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La figura incatenata di Qayin entra. Non v’è nulla in scena, soltanto una sedia, al centro, illuminata. Qayin è vestito con un grosso straccio bianco su cui è colorata una grande X rossa.

Voce femminile sussurrata fuori campo sui primi due minuti della Marcia funeraria di Sigfrido di Wagner.

Qayin… Qayin…
La tua mano è pietra sul collo, tuono sulla terra.
Sei fuoco dalle viscere, Qayin, fuoco dalle viscere.
Il tuo indugiare è figlio della tua discendenza, il tuo volere appartiene a te, a te soltanto.
Metafora della Storia, Qayin, metafora della Storia.
Non desideri diventare metafora della Storia?
La Storia è figlia di tuo padre, come te Qayin.
Pietra sul collo la tua mano, movimento meccanico d’una moltitudine. Perché indugi ancora? Perché indugi?

Nel silenzio, dopo la musica, Qayin si siede lentamente e inizia a parlare.

Come credete che mi senta?
Un po’ freddo, un po’ molle.
Ho ammazzato Abel, mio fratello, e un segno è sceso su di me dal cielo; un fulmine mi colpì, potente ma delicato allo stesso tempo.
Come credete che mi senta?
Ho freddo. Queste catene sono fredde. Io sono freddo.
Levatemi queste catene. Dove credete che possa fuggire?

(Urla) Levatemi queste catene!

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]

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