Il quartiere Bella in un racconto dell’Ottocento
Si tratta di un estratto da “Le Reputatrici in Calabria” di Apollo Lumini, saggio pubblicato a puntate, da maggio a novembre 1889, sul periodico “La Calabria. Rivista di Letteratura Popolare”, diretto da Luigi Bruzzano.
In particolare, il testo riportato si trova nel fascicolo 11 (anno II) del 15 luglio 1889, pp. 82-84.
[…] Entriamo ora in una casa di contadini di Bella, villaggio di Nicastro sorto poco più di cento anni fa, nella quale è un moribondo. Il malato è agli estremi e si manda pel prete. Intanto una donna del vicinato, o qualche sapientone del paese, che ce n’è sempre uno almeno, recita le litanie della madonna, ed asperge il letto coll’acqua santa servendosi di un ramo di arigamo [sic, arigano]. Venuto il prete, e proprio nell’istante che il moribondo è per passare, quei di casa hanno cura di tenere la porta, o qualche finestra, semiaperta perché si crede che altrimenti l’anima non potrebbe andarsene per i fatti suoi. Dopo morto, una donna delle più coraggiose piglia l’abito destinato per lui, e dice al cadavere: Via, viastiti, ca ti ‘nd ‘ai da jiri! – Cioè: via, vestiti che te ne devi andare. Non dicendo queste parole, il morto non si lascia piegare né braccia né gambe per essere vestito. Messo poi il morto su di una tavola, si gettano a terra i materassi del letto. Venuti i beccamorti e postolo nella bara, nel sollevarlo da terra dicono due volte: jamunindi, andiamocene, chiamandolo a nome: altrimenti si farebbe così pesante da non poterlo sollevare. Talvolta al nome aggiungono epiteti e nomignoli poco edificanti. Le donne affini e vicine piangono l’estinto prima in casa, poi accompagnandolo al cimitero, (infaddata) secondo il costume quotidiano.
Nel fare il così detto riapitu ricordano qualche tratto più lodevole della vita del defunto. E di quando in quando dice la vedova: Compagna mia, tu ti riscurdasti di tuttu! E la figliuola: Patrima, cumu jiu ca mi dassasti a ‘na vota?! E la madre: Figghiuma, risponni a mammata ’n autra vota sula! – Le donne poi che non sono affini sciolgono solamente la veste e piangono i proprii morti raccomandando loro di accogliere con essi l’anima del trapassato. Gli uomini stanno accovacciati in terra in un’altra stanza, chiusi nei loro mantelli, muti però e senza piangere. Anche qui il lutto dura tre giorni, durante i quali in chiesa, se ci sono quattrini, e se no, si trovano ad usura, si celebrano messe per la felice memoria, e vi assistono piangendo le donne. Alla sera dei giorni di lutto i parenti lontani e gli amici stretti mandano il mangiare alla famiglia del morto, e questo si chiama ‘u cuonzulu, u cunzulu (consolazione), perché in casa non si accende fuoco in quei giorni. E questo è pure obbligatorio, perché le son cose che si rendono! Minaccia di molto espressiva! Ed il cunzulu si usa anche tra gli artigiani (maestranza) ed i signori. […]
Nota al testo
Nel testo originale è riportato, affianco ad “arigano” la dicitura “(rosmarino)”. Si tratta di un errore in quanto sia nel linguaggio comune che nei vari dizionari di dialetto calabrese con “arigano” si intende l’origano. In questa versione del testo sono stati inoltre corretti alcuni refusi tipografici presenti nel testo originale.
Il racconto rappresenta una peculiare testimonianza del fenomeno delle “reputatrici”, che affonda le radici in quello delle “prefiche”, donne pagate per piangere ai funerali. Questa pratica, comune nel mondo antico e documentata sin dai tempi di egizi, greci e romani, si è conservata in Italia per diversi decenni del Novecento in maniera frammentaria, con gli ultimi sprazzi alla fine degli anni Ottanta.
1997, Lamezia Terme. Scrivo in prosa, in versi, esco poco (ma una partita di pallone la faccio sempre volentieri), tifo e leggo abbastanza. Sono responsabile editoriale del MABOS Magazine e cofondatore de "La Pantegana Edizioni". Nel 2024 ho ricevuto il Premio Letterario Kerasion per "Tate e Violet" (testo musicale) e il Premio Tutto Calabria per "Alicanto" (poesia) al NON FEST - Caratteri in movimento. Nel 2025 ho ricevuto la menzione al Premio Nautilus col racconto "Lorenzo e Sylvia, 1963" e per la prima volta sono stato tradotto all'estero, all'interno di Revista Be Cult, col racconto "Spigolature estive - Espigas de verano". Sono stato pubblicato in diverse antologie e riviste, tra cui nell'Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (2019) e Laboratori Critici (Speciale Ritratti di Poesia 2026). Nel 2027 uscirà la mia prima monografia.
Sono anche laureato in Medicina.