Franziska, come un suono tra il dire e il fare

Franziska è il nome di un personaggio al femminile di un testo di De Andrè, ma Franziska stasera è il nome del suono di uno stato d’animo che di getto mi ha chiesto di tirarlo fuori.

Come un altro suono che mi suona analogo al pensiero. Come Arte! Un suono che sembra sbattere contro i muri, come quei limiti che l’artista si pone quando preso troppo di sé e imprigionato da paura non riesce più ad oltrepassarli, magari non vuole, perché infondo ne rimane affezionato, come a poche altre cose. Quando l’arte si crea uno schema, allora non merita di esser definita tale. L’arte che “solo la mia arte è arte non vale un cazzo, è nulla”.  L’arte ha un compito fin troppo alto, troppo grande e ha il dovere di arrivare a tutti. Perché l’arte è un urto piacevole, quando la incontri ne rimani stordito quasi innamorato, come il primo bacio, eppure allo stesso tempo se non ha la forza di persuadere con innocenza, rischia di essere un rischio, pericolo in vista di una schiavitù. Come la maggior parte degli artisti quando credono che l’arte sia un oggetto a se, come prendere in mano un pacco di cioccolatini, ma quei cioccolatini son tanto preziosi e allora? “Non li do a nessuno”. Troviamo il coraggio di saper “scegliere” e di saper “distinguere” ma, soprattutto, troviamo il modo di poter “beneficiare” dell’arte senza alcun filtro che non sia dettato da business, supponenza, presunzione. Cerchiamo di insegnare a praticare l’arte di “guardare l’altro negli occhi” ma cerchiamo di essere totalmente noi stessi mentre lo diciamo. Franziska è quella linea sottile tra il dire e il fare, tra dire “disciplina” oppure dire “responsabilità” e indossarle.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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