Perché non capiamo ancora cosa sia la Restanza?

Perché non capiamo ancora cosa sia la Restanza? Facili equivoci interpretativi

Longobardi (CS), foto di Giuseppe Torcasio

La Restanza – di Vito Teti prima ma, ormai, patrimonio intellettuale di chiunque la consideri una idea coerente e puntuale (vedi Treccani) – è forse la migliore categoria antropologica degli ultimi anni, un modo, cioè, utile ad analizzare le dinamiche umane, in questo caso quelle che più ci riguardano da vicino, quelle del nostro tempo presente. Un modo, inoltre, che, in quanto modello proposto, aspira a una certa universalità: non, quindi, della restanza in Calabria, in Sicilia, al Sud, o in qualsiasi altro luogo specifico, ma della restanza e basta.

Teti, infatti, la definisce «un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi». E ancora: «Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente». Tutto piuttosto chiaro. Se si fa eccezione per i racconti in cui l’antropologo richiama il suo io (Teti ci ha da sempre abituato, con risvolti altamente letterari, a un autobiografismo come chiave di lettura del circostante) non si trova nella sua idea di Restanza nessuna tinta calabrese, aspromontana, irpina, lucana o sudista in genere. Agente della sua Restanza è dall’inizio alla fine il sapiens, con particolare attenzione a quello odierno, quello dell’oggi.

Risulterebbe difficile immaginare un modello alternativo per descrivere con efficacia quello che, dopotutto, è un vero e proprio sentimento, come la gioia, come la tristezza, come quella nostalgia pure da tempo scandagliata da Teti in documentatissimi lavori storico-antropologici. Ma discorrere ragionevolmente delle emozioni è un affascinante paradosso, una chimera per quei fortunati studiosi dotati anche di buona scrittura (non tutti gli studiosi sanno scrivere e non tutti gli scrittori sanno studiare).

Difficile sarebbe, dicevo, negare anche solo la legittimità di un modello alternativo alla restanza perché, in effetti, equivarrebbe a negare l’idea del restare come azione significativa. Non è, cioè, un mero discorso di parole e di significanti (per quanto la natura deverbale di ‘restanza’ può aver contribuito alla sua fortuna), quanto piuttosto un ambito di discussione su più ampi e attualissimi temi, quali le migrazioni, le economie, le politiche attive (e quelle, ahimè, inattive) e così via.

Tuttavia, questo non basta, anzi, non sta evidentemente bastando. Almeno per rimanere nello spazio delle riflessioni di Teti, pare che queste, forse per l’incapacità o l’incompletezza di lettura di molti, incontrino facilmente l’equivoco in quello che si può considerare un parterre di voci più o meno accreditate sugli argomenti. Com’è normale, forse, dal momento che di sentimenti ne parlano, e ne hanno sempre parlato, giornalisti, politici, esponenti della società civile, delle associazioni culturali, ambientalisti, scrittori, intellettuali, giovani, vecchi, scapoli, ammogliati, insomma, tutti quanti. Gli equivoci, in realtà, per quanto mi è capitato di ascoltare e di osservare nelle principali sedi di dibattito culturale (e quindi soprattutto su Facebook) sono diversi. Solo di alcuni propongo una breve sintesi.

Il primo è quello, come già facevo cenno, relativo a un preciso background geografico che Teti non è interessato a precisare dal momento che, mi ripeto, la sua è una proposta di categorizzazione antropologica e non una sorta di trattato sulla restanza in Calabria. La Calabria è naturalmente una presenza forte sullo sfondo della scrittura di sé dell’antropologo e, ovviamente, uno degli scenari in cui forse la discussione sulla restanza può essere avvalorata da fenomeni percepiti come atavici e problematici dai calabresi (emigrazione, povertà, ecc.). Ma i calabresi non potrebbero mai considerare questi fenomeni una propria esclusiva: tutt’al più sarebbe legittimo uniformare un discorso su quelli che sono i Sud culturali del mondo (come infatti lo stesso Teti ha fatto più volte).

Il secondo equivoco, più diffuso del primo e a questo indissolubilmente collegato, è quello relativo agli obiettivi profondi di un lavoro di questo tipo. È a tratti un discorso banale ma, per quanto sia “demotivante per uno studioso ribadire l’ovvio” (John Trumper), occorre tornare sui concetti basilari quando questi vengono saltati a piè pari in favore del proprio equivoco (se vogliamo essere buoni) o della propria distorta visione dei fatti (se vogliamo essere cattivi). Così, non si capisce in base a quali elementi e a quali testi alcuni lettori continuino a voler rivestire Teti di un “paladinismo” imperante, del ruolo, cioè, di chi armato di tutto punto spenda le sue energie a far restare gli uomini e le donne. È possibile che per qualcheduno si tratti di una interpretazione di tipo compensativo (come facevo io, a diciannove anni, quando ancora acerbo sul funzionamento di molti aspetti della realtà circostante prendevo la partenza dei miei coetanei quasi come un’offesa personale), ma a maggior ragione sarà d’obbligo rischiarare ogni dubbio: nessuno, men che mai un antropologo, potrà prendersi la briga di dispensare consigli sul dove e perché restare. Uno studioso non cerca risposte, sa che non potrà averne di definitive e, pertanto, è consapevole che la sua ricerca deve essere orientata piuttosto verso la definizione delle domande più giuste (es., “Che ci faccio qui?”), non per valore, ma per coerenza e attinenza alla realtà. Se poi qualche risposta plausibile arriva, questa non sarà che una base di partenza per la costruzione di nuove e più complesse domande. Un buon insegnante, inoltre, saprà trasmettere anche gli strumenti più idonei per una ricerca di questo tipo o, più semplicemente, per una riflessione che possa reggersi in piedi.

Perché, dunque, qualche tempo fa mi è capitato di sentire una prolifica scrittrice (e lettrice) affermare che è facile “pontificare” sui giovani e dire loro di restare in Calabria? Perché, ancora, mi è capitato di leggere su Facebook della restanza come di una “facile retorica”? È il pluralismo culturale, si dirà, o semplici constatazioni legate al gusto personale, è legittimo, ma qualsiasi cosa sia, a mio parere, è un qualcosa che nasce dagli equivoci più o meno inconsapevoli di cui sopra e, forse, da una certa dose di protagonismo che, alle nostre latitudini (lo dico e lo penso con tutti i rischi del caso), è ancora facilmente confondibile con l’autorevolezza o, più semplicemente, con la saggezza. Ma, per buona pace degli uomini e delle donne, si vuole ancora che le idee, quando sono buone, riescano a sopravvivere a un evidente pragmatismo di cui forse c’è sempre più bisogno, è vero. E le idee, quando sono buone, rifuggono i libri, le conferenze, i dibattiti, le tavole rotonde, perché, se sono buone per davvero, in realtà stanno già per accadere. La Restanza è una di queste. O, se non convinco ancora qualche scettico, è perlomeno il miglior modo per dare un nome al mio dilaniarmi tra i miei luoghi e quelli della mia mente. Ed è questo il risvolto più potente del lavoro di Teti: io non capivo, prima, cosa fosse questo algido dolore che persisteva nel mio quotidiano abitare i luoghi. Poi l’ho chiamato Restanza, e finalmente l’ho riconosciuto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.