Addio Anatolia – Didò Sotirìu

Nel 1923 la scomparsa dell’Ellenismo dalle terre in cui era insediato da 3000 anni.

“Oh venisse la morte

Venisse solo da Dio.

E non mai dagli uomini,

che dividono altri uomini”.

Il Trattato di Losanna del 24 Luglio 1923 impose il trasferimento forzato di oltre un milione di Greci dalla Turchia alla Grecia e di circa 400.000 turchi dalla Grecia alla Turchia.

Come si è giunti a ciò?

Addio Anatolia (Ματωμένα Χώματα – Terra insanguinata in greco) racconta il trauma storico e culturale dell’espulsione dei greci dall’Asia Minore in seguito ai tragici eventi della Guerra greco-turca del 1919-1922.

L’autrice Didò Sotirìu è una Greca dell’Anatolia, nata nel 1909 ad Aydin, nell’odierna Turchia. Nel 1921, in seguito alle vicende narrate in Addio Anatolia, si trasferì esule ad Atene, dove morì nel 2004. Durante l’occupazione nazista della Grecia partecipò alla resistenza contro l’esercito invasore.

Addio Anatolia è una delle opere letterarie più apprezzate sia in Grecia che Turchia. Certamente il merito dell’autrice è di non cedere alla partigianeria: non è in scena la contrapposizione tra Grecia e Oriente, ma la tragedia millenaria dei Greci d’Oriente coabitanti con i popoli musulmani: non ci sono Greci o Turchi malvagi, ma solo persone che sono vittime e pagano colpe non loro”, dice Sotirìu. La maturazione della tragedia in sé, il non aver trasformato il dolore in rancore si coglie nel saper declinare il concetto che non sono gli Stati e i confini a creare un popolo, ma il complesso di relazioni che quel popolo crea con se stesso e con gli altri.

La comprensione dei legami culturali tra Greci e Asia Minore è fondamentale per capire la portata tragica che i fatti del 1922 hanno per il mondo greco moderno. Il mito fondativo della Grecia affonda le proprie radici nello scontro-incontro con l’Oriente piuttosto che con l’Occidente: non a caso Omero narra della guerra di Troia, sita proprio nell’Anatolia (ἀνατολή ‘dal luogo ove sorge il sole’, e quindi ‘Oriente’).

Nell’Asia Minore, durante l’epoca Classica, sono fiorite ricche e prospere poleis: Efeso, Samo, Alicarnasso, Smirne, Mileto. Nella sua cornice vennero esaltate le arti: Saffo era originaria di Lesbo, Alceo di Mitilene.

Per lungo tempo, inoltre, l’Impero Bizantino unì Grecia e Oriente, con centro nevralgico in Costantinopoli. Nella cultura greca è maggiormente sentito il rimpianto della caduta di Costantinopoli (1453) piuttosto che la fine dell’esperienza della Grecia Classica. Ciò al punto che, nel 1844, il primo ministro greco affermò: «il Regno di Grecia non è tutta la Grecia, ma solo una parte, la più piccola e la più povera».

Grande parte nei fatti del 1922 ebbe la Megali Idea, la Grande Idea: essa esprimeva la volontà di annettere allo Stato ellenico tutti i territori abitati da popolazione di etnia greca sotto un unico grande Stato unitario, con Costantinopoli capitale al posto di Atene.

Semplicisticamente inquadrabile come prodotto del nazionalismo greco, la Megali Idea è in realtà profondamente ancorata nella coscienza religiosa dei Greci, desiderosi di ricondurre Costantinopoli alla Cristianità.

I Greci dell’Asia Minore hanno, dunque, abitato ininterrottamente l’Anatolia per 3 millenni, dall’11° secolo a.C. fino al 1922[1]. Secondo alcune stime[2], intorno al 1920, su un totale di 16 milioni di abitanti dell’Anatolia, 1,6 milioni erano greci e 2 milioni armeni. Ciò a testimonianza della varietà di popoli e culture che – nonostante le differenze religiose – hanno convissuto nell’Asia Minore. Alle comunità cristiane venivano riservati i dhimma, ovvero patti di protezione tra i non musulmani e l’autorità di governo: i cristiani erano ammessi alla vita economica e sociale e beneficiavano dell’esenzione dal servizio militare in favore dell’Impero Ottomano.

Centro nevralgico dello spirito greco in Anatolia è la città di Smirne.

Rispetto a questo immenso arco temporale Addio Anatolia si colloca agli inizi del 900′ e ripercorre, nelle sue 4 parti, le vicende storiche e umane che, in soli dieci anni, portarono i Greci ad abbandonare l’Anatolia per sempre.

