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Tanto tempo fa , nei lontani giorni in cui l’amianto non la faceva ancora da padrone, c’era un ragazzo che viveva da solo in una deserta e solitaria pianura.
Non aveva più nessuno al mondo; anzi a dir la verità, non ricordava nemmeno di aver avuto mai qualcuno.
Lui era sempre vissuto lì, a coltivare quel piccolo appezzamento di terra, a pascolare le sue capre e le sue pecore. Non sapeva nulla del suo passato, e non si domandava mai nulla su cosa gli avrebbe riservato il futuro. Sapeva solo di chiamarsi Joan, perché al collo aveva un medaglione dorato con inciso il suo nome. Un regalo d’addio di sua madre, forse; ma egli non la ricordava. Così come non aveva alcuna memoria di suo padre. Eppure doveva averlo avuto, un padre… scosse la testa, e riprese ad arare il campo.
All’improvviso, sentì un fischio provenire da dietro le sue spalle, e si voltò.
Lì, davanti a lui, c’era un uomo di bassa statura, dal volto abbronzato e dal sorriso amaro, che lo fissava a braccia conserte. Joan lo fissò a sua volta, incuriosito, ma pure un po’ turbato. Lui non aveva mai visto nessuno da quelle parti, prima d’ora.
“Salve!- disse infine- cosa posso fare per voi, signore?”.
L’uomo sorrise. “Molte cose, Joan”, esordì, e il ragazzo sussultò. “Non temere- gli mise una mano sulla spalla, e proseguì- Io so parecchie cose, e il tuo nome è fra queste. Vedi, io vengo da lì- mostrò con un magro dito le colline sopra la valle- ed è da molto tempo che cerco aiuto per dei miei affari. Il mio nome è Borèo, e sono l’Uomo della Collina. Vorresti aiutarmi? C’è un grande mondo al di fuori di questa piccola e ignota valle.. non vorresti vederlo?”
Joan spalancò gli occhi. Un turbine di pensieri lo avvolse.
Si sentì travolto dalla parlantina di quell’uomo, e nella sua mente nacquero strane visioni di sogni e avventure. Poi si guardò attorno, esitando. Pensò con nostalgia e trasporto alla sua piccola valle, e si rese conto di quanto la amasse; quanto avesse a cuore le ore e i minuti, le albe e i tramonti, il lavoro paziente e quotidiano… poi fissò il suo sguardo in quello di Borèo, e vi vide riflesso un ineluttabile destino.
“Sì”, disse, e la storia di Joan ebbe inizio.

Non ci fu tempo, per Joan, di prendere molte cose, e partì con uno zaino con acqua, un panino e delle mele, dei guanti per il freddo e una giacca pesante ( tutte fatte a mano da lui). Borèo annuì, soddisfatto.
“Farà freddo, lassù”, disse, e si avviò su per le colline senza altre parole.
Joan lo seguì, e diede un ultima occhiata alla sua piccola pianura, e dentro di sé ebbe la precisa sensazione che non l’avrebbe mai più rivista.
“Chissà dove mi sta portando”, si disse.
Erano appena saliti sul primo dei verdi colli che sovrastavano la sua pianura, quando l’uomo si girò verso di lui, e sorrise. “Ti starai chiedendo dove stiamo andando- disse, e il ragazzo trasalì- Di norma io sono di poche parole, e chi mi segue deve attenersi alle mie regole: niente domande, e patti ferrei come l’acciaio”. Fece uno strano sorriso, e si aggiustò i grigi capelli sulla fronte.” Molti hanno cercato di ingannarmi- proseguì- ma tu sei stato sincero fin dall’inizio con me, ragazzo, con le tue titubanze chiaramente espresse nel tuo viso, e lo apprezzo. Quindi ti spiegherò. Oltre queste colline si trova la mia dimora, che appartiene alla mia famiglia da innumerevoli generazioni: il Castello Ocra dei Borèo”.
Joan rimase stupito. “Sì, ci chiamiamo tutti così- disse l’uomo, comprendendo i suoi sentimenti dallo sguardo del ragazzo, ancora una volta- è il nome della mia famiglia; i nostri veri nomi li custodiamo gelosamente, e li riveliamo solo a coloro che amiamo. E questo- il suo sguardo si fece duro- avviene molto di rado”. Scosse la testa, e sorrise. “Ma non temere- disse- se tu accetterai di aiutarmi, diventeremo ottimi amici, e potrò raccontarti molte cose della mia gente, e insegnarti cose che non immagini nemmeno. Ne ho viste, io”.
Non disse altro, e proseguì.
Joan scosse la testa, cercando di non farlo notare: aveva la sgradevole sensazione che Borèo potesse capire e vedere più cose di quante chiunque si augurasse.
La sera avanzava, e un rosso tramonto si estendeva ormai sulle loro teste.
Joan alzò gli occhi, e infine lo vide: il Castello Ocra.
Il nome gli rendeva assolutamente giustizia: l’ocra dominava ovunque, e nessun altro colore trovava terreno fertile. Joan rabbrividì: quel solitario castello monocromatico, con il tramonto alle spalle, e il silenzio mortale tutt’attorno a loro, era decisamente inquietante.
