QUI è la COSTA NOSTRA.

Listen: https://www.youtube.com/watch?v=hdByRJLrvY

È da un po’ di tempo che vedo i morti. Li vedo ovunque: in piazza, nei centri commerciali, in luoghi pieni, affollati, ma pure in luoghi più riparati e isolati. No, non intendo zombie vaganti e cannibali, senza un braccio o senza una gamba; intendo esseri umani in carne ed ossa, vivi, ma probabilmente monchi di coscienza.

Quando il dio del mare, Poseidone, vide ciò ch’era stato fatto dagli uomini al suo regno si adirò invocando innumerevoli sacrifici. Solo tramite espiazioni e purificazioni, infatti, si sarebbe placata la sua ira.

È facile far parte di questa schiera di morti. Basta non pensare; non pensare è il primo passo. Il secondo è blaterare; blaterare è il secondo passo. Infine, per poter morire definitivamente, occorre dimenticare il significato di “speranza”.

Quando il dio del mare, Poseidone, cominciò a ricevere i primi sacrifici da parte degli esseri umani, disperati per l’aspetto truce e terribile che il mare cominciava ad assumere, non si placò più di tanto, anzi, si adirò ancora di più.

Oh gente quanto è terribile far parte di quella schiera di morti, che vita dura, anzi che non-vita! Cos’è che differenzia questi umani vivi ma morti da quelle numerose vite vissute secoli e secoli fa ma che tutt’oggi son più vive che mai? La coscienza.

Quando il dio del mare, Poseidone, si adirò ancora di più, il mare divenne scuro e pesci enormi, creature delle più diverse fattezze, cominciarono a sgusciare fuori dall’acqua e a raggiungere i centri abitati. Non risparmiarono neppure i bambini.

C’è perfino chi dice che dalla Coscienza si sia generato l’Universo e non il contrario; essa è quanto più di inafferrabile, e al tempo stesso necessario, disponiamo.

Quando gli esseri umani, continuando a sacrificare, a compiere espiazioni, videro che niente riusciva a far placare le ire del dio del mare, Poseidone, e che mai più avrebbero riavuto il mare come prima, piansero. Una notte il mondo intero pianse per il mare perduto, così Zeus, padre del Cielo e degli dei, ebbe pietà di loro; ed insegnò una preghiera a tutti gli uomini. La preghiera giusta.

Mari,
chi mancu nu ddiu ti potti asciucari,
tèninni ‘sti manu
guàrdanni ‘nta st’ùacchi
ca ‘nzin’a prima anu ciangiutu,
nua sì ca t’avim’asciucatu.

Il mio rosario corollario coroncina di spine di pesce
è fatto da tappi di plastiche e da tutto ciò che esce
e continua ad uscire da queste marine
che pur dai nostri più anziani
sono state sognate calde piene e incontaminate.

Mari,
chi mali mai avimu pututu fhari
si mai nissunu na vulutu ‘nzegnari
a guardari e non a bidìri,
a sintiri e non a tuccari.

Offriamo libagioni che indietro non troviamo
l’atto di purificazione estremo
è un bimbo che condivide
e l’altro lato è occupato da carcassa
putrefatta asciugata puzzolente.

Mari,
nun t’avimu capisciutu
t’amu sulu prosciugatu e no vurdi
t’amu puru disseminatu
ossa e ossa e ossicini
ca un ni sapimu cchiù divirtìri.

E a chi morire vuole ancora e mi chiede
ma che fai che ti viene
dici tu che conviene
provare a riempire il vuoto mare
con la sola voglia di sognare?

E a chi muore un poco alla volta, ogni giorno, pensando al proprio perduto mare, alla propria perduta costa, io dirò: vieni con noi sei il benvenuto, qui il mare è davvero di tutti. Qui è la Costa Nostra.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

Leave a comment

  • ©2016 Manifest. Tutti i diritti sono riservati agli autori delle singole opere.
  • Il blog è stato realizzato da Siti Web Torino.