 

1 – La vita in tempo di pace

Il racconto segue le vicende di Axiotis Manolis, un giovane contadino dell’Asia Minore che sarà testimone e narratore dei rapidi e imprevedibili cambiamenti che stravolgeranno la vita di molti. In un’Anatolia rigogliosa, Greci e Turchi prosperano insieme, mischiando vizi e virtù. Sotirìu descrive l’Asia Minore della sua infanzia come un paradiso in terra; tutto il giorno e tutta la notte le campagne sono percorse dalla melodia dei violini, degli ut, dei saz, dei dumbelek. All’ombra degli alberi le persone ballano danze popolari come il karsilama, il chasapiko e lo zeybekiko. Il calore dell’Anatolia e la generosità della terra spingono a cantare in ogni occasione, lieta o triste, sin dal momento in cui si aprono gli occhi al mattino.

Un tratto di costa dell’Anatolia

Il viaggio in Addio Anatolia ci fa spogliare del dogma del confine. Scrive Sotirìu: “anche se la lingua che parlavamo al nostro villaggio era il Turco, dalle nostre parti di Turchi non ce n’erano. Nei nostri cuori ardeva inestinguibile, come quella dei lumini delle chiese, la fiammella dell’amore per la Grecia, per la nostra madrepatria”.

La modernità, invece, reca con sé il dogma del confine netto e preciso. E’ un pensiero tipicamente moderno, che ben si attaglia all’addomesticamento dei popoli, credere che in un dato territorio ci sia un gruppo sociale dominante e tutto ciò che se ne discosta sia straniero. Questa prospettiva è il frutto degli stravolgimenti sociali causati dalle guerre e dalle crisi umanitarie del 900, che hanno sia ridisegnato i confini ma anche modificato o tentato di cancellare popoli da secoli insediati in dati territori.

 

2 – Amele Taburu

Nel 1912 le tensioni che contrapponevano la Serbia, la Bulgaria e la Grecia nei confronti dell’Impero Ottomano sfociarono in una guerra, vinta infine dalla Lega Balcanica. Da questi eventi si giungerà allo sterminio della popolazione Armenia in Anatolia e alla cacciata dei Greci dalla Turchia. Particolarmente cruenti furono i crimini di guerra perpetrati da entrambe le parti, specialmente ad opera degli eserciti Serbo e Bulgaro in danno dei popoli musulmani albanesi e macedoni[3]. Interi villaggi turchi della Tracia vennero dati alle fiamme, la popolazione musulmana venne fatta prigioniera e costretta a conversioni forzate o a deportazioni.

Profughi turchi in fuga dalla Tracia riparano a Istanbul

L’eco delle atrocità della guerra minarono i rapporti tra i popoli dell’Impero Ottomano. Le correnti nazionaliste turche criticavano l’impronta cosmopolita dell’Impero, vista come uno svantaggio, insinuando nella popolazione musulmana il sospetto verso i greci e gli armeni. Ciò venne favorito dal fatto che le reclute cristiane, sempre esentate dalla leva fino al 1909 e frettolosamente chiamate alle armi per la guerra balcanica del 1912, tendevano ad opporsi alla mobilitazione ed erano facili alla diserzione. Tutto ciò portò il governo e le forze armate ottomane ad assumere un carattere progressivamente più “islamico” e “turco”, usando come propaganda i crimini subiti dai popoli musulmani dei Balcani.

Tra il 1913 e il 1914 l’Impero Ottomano si avvicinò politicamente alla Germania e fece parte della Triplice Intesa durante la Prima guerra Mondiale.

Memori della insoddisfacente prova mostrata dalle reclute cristiane durante la Guerra dei Balcani, all’alba del conflitto mondiale vennero istituiti gli Amele Taburu, “battaglioni del lavoro”, ai quali venivano destinati i greci e gli armeni arruolabili. Le pessime condizioni di vita, le vessazioni dell’esercito, le epidemie e le marce forzate causarono la morte di molti giovani. Nel frattempo, i villaggi e le proprietà dei greci e degli armeni venivano saccheggiati e distrutti, l’illegalità dilagava dando avvio a vendette e faide tra comunità prima coese.

Uomini dei battaglioni del lavoro

Fu in tale fase che venne piantato il seme del male. Gli Ottomani, temendo che la popolazione armena si sollevasse in favore dei Russi, avviarono le deportazioni di massa verso il deserto Siriano senza alcuna vera destinazione: furono marce della morte. Circa 1,5 milioni di Armeni persero la vita[4]. Il sistematico ricorso a metodi organizzati di sterminio venne studiato e supportato dagli ufficiali tedeschi, i quali acquisirono le conoscenze necessarie per porre le basi al futuro sterminio degli ebrei d’Europa[5].

