Lamezia non è una città per giovani. Fenomenologia di una guerra inventata.

“Ecco,
io e te, Meridione,
dobbiamo parlarci una volta,
ragionare davvero con calma,
da soli,
senza raccontarci fantasie
sulle nostre contrade.
Noi dobbiamo deciderci
con questo cuore troppo cantastorie.”

È inutile. Sembra proprio che dalle nostre parti si faccia tanta, troppa fatica, nel comprendere persino le più autorevoli voci della nostra cultura più alta. Questa poesia di Costabile rimarrà non capita ancora a lungo. Il bellissimo registro usato dal poeta sambiasino, che si rivolge alla propria terra come si farebbe con un fratello, un cugino, un cognato, sembra oggi inarrivabile anche nelle discussioni che consideriamo più “franche” e sincere. Le fantasie sulle nostre contrade si continuano, purtroppo, a raccontare e il cuore troppo cantastorie ce lo porteremo fin dentro la tomba. Urge tuttavia, di tanto in tanto, rivolgersi alla nostra realtà circostante con questa stessa franchezza ricercata da Costabile.

Oggi, su un importante quotidiano del sud. Uscita una piccola e semplice intervista a un pugno di ragazzi che, come tanti altri, hanno preso la decisione di lasciare l’Urbe per città ben più opulente della nostra. Apriti cielo. Il cuore troppo cantastorie richiama all’ordine e sembra non far arrivare più sangue al cervello, non abbastanza, almeno, da rimanere sul giusto binario di ragionamento. Perché è questione di binari, in ogni complessa discussione. Il nostro binario di partenza è un semplice percorso, dritto che più dritto non si può. Rendiamola semplice:

Alcuni ragazzi hanno lasciato la propria città. Per studiare, per cercare lavoro, per semplice diletto.  Alcuni torneranno. Altri no. Stop. Fine della storia. Fine del nostro piccolo e tranquillo viaggio. Troppo tranquillo, però, per la maggior parte degli astanti, per i leoni da tastiera, per chi dimentica almeno dieci volte al giorno che la distopia di una società di burattini tutti uguali, per fortuna, è ancora lontana. Una fantasia.

Già a partire dalla “partenza”. Essa, per queste menti, deve intanto necessariamente tingersi di dolore, malinconia, oppure di strafottenza, di piccolezza, di banalità. Insomma la partenza deve per forza tingersi di un qualcosa. Ma la verità è che la partenza di ognuno si tinge di colori segreti e inaccessibili per i cuori degli altri. In seconda istanza bisogna, come prefazione, esordire con le proprie personali esperienze. Perché, si sa, lo scambio da questo punto di vista è fonte di arricchimento, mentale e spirituale. Ecco, dunque, che dal primo binario sul quale eravamo ci si sposta, con un saltellino, su un altro parallelo, che a percorrerlo, tuttavia, ci si allontana sempre più dal primo. È il famoso binario dell’Io. Siccome io ho fatto così, puoi farlo anche tu. Addirittura, per altri, è necessario fare così. Al massimo, il più discreto, arriva a dirlo per fonte indiretta. Magari è un cugino, o un amico, che ad aver fatto-in-questo-modo ha scoperto il segreto per un nuova sociologia basata sul rafforzamento sociale, sul miglioramento delle condizioni economiche, magari persino il segreto per distruggere la mafia e il malaffare. Accanto al binario dell’Io, un altro percorso, molto più tortuoso e vecchio come il mondo sembra arrivare fino alle profonde oscurità di una guerra tra due specie diverse. La guerra più inutile della storia: quella inventata dai nostri soliti viaggiatori di cui già accennavamo le dubbie facoltà di raziocinio. Secondo i loro dettami, per farla breve, da una parte ci siamo “noi” che amiamo veramente la nostra terra, che rimaniamo, che ci rimbocchiamo le maniche, che lottiamo contro il malaffare e la corruzione, e dall’altra parte ci sono queste personcine evidentemente deboli, che “scappano” (e su questo verbo, al massimo, il mio unico punto discordante sull’articolo di oggi). Ma non solo. Queste persone sono pure ipocrite, si crogiolano, hanno scelto le comodità, intanto perché andar via implica un necessario sostentamento economico. E addirittura si prendono il lusso, di tanto in tanto, di esprimere giudizi sulla terra da loro dimenticata. Per non parlare di chi tenta, persino da lontano, di mantenere un piccolo filo fatto di curiosità costruttiva e competenze di ogni tipo. Ma non sono, dopotutto, persone molto simpatiche? Non quest’ultimi che “scappano”, dico quelli che s’esaltano facilmente inscenando questa vera e propria battaglia civile. Infine, una menzione speciale, va ai cosiddetti “economicocentrici”. Per questi curiosi esserini è decisamente improbabile pensare alla vita, al viaggio, al lavoro, senza delle categorie capitalistiche d’un guadagno sempre maggiore. Ma sono ovunque, eh! Anche nella gente onesta e generosa, per carità! Semplicemente non ci si capacita del fatto che si possa cambiar vita, andar via, tornare, pur senza mettere in crisi il portafoglio. Ma la crisi c’è… innegabile questo, assolutamente.

