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Aveva 51 anni, capelli scuri, e un cuore nobile, ma soprattutto era un onesto lavoratore, ricordato da tutti come una brava persona: Armando lascia la sua famiglia, a causa di un malore improvviso proprio mentre lavorava nell’ingrosso di orto frutta in via del Progresso dove trascorreva parte delle sue giornate, lo scorso venerdì notte. Al pronto soccorso di Lamezia confermano un arresto cardiaco. All’indomani, verso le 22 di sera, sui social network comincia a girare un video diventato virale in pochi minuti, a cui seguono poche righe a caldo sulle prime testate online locali. “Celebrato funerale rom al quartiere popolare Ciampa di Cavallo nonostante i divieti covid19”. I link fanno il giro di whatsapp, su Facebook si raccolgono le reazioni di chiunque, tutti dall’interno delle proprie quarantene casalinghe sono indignati per quanto accaduto. Ebbene si, in barba a tutti i divieti i rom si sono ugualmente riuniti per dare l’ultimo saluto ad Armando. Un gesto umano, profondamente sentito, doloroso, che chiunque, specie fra coloro i quali negli ultimi due mesi hanno perso i propri cari a causa del maledetto virus, avrebbe voluto fare ma non ha potuto fare.

Nel cortile della Ciampa di Cavallo, il quartiere adiacente l’ospedale civile e vicino al Commissariato di Polizia, ci sono decine e decine di persone, come si evince dall’unico video che da due giorni sta girando l’Italia, ci sono pianti, applausi, e palloncini bianchi volano in cielo. Il risveglio di domenica non farà presagire un giorno di riposo qualunque. La Polizia, intanto, ha avviato delle indagini, mentre il sindaco della città, l’avvocato Paolo Mascaro appena sveglio dichiara al Corriere della Calabria di essere del tutto sorpreso e “sconcertato”. Poi parla del mancato rispetto delle regole, una cattiva condotta da cui spera emergano dei provvedimenti. La mattinata prosegue con reazioni varie sui social, cosa prevedibile, e del funerale rom con le immagini della bara in cui è racchiuso il brav’uomo di 51 anni se ne parla anche nella edizione delle 13:30 del Tg1. Fra le reazioni, non solo comuni cittadini, non solo gruppi facebook e whatsapp nei quali piovono commenti di forte disprezzo, con insulti, cattiveria gratuita, verso i rom, da sempre messi ai margini della intera società, ma anche post da parte di alcuni consiglieri comunali.

L’attenzione resta alta a proposito del fatto specifico, che sappiamo riconoscere tutti di per sé tanto grave quanto ingiustificabile, ma in pochi (si contano forse sulle dita di una mano) provano a raccontare il fatto nella sua complessità. Già, perché sfido chiunque a dire il contrario: la vita quotidiana dei rom è da decenni un problema, che tocca le coscienze (solo in apparenza), con dentro innumerevoli problemi che hanno a che fare con la mancata sicurezza e tutela nei loro confronti, dal punto di vista socio sanitario e sociale. Non si può non tener conto, insomma, della complessità di cui essi sono investiti. Peccato, però, che in molti fra gli oratori dell’ultima ora siano caduti non solo in una interpretazione spicciola e residuale, ma pure in un racconto di doppia retorica contro chi provava a vedere un po’ più in là, ma ahimè qui non attacca. “Nessuno ha parlato di rom, si parla solo del funerale. Sbaglia chi parla di rom perché non li tratta come gli altri”. Questo il succo del discorso di cui sopra. Ma non attacca perché, intanto, si può parlare benissimo di rom allo scopo di mettere in luce un’uguaglianza che rispetti le differenze, e poi perché nella fattispecie si parla della complessità dei rom, non di rom e basta, quella diventata per molti solo uno slogan politico utilizzato sotto campagna elettorale, per comprare e vendere voti a 30-50 euro a persona. Uno slogan poi dimenticato e conservato per i prossimi 5 anni, sempre che non sia verifichino scioglimenti comunali per mafia.

Ma a che serve tutto questo preambolo? Non certo a fare lezioni di sociologia o antropologia, sebbene non fosse del tutto inutile, serve a fare capire alla città, ai cittadini tutti, amministrazioni comunali che si succedono, associazioni, volontariato, servizi sociali, ecc, che il funerale del signor Armando chiama dopo tanto tempo agli attenti, ed è necessario però rispondere con piena responsabilità e coscienza, non con pressapochismo, delineando un fatto di cronaca se seppur grave resta circoscritto. No. Negli ultimi due mesi, nel pieno dell’emergenza Covid-19, i rom del campo di Scordovillo e di Ciampa di Cavallo sono stati abbandonati a se stessi. Eppure nei supermercati a fare la spesa fra i primi ad indossare le mascherine erano proprio loro, i rom. Ad inizio marzo c’è stato un controllo per un sospetto caso positivo, poi dichiarato negativo, ma dopo di allora non è arrivato nessuno per attuare dei controlli, per parlare di regole, per fare prevenzione. Per dire che i funerali, ad esempio, sono vietati. L’avrebbero fatto lo stesso, magari, ma il discorso non cambia. Solo 10 giorni fa sono state donate 100 mascherine dal comune.

