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La “Calabria: rosa di Jericho con sete di ottimismo” inizia ad aprire le sue foglie e a respirare. Questa, l’immagine da cui è partito un mio flusso di coscienza pubblicato domenica scorsa sul mio blog, da cui n’è scaturito un effetto virale attraverso commenti e condivisioni, e a testimoniare l’esigenza di una nuova ‘primavera’ per la Calabria, che non sia ‘episodica’ e che parta con una mobilitazione collettiva dall’esterno, dall’interno, ma soprattutto dal basso.

Un commento, il mio, di rimando al secondo intervento di Andrea Di Consoli a proposito dell’interessante dibattito su Il Quotidiano del Sud ripreso dal professor Vito Teti, al quale hanno fatto seguito ulteriori pensieri, e tutti orientati a tracciare e ad allargare la ‘strada comune’ intrapresa ormai da troppe realtà culturali. Tutte realtà pronte a salutare in maniera ferma l’intero orizzonte politico, fatto di estrema plasticità, di volti tirati ai quali si uniscono altrettanti gruppi intellettuali, che vogliono convincerci di una sola cosa, quella che al momento riesce meglio loro: inutile credere nel ‘sogno’. E invece questa collettività partecipata, che cresce giorno dopo giorno sotto il silenzio dei tanti, la quale continua a ‘produrre’ indisturbata o disturbata’ a seconda dei casi, e che non demorde, è ancora particolarmente intenzionata a credere nel sogno. Come fa? Praticandolo. Si evince da un unico sentimento fatto di ‘unione’ e che porta a colmare i vuoti di una ‘politica’ che si dimostra fragile nell’esatto momento in cui alza la voce, che preferisce ancora una volta rinchiudersi, farsi coccolare, da un’ideologia che pur non esistendo più da tempo, trova all’interno di essa ancora uno scudo, un’apparente ancora di salvataggio, una politica che dimostra, nei limiti di un’apparente ideologia, di avere ancora paura.

E quindi non voglio parlare di orgoglio ma di esperienza condivisa, reale e palpabile, che oggi porta non solo a ribadire il mio precedente pensiero, e che ribalta completamente quello di Di Consoli, per cui ‘La Calabria non è destinata a fallire’, ma è anche testimonianza diretta di un’esperienza di ‘cambiamento’ in atto che ha a che fare con la consapevolezza, la determinazione, il desiderio. E così, invece che continuare a parlare del destino di certi nomi, nel giro di pochissime ore è bastato un articolo che richiamasse la freschezza, la verità insita nel confronto e nel dialogo di cui è padrona in questo momento la Calabria con le sue innumerevoli associazioni culturali, per smontare automaticamente ‘luoghi comuni’ e retorica fine a se stessa. È bastato davvero poco per far emergere la ‘grecità’ che è presente in ognuno di noi, quando decidiamo di ‘comunicare’ di ‘trasmettere’, di dare continuità ad un percorso di crescita e di rinascita che vede una ‘Calabria rialzarsi da sola’. È bastato poco, riflettersi e riconoscersi, l’uno nell’altro, mettere insieme competenze, passioni, esigenze collettive per arrivare a presentarsi, con nome e cognome, per ‘uscire fuori’. E quindi quanti siamo in Calabria? Quanti siamo a riconoscerci oggi uguali nell’intento comune di stare al sole? Mi piacerebbe che questa grandezza fosse ben visibile a tutti, e che lo ‘scetticismo’ si convincesse di aver perso, mi piacerebbe che gli ‘scettici’ a convenienza o i timorosi per ‘comodità’ iniziassero a guardarci dritti negli occhi per vedere qualcosa di essenziale brillare. Che venissero, i ‘rassegnati’ e i ‘pessimisti’ che non trovano gioia alcuna nel vedere l’entusiasmo dei tanti giovani di questa terra e che anzi lo fossilizzano? Lo insabbiano?  Guardassero la Calabria che non solo d’estate ma ormai in qualsiasi stagione dell’anno mette su rassegne culturali non finanziate da istituzioni, festival musicali di caratura nazionale come il Color Fest che il prossimo agosto compie  4 anni a Lamezia,  dell’esperienza di un blog collettivo come Manifest che da due anni, dietro a giovanissimi, unisce le azioni alla scrittura come nuovo motivo del ‘guardarsi intorno’, e della Compagnia Teatrale Scenari Visibili che sempre a Lamezia Terme porta avanti da ben 13 anni Ricrii, una rassegna di teatro contemporaneo, con sforzi enormi, dai nomi del teatro nazionale, per amore della ‘cultura che vince’. Venissero a guardare la Calabria in rinascita a Zagarise, nel primo Parco Avventure, o al Cleto Festival, o al Felici e Conflenti dove ancora una tradizione intensa porta altrettanti giovani a ripercorrere un festival incentrato su musica popolare. Che vedessero i giovani che ritornano alla ‘terra’ e che si innamorano della terra, e con energia e passione di dedicano al mondo dell’agricoltura e del gas, come avviene da molti anni a Decollatura, da parte dei ragazzi di Passaggio in Festa, e dei gruppi culturali e paesaggistici del Reventino, che attraverso la tutela dell’ambiente del paesaggio stimolano alla valorizzazione del territorio organizzando – e qui parliamo sempre di tante cose: turismo, cultura, economia – escursioni e trekking sui monti. E sempre a colmare le lacune della politica e per radicarsi sul concetto di tradizione ancora fortemente attuale, presente, e prepotentemente loro tolta di mano, ecco la tutela del mare ad Acconia di Curinga, da parte di Costa Nostra, e poi ancora i ragazzi di Longotherapy a Longobardi, i ragazzi di Workinprogress di Girifalco sul Monte Covello, i ragazzi di Joggi avant Folk, e quanti altri? Tante, troppe realtà che prima erano nascoste, gradualmente stanno venendo fuori.

