La vecchiaia non è solo donna

C’è un periodo in cui lo specchio inizia a stare antipatico, lo si rifiuta, e spesso coincide con i capelli bianchi, con il pensionamento dal lavoro, con i pregiudizi.

Un periodo che è pure tempo di meditazione, di nuove pagine ancora da riempire, quel momento di spensieratezza, fatto di meraviglia. È la vecchiaia. Sull’invecchiamento si sono trovati a discutere docenti universitari, addetti ai lavori, esperti di medicina, di sociologia, tutti abbinando l’invecchiamento al tempo, all’età. E spesso l’invecchiamento non è altro che un modo per disprezzare il tempo, per interpretare in senso negativo qualcosa che è passato, che non torna più indietro, ch’è dimenticato. S’è spenta la luce.

Alcuni la chiamano ‘terza età’, quel periodo di estrema nostalgia, in cui si necessita reinventarsi. Ebbene, c’è da chiedersi: perché in questo periodo l’età della donna viene percepita in modo discriminatorio rispetto a quella dell’uomo? La donna che entra in menopausa non può più portare a termine il compito primario assegnato sin dai tempi antichi ad oggi dal pensiero patriarcale e maschilista: la procreazione. Allora la donna è finita, ha smesso la sua missione. Non serve più.

Ed ecco che la donna, già debole da sempre per il solo fatto di essere donna, per motivi storici, economici, sociali, politici, diventa con la vecchiaia ancora più debole, perché non più in grado di fecondare. Ma ciò, invece, non avviene per il mondo maschile. Anzi, il più delle volte l’uomo maturo, l’uomo che invecchia, viene visto all’apice del suo prestigio, del suo potere. L’uomo rimane l’eterno fanciullino, l’eterno Peter Pan, indipendentemente dall’età, dalle rughe sul viso, anzi, in tal caso quelle rughe non possono che aumentare i punti del suo fascino.

Ne parla Francesca Rigotti, nel suo “De Senectute” (Einaudi, Torino) uscito lo scorso 20 febbraio e che sarà presentato l’8 marzo alle 18,30 nella Sala Amber 4 di Fieramilanocity nell’ambito della manifestazione ‘Tempo di libri’.  In particolare, il De senectute di Rigotti può essere letto come un viaggio a ritroso per restituire alla vecchiaia della donna quello che la cultura maschile nei secoli le ha tolto. La Rigotti, declina al femminile il tema della vecchiaia, parola scomoda, che per Jung era ‘la seconda metà della vita’, e probabilmente la preferiva alla prima.

“La menopausa non è una botola nella quale si precipita e la senilità non è (forse) una conseguenza necessaria della senescenza, quanto (forse) il prodotto artificiale di una società che respinge i suoi vecchi” e li ingoia come Kronos faceva con i neonati.

Aperta fino ai primi di Marzo al Museo Belvedere di Vienna la mostra “Aging Pride”, curata da Sabine Fellner. Esplora l’avanzare degli anni non come memento mori, ma come repertorio di stati psichici ed esistenziali tra loro diversi, attraversati da coraggio e vitalità, ma anche da malinconia e rassegnazione. Come afferma Vittorio Lingiardi nell’articolo de La Domenica de Il sole 24 ore “Mi ha fatto pensare a Winnicott che, da quel grande psicoanalista che era, diceva, quasi poeticamente, <<Possa io essere vivo quando morirò>>.

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