Le sorti della guerra, tuttavia, furono sfavorevoli agli Ottomani e al termine delle ostilità la Turchia venne divisa in varie sfere d’influenza. In corrispondenza di Smirne, città a maggioranza greca, aveva centro il Protettorato Greco.

 

3 – Arrivano i Greci

La terza parte segna il capovolgimento, lo stravolgimento di una vita. L’esercito greco, approfittando della debolezza ottomana, sbarca in Anatolia il 15 Maggio 1919. Da lì tentò di addentrarsi nelle zone interne della Turchia. L’apparizione dell’esercito fu accolta dall’euforia della popolazione greca. Interi villaggi festeggiavano la liberazione dalla presenza turca, ovunque era un tripudio di parate e di vie adornate con le bandiere greche.

“E’ arrivato l’esercito greco”

L’invasione, tuttavia, incontrò una sempre maggiore resistenza turca. Col complicarsi delle operazioni, i Greci iniziarono a ricorrere alla violenza indiscriminata nei confronti della popolazione turca. Ciò rese ancora più fieri e determinati i difensori, i quali passarono infine al contrattacco respingendo i Greci fino alla costa.

A prescindere dall’esito delle operazioni, l’equilibrio tra i popoli non potrà più essere ricostruito, talmente profonde sono le ferite incise. Dallo scontro locale tra popoli si passa alla contrapposizione tra Greci e Turchi in quanto appartenenti a nazioni differenti. Lo scontro non è più tra individui, ma tra idee.

In questa parte del racconto la narrazione di Sotirìu si amplia, diventa generale, tende a spersonalizzare le vicende. Se in precedenza l’autrice narra nel dettaglio dolori e sofferenze, a questo punto delle vicende non c’è più spazio per l’uomo. La guerra assume le sembianze di una macchina o di una fabbrica, che fagocita gli uomini e li trasforma in ideali incolori.

Anche il protagonista, Axiotis, si scoprirà meno umano di quanto credeva, uccidendo – involontariamente – durante una tortura un valente capitano turco. Tale evento segnerà profondamente il nostro protagonista. Intanto, le voci del dissenso all’interno dell’esercito greco crescono. Impersona questo spirito l’arguto Drosakis, una sorta di Socrate moderno. La sua voce foriera di verità non può essere accettata in un esercito, che si scoprirà lontano dagli ideali propagandati.

Evacuazione di soldati greci feriti

 

4 – La catastrofe e la poesia

La spedizione greca, a fronte degli iniziali successi, andrà in contro ad un catastrofico fallimento. La resistenza turca si trasforma in contrattacco, cui segue una disorganizzata rotta greca. La ritirata dell’esercito è seguita da folle interminabili di profughi greci. Alle loro spalle l’esercito turco e bande di irregolari saccheggiano e distruggono quanto rimane delle case dei greci in fuga, torturando e uccidendo chiunque capiti dinanzi a loro.

La ritirata disperata termina a Smirne, dove l’esercito viene portato via dalla flotta greca. Almeno un milione di profughi greci viene abbandonata al proprio destino. Il 19 Settembre 2022 dalle colline attorno a Smirne calano i Turchi, che fanno strage della popolazione. Per giorni interi i quartieri della città vengono dati alle fiamme per stanare i nemici. Al largo della costa le flotte inglesi e francesi assistono indifferenti al massacro.

Dai ponti delle navi, ufficiali e militari possono ora godere di uno spettacolo tremendo, avendo il punto di osservazione perfetto per immortalare quanto avvenga a pochi metri da loro. Nessuno sparo, neppure di avvertimento, venne udito partire dalle navi.

Un quartiere di Smirne dato alle fiamme.

Nella mitologia greca la divinità Nemesi è il tramite degli Dei per punire la ubris umana. E’ curioso notare che con Nemesi i greci intendessero tanto la Giustizia quanto la Vendetta. L’invasione della Turchia doveva riportare in vita l’Impero Bizantino, e tuttavia si è risolta nella definitiva cacciata dei Greci dai loro antichi territori. E’ come se un Dio – sadicamente – avesse punito i Greci per aver alterato un equilibrio intangibile dall’Uomo. La caduta di Costantinopoli prima e la distruzione di Smirne poi rappresentano, in questa prospettiva, una vicenda continua e unitaria, come se tra questi eventi vi fosse un tracciato meta-umano.

I pianti per la caduta di Costantinopoli 500 anni prima si sono rinnovati nelle lacrime per Smirme nel 1922.

