Nella casa dei guerrieri, i guardiani della Calabria

E’ ancora notte quando è tempo di svegliarsi. La vestizione è un momento sacro: gli indumenti saranno una corazza contro le intemperie e il gelo. La via prosegue al buio. La porta della Calabria è la meta. Qui, come una barriera posta verso il resto della penisola, si erge il massiccio del Pollino. Ai piedi della montagna volti scuri tradiscono l’emozione prima della partenza: anche il sentiero più noto è ogni volta nuovo per chi lo percorre.


Sopra di noi un cielo terso e azzurro accompagna il cammino, insperato aiuto nella stagione invernale. L’ascesa procede tra faggi spogli delle proprie fronde. Il freddo è il padrone di questi luoghi: pochi passi e la strada si presenta ghiacciata. Chiusi negli abiti, con passo attento e cauto, cerchiamo di proseguire sulla salita sfidando l’accidentato terreno. Ci stringiamo e tendiamo le braccia gli uni verso gli altri per restare saldi sul ghiaccio.


Al termine della salita si raggiunge Piano Toscano, porta di accesso alle principali vette del Massiccio. Sulla destra, alle nostre spalle, si staglia Serra del Prete e, volgendo lo sguardo da Ovest ad Est si osserva dapprima il Monte Pollino, Serra Dolcedorme, Serra di Crispo, Serra delle Ciavole. Il sole risplende in alto e la neve riflette i raggi del sole, illuminando ogni angolo.

Di fronte allo spettacolo offerto dalle cime innevate la mente e il corpo si fermano. L’iper-connessione e la conoscenza immediata a portata di mano, pronta e confezionata, sviliscono le sensazioni autentiche. E’ sempre più difficile stupirsi per qualcosa e trovare nuovi stimoli in ciò che ci circonda nel quotidiano, venendo ogni cosa semplificata e banalizzata. Ciò che è naturale, invece, riesce a conservare ancora la propria identità e restituisce a chi osserva sensazioni che nessuna immagine o descrizione possono dare. E’ necessario venire qui sopra per sentire e capire la montagna.

Qui sopra, qui in alto, non c’è la mano distruttiva dell’uomo. Non ci sono strade comode.I mali dell’uomo da poco non possano arrivare qui. Si tende ad attribuire ad ogni cosa valori e significati che nulla hanno a che vedervi . Anche questo è il prodotto omologante dell’attuale modo di intendere la conoscenza, della ubris infinita dell’uomo moderno. Occorre semplificare, ridurre il tutto a banalità: troppo complesso scendere nello specchio dell’anima, troppo complesso comprendere. Quindi ecco che la Natura non è più qualcosa di unico e di diverso da noi, ma un oggetto che ci appartiene e che riteniamo di poter piegare alle nostre esigenze. Il meccanismo appena descritto di semplificazione reca in sé l’atteggiamento mentale e culturale che ogni ostacolo, piuttosto che essere affrontato, possa essere aggirato. Se non comprendo qualcosa posso comprenderla dandovi un significato diverso; allo stesso modo se non riesco ad ottenere un risultato con le mie forze posso raggiungerlo attraverso scorciatoie. La montagna è ciò che più di elitario vi sia: puoi arrivare in vetta solo contando sulle tue forze. Ti mette alla prova, sa essere spietata, può piegare la volontà più salda. Bisogna far affidamento solo su sé stessi. Non esistono imbrogli e “raccomandazioni”. Giudice imparziale la montagna.

Difendere ciò che è naturale non significa abbracciare un’ottica esclusivamente ambientalista fine a se stessa, ma comporta riconoscere il valore educativo del naturale  e il senso profondo di dignità dell’uomo: ovvero la capacità unica di trarre insegnamenti da ciò che lo circonda e di riflettere quanto appreso nella propria personalità. Abbiamo testimonianza della forza della montagna. Ecco, di fronte a noi, i guerrieri del Pollino, gli autentici difensori del posto: siti al termine di una salita si manifestano due meravigliosi esemplari di Pini loricati, definiti “le sentinelle”.

La lorica era un tipo di armatura in uso presso le legioni romane, composta da piccole squame di metallo unite tra loro. Così si presenta la corteccia del pino, come una corazza contro le avversità. Albero maestoso e massiccio, reca su di sé i segni dell’adattamento al luogo impervio: gli esemplari che crescono su terreni aperti arrivano a misurare fino a 40 metri assumendo forme slanciate ed armoniche, quelli che si sviluppano su rocce si presentano contorti e bassi per resistere al vento sferzante. Longevissimo, sul Pollino sono presenti esemplari pluricentenari ed alcuni superano abbondantemente il millennio di vita.
Il primo incontro è come osservare qualcosa che proviene dal passato e che si è studiato solo nei libri.  Di fronte non si hanno due alberi, ma due guerrieri nelle loro corazze, fermi, sulle loro posizioni, in attesa. Alzo lo sguardo e mi aspetto che da un momento all’altro possano muoversi e sbarrarci il cammino, muovendo contro di noi radici, rami e gli elementi della montagna. Riconoscono in noi buone intenzioni, ci lasciano passare.


La maestosa dignità di questi soldati è commovente: sono lì da centinaia di anni, resistendo al freddo, ai fulmini, alle tempeste, alla neve, al gelo. Sono ancora lì che difendono questi luoghi. La vera forza non è quella dimostrata, ma quella che viene disciplinata e che viene trasmessa attraverso il proprio contegno.
Passiamo oltre, la meta è quasi raggiunta. Ci fermiamo in mezzo a molti altri giovani pini loricati, consumiamo un pasto frugale ma conviviale, riposiamo e imbocchiamo la via del ritorno.
Pure oggi la montagna ci ha donato molto. Ripensiamo ai guerrieri solitari. Anche noi combatteremo per casa nostra.

Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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