Si tratta di realtà che non cercano i grandi riflettori. Oggi (6 aprile), ancora sul Quotidiano, leggo di Franca Fortunato e di “Un’altra Calabria…” che è già realtà. Niente di più vero. Non possiamo essere solo noi, “mobilitatori e mobilitanti” culturali, ad accorgercene; non credo di far parte d’una minoranza autoreferenziale che non abbia gli strumenti giusti per “agitare” l’humus socioculturale calabrese. Credo invece che tutte queste piccole realtà – ma solo quelle davvero autentiche, quelle che agiscono davvero dal basso e per il basso – non solo esistono, ma si stanno istituzionalizzando sempre di più, dove per “istituzionalizzazione” si vuole intendere autodeterminazione, maturazione. Il riconoscimento, da parte di Vito Teti e non solo, ne è chiara dimostrazione. Si istituzionalizzano, queste piccole cellule di gente che non sta ferma un attimo, perché occupano facilmente il vuoto lasciato dalle vere istituzioni, dagli enti locali e regionali, troppo impegnati forse – o forse no – a contrastare i sintomi di questa catalessi calabrese senza risalire alla fonte perché forse – o forse no – dovrebbero risalire a loro stessi.

C’è ancora tanto lavoro da fare, è poco ma sicuro. Per ogni giovane che agisce, con associazioni culturali, con idee e progetti, ce ne sono altri dieci che cercano la raccomandazione, il favore di turno, che non vedono alternative a pagare il pizzo, che sono fermamente convinti che le cose debbano andare in questo modo. Ecco perché ritengo che le risposte e lo scatto ad una nuova “primavera” debbano provenire davvero da noi, e non dall’esterno: siamo noi ad avere il diritto e il dovere di dimostrare che un’alternativa sostenibile è possibile. Alla ‘Calabria che può farcela da sola’ io aggiungerei una ‘Calabria che deve farcela da sola’ e che, così facendo, può diventare serio modello di sviluppo nazionale (laddove di seri modelli calabresi se ne son citati già parecchi). Insomma, quasi a dire non solo che per la Calabria sarebbe vano qualsiasi “piano Marshall”, per citare Savatteri e Di Consoli, ma che, addirittura, si potrebbe auspicare ad un “piano Calabria” per ogni parte del mondo sfruttata, vituperata, disossata, per ogni parte del mondo che adotta le buone pratiche autentiche, civili e dal basso contro l’immobilismo e il mutismo istituzionale. Per ogni parte del mondo che non ha più intenzione di dialogare con le istituzioni.

Valeria D’Agostino

 

 

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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