Ma volendo ampliare ancora di più il respiro, si potrebbe scomodare addirittura Omero, e dire che la caduta di Smirne non sia altro che il contraltare della caduta di Troia. Si sa che i Troiani avessero molti Dei dalla loro parte, i quali hanno, forse, atteso il momento per punire gli Achei. Chi lo sa?

La dea Nemesi punirà spietatamente i greci. Le punizioni divine lacerano l’animo umano, lo indeboliscono spiritualmente, ne fiaccano la volontà. Se la punizione umana lascia spazio al rancore e al senso di ingiustizia e rivalsa, la punizione divina atterra l’uomo, lo abbatte, non gli da scampo e salvezza.

Alla fine non ci saranno i sermoni degli ufficiali, le parate dei capi di governo con le loro dottrine e teorie, alla fine resteranno unicamente i disperati sui moli di Smirne. Tenteranno in qualsiasi modo di salvarsi, ma le navi saranno tutte salpate e i Turchi faranno facile massacro di loro. Il mare Egeo accoglierà molti corpi dei figli appartenenti allo stesso mare.

Profughi greci tentano di salvarsi

Selam Söyle – Salutami…

Addio Anatolia registra una frattura nella storia della Grecia e segna il passaggio, per il popolo greco, alla modernità. Segna lo smembramento della complessità e il passaggio alla linearità: dalle molte forme della Grecia si passa alla Grecia monolitica. Il fallimento della Megalì Idea non segna unicamente un evento storico, ma influenza l’essenza della cultura greca. Nelle analisi e nei giudizi sulla Grecia moderna si omette di considerare la portata di questi eventi. Ma come si potrebbe dare un giudizio su vizi e virtù di un popolo senza considerare il senso di colpa, il fallimento, la sconfitta che attanaglia i Greci?

Un Greco è perennemente incompleto, è perennemente sospirante. Che si chiami Smirne, Costantinopoli o Itaca, un Greco anela a qualcosa di intangibile. Egli, più che plasmare la Storia, la subisce, e così subisce il dolore, e subendo il dolore crea. Questo credo sia il merito della Grecia in ogni tempo, più delle sue conquiste tangibili.

E’ tutto vero che alla base dei fatti qui narrati vi fu la spericolata idea che popoli e confini potessero essere spostati a piacimento; è vero che ci fu il nazionalismo turco e quello greco; è vero che le potenze europee alimentarono prima le speranze greche e poi quelle turche, è vero anche che l’attuale Turchia nega il genocidio armeno e quello greco. Tuttavia, ciò che rimane nella pagine di Addio Anatolia non sono scenari politici o storici, ma la dimensione umana, individuale e collettiva, nuda da qualsiasi filtro o tramite che possa essere ora la politica, ora la storia, ora l’informazione.

La tragedia ha quindi qualcosa di eterno, imperituro, immortale. L’Uomo vive e rinasce col dolore. E’ adattandosi al dolore che l’Uomo crea Poesia. Il grande scrittore greco Nikos Kazantzakis disse: “Che cosa importa che Troia sia stata ridotta in cenere e che Priamo e i suoi figli siano stati uccisi? E che beneficio ne avrebbe ricavato il mondo, quanto si sarebbe impoverita l’anima dell’uomo se Troia avesse continuato a vivere e non fosse arrivato Omero a trasformare la strage in esametri immortali?

Questa storia si conclude formalmente con il Trattato di Losanna del 24 Luglio 1923, la prima pulizia etnica legale della storia. Oggi in Turchia risiedono poche migliaia di Greci.

L’ultimo pensiero di Axiotis prima della fine va al capitano Turco che uccise maldestramente durante una tortura. “Genero di Kol Memet, salutami la terra che ci ha generati, selam soyle… Dille di non serbarci rancore per il sangue con cui l’abbiamo cosparsa. Kahr olsun sebep olanlar! Che possano essere puniti i colpevoli.

________________________________________

Qualora giungessimo in Anatolia,

cari fratelli,

ricordiamo le sacre sponde,

ricordiamo Aristides ed Elenì

che coltivarono la vigna e generarono molti figli.

E recitiamo una preghiera

perché morte e distruzione

si sono abbattute

sull’antica Anatolia.

 

 

 

[1] Schuller Wolfgang, Griechische Geschichte, Oldenbourg

[2] Giuseppe Motta (2013). Less than Nations: Central-Eastern European Minorities after WWI

[3] Report of the International Commission to Inquire into the Causes and Conduct of the Balkan War

[4] The forgotten Holocaust: The Armenian massacre that inspired Hitler, in The Daily Mail, London, 11 ottobre 2007

[5] Samuel Totten, Paul Robert Bartrop, Steven L. Jacobs (eds.) Dictionary of Genocide. Greenwood Publishing Group, 2008

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.