“Oltrepassare” di Martino Ciano. Ipotesi di recensione

“Oltrepassare” di Martino Ciano.
Ipotesi di recensione

Tu devi essere pazza, E., ed io con te, e con il tuo creatore, imbambolato sembiante di tutti noi; lui ha spiato i tuoi quaderni, si è diluito fra le membra tue, impossessandosene nell’amore più doloroso e carnale, finché, io ne sono certo, è tornato dove doveva tornare – dove tutti dobbiamo tornare – sul suo calpestio di casa. Tu devi essere pazza ad aver deciso (non-deciso) di andartene, poi, ma per dove? Ma per davvero? Sei pazza lungo cento pagine, quando sei stata purezza del pensiero, poi carne e persino corruzione, come se dalla carne non potesse giungere altro. Eppure io ti conosco. Devo averti già incontrata, non molto tempo addietro, in ipotesi altrui. Ti chiamavi Elis, e anche Lucia, e forse in qualche altro modo. C’eri tu dietro le architetture di sabbia, e dietro un ponte di ferro, e in quel monolocale, al numero dodici di Via dei Gigli, mentre tornavano in loop i primi due minuti e mezzo della Tannhäuser. Quant’eri bella, quella volta, terribile solo nel tuo essere inattesa, ed ingenua, tremendamente ingenua nelle tue intercapedini letterarie.

Ma perché la letteratura, quella tua missione irrinunciabile, sembra diretta sempre alla devastazione? È una domanda sincera, per la quale mi rimetto al tuo pensiero, perché del tuo pensiero, nonostante tutto, sento di potermi fidare. E poi ho paura, detto tra noi, e pure la paura è un’ipotesi. Della stessa letteratura io ho paura, almeno quando è procedimento devastante – quindi, dacché guardo, sempre – che sa devastare con un ordine prestabilito e con metodi propri che a lei, e solo a lei, competono. Per quale motivo, poi, a che pro? Ho paura di una rivelazione come questa, ma pare che, se si stendessero lungo una corda, tutti gli esiti di tutte le letterature apparirebbero per quello che sono: un futile ma ben congegnato scherzo. Uno scherzo altamente pretenzioso e meravigliosamente, ammettiamolo, intelligente. La tua letteratura, E., quella che hai amato e quella che sei diventata, produce questa ludica terribilità, perché è come il gioco che Dio mette su con il suo leviatano, o con i suoi burattini, e con il suo cancro, con le sue chemioterapie, con le sue morfine. Di recente mi piace passare un po’ di tempo immaginando lo shock sociale che avverrà quando nessuno morirà più di cancro. Sarà come una pandemia alla rovescia, e tutta da porre in una ennesima riflessione seria che, nuovamente, mancherà.

Ho avuto paura quando sei scomparsa, perché ti ho vista in una veste nuova, perché ho realizzato che, sì, ti avevo riconosciuta, è vero, ma forse non ti ho mai compreso fino in fondo. Ho avuto paura della tua incolumità. Generalmente, in questi casi commetto l’errore che commettiamo un po’ tutti noi, agenti del caso che da te, e dalla mia Lucia, e dal mio Elis differiamo, letteralmente, per un soffio: mi appiglio alle stranezze del mondo. Come se tutte quante insieme, se mai si contassero, assumessero una forma facilmente prendibile a pugni. Tu, poi, come noi, non hai nemmeno sentito la necessità di un vero antagonista. Intendo di un qualcuno o di un qualcosa che a te si ponesse nel modo speculare con cui leggiamo il tempo, un meccanismo, se preferisci, che ci inganna nel definire “bianco” ciò che è bianco, “nero” ciò che è nero. Niente di tutto questo, con te. Devi essere proprio pazza.

Il meglio che ho potuto fare, con te, è riconoscermi nella tua solitudine. Non tanto perché essa non dovrebbe ammettere intrusioni – siamo sempre il primo intruso di noi stessi – , ma perché è stata una solitudine fatta soprattutto di parole, lette o scritte. E queste nostre solitudini sono di cartapesta: urlano di avere fame di esistenza mentre stanno ancora accartocciandosi su se stesse. Tu devi essere pazza, E., ed io con te.

Il libro

Martino Ciano, Oltrepassare, A&B, 2021

“Attraversiamo una vita che è simile a un sogno. Ogni nostro risveglio è una caduta che ci stordisce e che ci fa piombare in un altro sogno. Oltrepassare vuol dire accettare il proprio destino e accettare è un modo per dissipare le ombre che ci perseguitano. E così, in questo romanzo in cui tutto si intreccia, si spezza e si ricongiunge per poi frantumarsi nuovamente, la vita di ognuno è un’illusione, un dolce dramma, una ironica tragedia in cui nessuno vince o perde. Il silenzio è una via di fuga, lo stupore è uno schiaffo alla volontà di potenza, esistere è una scommessa. In principio era il segno, poi la parola… infine, l’impossibilità di comunicare il proprio disagio.”

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