e di violenza, eppure riusciamo ad avere solo una memoria «parziale» degli eventi, poiché il processo di trasmissione e ricezione delle notizie avviene in maniera troppo ridondante ed estemporanea, facendo in modo che l’idea di memoria appaia falsificata, quasi irreale. Régis Debray, a tal proposito, sostiene che:

L’estenuante teoria dell’immagine mediatica costituisce un canale di dispersione delle memorie e una dissuasione per l’intelligenza(…) essa feticizza l’istante, destoricizza la storia, scoraggia lo stabilirsi della comprensione e della riflessione[3].

Nel campo dell’arte la memoria personale e collettiva rappresenta un frequente tema di ricerca. Ad esempio, per l’artista francese Christian Boltanski l’idea di memoria è strettamente legata al concetto d’identità, infatti, la sua ossessione è soprattutto quella di strappare all’oblio del tempo e della morte la vicenda di ogni uomo recuperando dall’anonimato oggetti, foto, vestiti, date di nascita e il nome di ciascuno, con il desiderio di costruire tanti piccoli musei personali.

Christian Boltanski nel suo studio.
Christian Boltanski nel suo studio.

Lo studioso Didi- Huberman definì le sue opere «teatri d’ombre», in cui il gioco sottile di luci rimanda a qualcosa di tragico, a un’idea di assenza e di morte che c’interroga e ci fa riflettere sulla provvisorietà della vita terrena. Boltanski lavora per «sottrazione», partendo da documenti, spesso da fotografie, ed elabora un gioco di ombre e di luci che intende dare risalto al tema dell’assenza.

Christian Boltanski - Menschlich, 1994
Christian Boltanski – Menschlich, 1994

Nelle sue installazioni s’intravede la volontà di mostrare non il passato delle vittime ma il loro futuro spezzato, infatti, nei vari elementi che compongono i suoi allestimenti, riecheggia questa idea «d’interruzione». Così il relitto diviene metafora di un dialogo tra la vita e la morte, sembra quasi una reliquia sacra intorno alla quale il visitatore compie un rito, un percorso di riflessione intimo sulla caducità dell’esistenza e sulle conseguenze di una tragedia. Il punto di partenza per Boltanski è l’idea che tutti meritiamo di essere ricordati, poiché ciascun individuo lascia  tracce del proprio passaggio sulla terra.  Per comprendere la storia bisogna partire dalla microstoria, ecco perché nel dopoguerra si è verificato il proliferare dei luoghi della memoria, nel tentativo di spingere a una serie di riflessioni su avvenimenti drammatici che hanno segnato il nostro passato. Tale rapporto tra memoria e storia è stato affrontato dallo studioso David Bidussa soprattutto in relazione alla Shoah, sottolineando il fatto che la nostra sia ormai una memoria visuale, cioè non basata su narrazioni quanto piuttosto su visioni[4]. Tale distinzione nasce dalla constatazione che nella società mediatica, il fluire incessante di immagini determina una falsa percezione della realtà. In questo contesto la memoria diventa un atto collettivo in grado di ricucire le fratture, il vero collante capace di aggregare gli individui.

E l’arte, intesa come espressione della creatività e del pensiero, può assumere un ruolo determinante nel processo di elaborazione della memoria individuale e collettiva? Io credo di sì,  ma per farlo è necessario che le immagini diventino «tracce simboliche», al fine di attivare nella mente di chi osserva una riflessione, al di là di qualsiasi intento di mera «spettacolarizzazione» e «strumentalizzazione».

[1] H.Bergson, Materia e memoria, cap. III, in H.Bergson, Opere 1889-1896, a cura di F.Sossi e P.A. Rovatti, A. Mondadori, Milano 1986

[2] Agostino(Sant’), Le Confessioni, a cura di D. Tessore, Newton Compton, Roma 2010

[3] Régis Debray, Vita e morte delle immagini, Il Castoro, Milano 2010

[4] David Bidussa, Testimonianza e storia. Verso la Post-memoria, in La Rassegna mensile di Israel, terza serie, Vol.70, No. 2 (Maggio-Agosto 2004), pp. 17-49

Letto: 12
Marianna Leone

Amo l'arte e la musica. Sono perennemente in bilico tra sogno e realtà. Sto ancora cercando il mio posto nel mondo.

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One Comment
  1. Valeria D'Agostino ha detto:
    31 Gennaio 2018 alle 13:02

    Bellissimo articolo, molto preciso e soprattutto attuale.

    Rispondi

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