Borèo proseguì, senza farsi impressionare, e diede due pesanti colpi al portone.
La porta si aprì pesantemente, e due occhi nocciola fissarono l’uomo e il ragazzo. “Siete voi, signore”, disse una voce triste e ammalata.
Joan ebbe uno strano brivido, nel sentire quella voce, come se l’avesse già udita.. ma ciò era impossibile; tuttavia, la sua inquietudine aumentò e si mutò in stupore e orrore quando vide la figura aprire totalmente il portone e inchinarsi servilmente davanti a Borèo.
Era, o sembrava essere, un uomo in là con gli anni, curvo e grigio. Era come se innumerevoli ere e quintali di polvere si fossero depositati su di lui, ed egli non avesse fatto altro che starsene immobile dalla notte dei tempi. Borèo lo guardava con infinito disprezzo.
“Sei sempre più ammuffito- disse infine- Un giorno non pronuncerai più neppure una parola, a furia di ingrigirti; e quel giorno gioirò davvero, come non faccio da secoli”. Si girò verso Joan, e gli sorrise. “Vieni, ragazzo, e non badare a questo essere derelitto-disse- lascia che ti mostri le meraviglie della mia casa.
Così, entrarono.
Joan lo seguì, non senza lanciare uno sguardo inquieto al vecchio ammuffito; e quando il portone sbattè pesantemente alle sue spalle, sentì come se si fosse appena inoltrato in un mondo lontano anni luce dalla terra.

Joan e Borèo salirono su scale ripide e scricchiolanti, immersi nel buio. Il padrone del castello continuava a non proferire parola, e Joan si chiese quando mai avrebbe saputo il perché fosse stato trascinato in quell’oscuro posto. “E poi-si disse- questo castello non mi sembra granchè. Pare abbandonato da secoli..”.
Borèo si fermò improvvisamente, e si girò verso il ragazzo. “Non sembra una gran dimora, vero?- sorrise sardonicamente- Ma io voglio così. Amo camminare nel buio, e poi mostrare alla luce improvvisa le meraviglie che abbiamo qui. Tutta la storia della mia famiglia si potrebbe riassumere in questo modo.. ora vedrai”. Si girò verso il nero portone davanti al quale erano giunti, e lo spinse leggermente.
La porta si aprì, e Joan rimase di sasso.
Davanti a lui si parò un immenso e dorato salone, pieno di arazzi, quadri e tappeti: le finestre di vetro purissimo brillavano grazie alla luce del sole riflessa; un enorme tavolo di mogano si trovava al centro della sala, e sopra di esso spiccavano due enormi tomi rilegati in oro.
E in fondo alla sala, su una sedia accanto a un mobile di legno di quercia, c’era una giovane donna.
Aveva gli occhi chiusi, e sembrava dormire.
Joan guardò Borèo, che aveva uno strano sorriso sul volto, un misto di dolcezza e malinconia.
“Vedi- disse infine, con lentezza- è così da almeno trent’anni, nulla la smuove e niente la risveglia. Accade un giorno, che ormai mi sembra appartenere a un’altra epoca. Da allora, ho provato di tutto, chiesto l’aiuto di chiunque.. ma niente. Nessuno ha saputo aiutarmi, né darmi un consiglio. E ho fatto così tanto, per questa terra.. e per tutti loro!”. Strinse rabbiosamente i pugni, e i suoi occhi erano pieni di dolore e collera. Joan fu molto contento di non essere un suo nemico.
“E’ per questo che hai bisogno di me? – domandò infine- Ma che cosa posso fare io, che sono un semplice contadino? Non so nulla del mondo, e tutto quello che mi hai appena raccontato, anche se non l’ho mai vista prima, mi sembra.. mi sembra…”. Non riuscì a finire.
“Magia?”, completò l’uomo per lui, e Joan vide i suoi occhi brillare di furbizia e intelligenza. “Sì- proseguì, mettendo una mano sulla spalla del ragazzo- qui c’è una grande magia all’opera; e io ne ho vista di magia, credimi. Ma questa è riuscita a sconfiggere pure me, e non so più cosa inventarmi”. Sospirò, e si volse verso la finestra, le mani dietro la schiena.
Scosse la testa; e quando si volse di nuovo verso di lui, Joan vide che ora gli occhi di Borèo erano duri come selce. “ Poco tempo fa- disse- mi sono ricordato di una profezia letta in un librò così vecchio, che al suo confronto io sono all’alba della vita. Essa diceva: “Dai campi nascosti, dai colli perduti, le parole chiare e semplici pronuncerà colui che di esse è digiuno; un sentiero oscuro e luminoso avrà, se sceglierà sentieri noti e sconosciuti per coloro che vivono freddi e perduti”.