Ora, sul mio punto di vista del restare o dell’andare, non mi esprimerò affatto. Col nome “Manifest” lo abbiamo fatto e rifatto più volte, e continuiamo a farlo aggiornando giorno dopo giorno il nostro pensiero. Già, perché la nostra mente pensante ha bisogno, ogni tot di giorni, di aggiornarsi, proprio come le App sul nostro telefonino. E quando la memoria è troppo piena? Disinstalliamo pure qualche vecchio preconcetto, qualche vecchia categoria che oggi, nel presente, non ci serve più. Si potrebbe chiamare anche: evoluzione del pensiero. E anche questo ci insegna Costabile. Basterebbe leggersi tutte le sue poesie che, al di là della bellezza o del valore letterario, mostrano un chiaro cambiamento nel corso del tempo. Anche se nel suo caso la storia terminò tragicamente per semplice e rispettabile resa umana. Come nella poesia, è quando cambia lo stile che è avvenuto un vero cambiamento di poetica. Quando cambierà la nostra poetica?

Alla mia terra non mi rivolgerò mai più con quello stesso registro di Costabile. L’ho fatto per l’ultima volta qualche giorno fa, scrivendo un amaro e malinconico addio che manco io so se si avvererà oppure no. Ma intanto è scritto. È a coloro che vedono con convinzione – e che fomentano – questa guerra immaginaria che vorrei rivolgermi. Perché un giudizio?  Dal commentare un articolo (così semplice e poco incisivo da non lasciare adito a nessuna discussione, visto che persino i ragazzi intervistati hanno storie conosciute e rispettate di prima mano) a tirar fuori i pugni per poter dire che la mia bandiera è più alta della tua ne passa. Come? Ognuno dice la sua? Ma certamente! Nella misura in cui, però, non si lanciano giudizi su quella degli altri. La mia ad esempio sta nel titolo di questo articolo, finora rimasto là: Lamezia Terme non è una città per giovani. Magari sbaglio di grosso. Boh. Capiamoci, siamo davvero in tanti, e molti davvero di gran cuore e passione, molti che si impegnano, ma veramente eh! Tanto di cappello a chi è rimasto senza andar via, tanto di cappello a chi è tornato e ha messo qui in pratiche le sue indiscutibili doti e competenze acquisite a Berkley o a Milano. Davvero, mi piacerebbe molto sentire le vostre storie, sarebbero tutte molte interessanti, ne son sicuro, e riempirebbero giornali per settimane e settimane. Ma lasciatemi scappellare, come diceva un mio avo, con la stessa riverenza e lo stesso rispetto a coloro che sembrano “scappati” ma in realtà non lo sono. E persino a quelli che hanno dimenticato con vero dolore ogni cosa. Tanto i migliori siete voi, da una parte e dell’altra. Un giorno, forse, vi chiederò consigli sul mio futuro ch’è ormai presente da troppi anni. Ma fino a quel giorno decidiamoci per davvero, facciamolo insieme. Decidiamo che Lamezia è una città anche bella, certo con molti problemi, ma per fortuna con molti valorosi cavalieri che si fanno in quattro per difenderla. Ma decidiamo anche che chi dice o fa quello che noi non diciamo o non facciamo possa essere eletto al nostro stesso rango cavalleresco? O addirittura che possa superarci? Lasciate che ve lo dica uno come me che il cuore troppo cantastorie non se lo leverà mai, uno che le maniche non sa neppure come stanno non rimboccate, uno che andrà via a metà e a metà della metà ritornerà: non rompetemi i coglioni. Fate quello che volete. Senza dar conto a niente che non sia il vostro animo.

Domenico D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisei anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

Leave a comment

  • ©2016 Manifest. Tutti i diritti sono riservati agli autori delle singole opere.
  • Il blog è stato realizzato da Siti Web Torino.