Nell’ultimo mese a parlare del rischio di un possibile focolaio solo la Gazzetta del Sud e poi il Corriere della Calabria. Fra i consiglieri comunali, dalle 50 sfumature di grigio, è regnato il silenzio. Certo, la voce non è necessario passi solo sui social o sulla stampa, ma in concreto da testimonianze dirette di rom nessuno si è visto né sentito. Allora oggi la voce ritorna, durante il fatto eclatante. Ritorna ed esce allo scoperto. Le sfumature prendono colori precisi, come emerge dal linguaggio e dai commenti con cui si esprime la rabbia attorno al fatto. Ma prima… prima non c’era niente.

Così come non c’era niente sui tavoli istituzionali nei decenni passati, a tutela dei rom. L’ultimo progetto che in qualche modo era disegnato ad hoc per una più dignitosa sistemazione per i rom l’aveva elaborato l’allora sindaco Doris Lo Moro. Ma fu infangato dalle stesse forze politiche attive sul campo. Oggi, nella voce indignata dei più non si distingue l’attivista, il cittadino, o il consigliere di sinistra da quello di destra. Sono tutti uguali, nella loro ostilità, nella mancata lucidità, coerenza. Andando oltre, nei commenti del post del consigliere comunale di sinistra Rosario Piccioni, su facebook, ci sono applausi all’autore del post seguiti da odio e linguaggio razzista fino all’inverosimile. Peccato costatare che la maggioranza dei commenti a sinistra proviene proprio da destra, o per meglio dire da persone estremamente ignoranti, arroganti, presuntuosi, e fascisti. “Sparare a vista, parassiti, piaghe, non vogliono integrarsi, chiamatemi pure razzista ma i rom di Lamezia sono dei criminali”. Sono solo alcuni dei commenti, e nella essenza sono gli stessi che si trovano altrove, a parte facebook, sono le menti dei nostri concittadini, che ricoprono più cariche nella società, dal docente, al dipendente comunale, al letterato, all’operario, al commesso, e c’è pure chi fa parte di associazioni pesudo culturali, di volontariato, c’è chi in questo periodo sta distribuendo mascherine, chi ha sostenuto le liste di Massimo Cristiano, (fra i primi negli anni a premere su sfratto e ruspe al campo rom) la Lega, ex esponenti di Forza Italia, chi insomma si loda di tenere valori come la solidarietà e la generosità, giovani imprenditori, e c’è pure una icona dell’antimafia.

Oggi la parola cultura è sulla bocca di tutti. Ci si improvvisa attori, operatori culturali, giornalisti, blogger, addetti al social marketing, ma in pochi riescono a riempirla di contenuto abbinandola al sociale, perché un sapere, una competenza, o una professione, a nulla possono valere senza che dall’individuale passino al collettivo. Anche fra i più acculturati, o fra chi sulla carta si occupa di sociale, c’è chi ha perso le speranze. Si pensa ai rom come a un caso perso, quanto ad “integrazione”, quando si dovrebbe parlare semmai di ” inclusione”, ma occorre sapere andando finalmente oltre gli stereotipi, che ci sono molti rom che lavorano onestamente, che hanno messo su famiglia, che vivono tranquillamente in case popolari, e sanno anche essere altruisti. Il campo rom e la ciampa però vivono in condizioni disastrose. Ma non è vero che a loro sta bene così, loro la vogliono davvero una vita diversa. Stanno aspettando  uno sguardo risolutivo di aiuto da oltre 20 anni. Quando comincia ad attuarsi la “prossimità” a cui invitava a guardare lo scorso luglio al campo rom il vescovo Giuseppe Schillaci?

Cosa ci si poteva aspettare? Dopo lunghi anni di abbandono, di dimenticanza, che i rom si ricordassero solo dei doveri? E i diritti? Cosa ci si poteva aspettare, adesso, che di fronte alla grande indifferenza che li circonda da sempre potessero forse mettere da parte quella tragedia greca, fatta di tradizione secolare, che gli appartiene come poche altre cose al mondo? Che stessero buoni, in un angolo, continuando a fare gli invisibili? Dopo il rito funebre, durato 12 minuti, di saluto ad Armando, l’intera città di Lamezia in un giorno di quarantena da Covid-19 chiusa dall’interno delle sue confortanti case, dietro un pc, o uno smartphone si è dimostrata più insensibile e superficiale di sempre.

Nel mentre che gli organi competenti facciano il loro lavoro, riguardo un fatto che non doveva succedere, ci si augura che Armando riposi in pace, avendo ancora davanti a se il sorriso della sua famiglia e di tutte le persone che lo hanno amato. Che sia però la volta buona che la politica, tutta, impari la lezione.

 

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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