Joan ebbe un brivido improvviso: un’intensa visione di anni, genti ed eventi gli si parò davanti agli occhi. Sentì con forza la certezza di quelle parole, mista alla loro oscurità. Ancora una volta, si sentì trascinato anni luce lontano dalla terra…
Scosse la testa, e si ritrovò di nuovo lì, ed era di nuovo Joan, il contadino orfano, che nulla sapeva di magia. “E nulla voglio saperne”, si disse.
“Credi?- gli domandò Borèo,indovinando ancora una volta i suoi pensieri- Non puoi fare a meno di lei, ormai; sei legato a quelle parole, in modi e vie che neppure io comprendo, ma che sono chiare e limpide come la luce del sole. La magia permea il mondo, e le sue catene sono forti”.
“Come fate a vivere con queste catene?- chiese Joan- la morte sarebbe preferibile”.
“La morte non è mai preferibile- ribattè Borèo- ma tu, ragazzo, non sei totalmente prigioniero; puoi scegliere in quale direzione andare, e come servirti di lei. La vita è luce e ombra.. le percentuali le decidiamo noi. Se mi aiuterai, potrò darti una mano in questo. Vuoi?”.
Joan sospirò, e guardò dapprima l’uomo, poi la ragazza addormentata. Tutto ciò era assurdo… ma d’altronde pure la sua stessa vita solitaria lo stava diventando, e chissà quanto avrebbe resistito in quel modo, Borèo o non Borèo.
Almeno, ora, avrebbe potuto davvero vedere il mondo.
“Sono con te- disse lentamente- Cosa dovrei fare?”.
L’uomo sorrise. “Vieni”, disse, e si diresse verso la libreria. La toccò leggermente, e la struttura ruotò su se stessa, mostrando dietro di sé un lunghissimo e buio corridoio.
Borèo avanzò, e Joan lo seguì, sempre più turbato. Quel castello era un enigma dietro l’altro.
L’uomo procedeva spedito, senza mai esitare, e a un certo punto si parò davanti a loro un’enorme porta nera. Borèo infilò una chiave, e la aprì.
Entrando, Joan si trovò di fronte a un’immensa stanza spoglia, abbellita solo da un tavolo nero, sopra il quale erano confusamente ammassate carte, mappe, chiavi, alambicchi e pietre di ogni genere. Sembrava la stanza di un mago confuso e decisamente disordinato.
Joan guardò l’uomo, che annuì, malinconico. “Sembra abbandonata, non è vero?- commentò- E’ da molto tempo, infatti, che non entro qua dentro. Troppi ricordi, e troppo dolore. E inoltre- si mosse, e cominciò a frugare sul tavolo- troppe frustrazioni per non poter far nulla per lei, nonostante mi ritenessi il più esperto fra coloro che sanno di magia. Ma non si finisce mai d’imparare”. Sospirò.
“Oh, eccola qui!”, disse di colpo. Fece cenno a Joan di avvicinarsi, e il ragazzo vide che ora l’uomo aveva in mano una strana gemma verde, che pareva accendersi e spegnersi nello stesso momento.
“Questa è una Gemma-Lampada- spiegò Borèo- e emana una potente magia. Può mostrare la strada giusta se arrivi davanti a un bivio, ed esiti; permette di vedere cosa accade a molte miglia di distanza, se il tuo cuore si concentra verso un determinato luogo, o una persona ben precisa. E infine- fece una pausa significativa, e guardò intensamente Joan- sarà il tuo lasciapassare per quello che ti attende: solo io possiedo una Gemma-Lampada al mondo, e chiunque saprà che agisci in mio nome. La mia fiducia ora è riposta in te, ragazzo. Non la tradire”.
Un silenzio teso avvolse l’intera stanza, e Joan si rese conto di quanto potesse essere pericoloso quell’uomo, che dal nulla ora gli parlava di magia, manufatti prodigiosi, profezie e imprese da compiere.. eppure riuscì a trovare le parole. “Se ho ben capito- disse infine- voi vorreste che io trovassi il modo di risvegliare la ragazza da quel suo sonno quasi mortale;ma come posso riuscirci, pur avendo come me questa gemma prodigiosa? Non so neppure da che parte cominciare”.
“Questo dovrai scoprirlo tu stesso- rispose Borèo- io ti ho scelto, e ho scelto te perché i tuoi occhi sono curiosi e desiderosi di vedere il mondo.. inoltre sono limpidi. Io leggo dentro di te, e so che troverai la strada; e quando avrai compiuto quest’impresa, avrai un’enorme ricompensa. Potrò allora insegnarti molte cose, e lasciarti in eredità tutto quello che so. Per ora non posso dirti di più; ma vedo nel tuo futuro una terra splendente, ma la potrai raggiungere solo dopo lunghe imprese. Sei segnato da una profezia, e dovrai tornare qui per compierla davvero”.
Joan non sapeva cosa pensare, ma le parole di quell’uomo erano come una calamita, per lui, e si sentì trascinato verso un futuro ignoto e oscuro.. ma che desiderava fortemente.
Annuì infine, e strinse la mano di Borèo. “Accetto, e sono pronto a partire”, disse.
E in quel momento, il suo destino fu compiuto.

Il mattino venne presto, e quasi senza accorgersene Joan uscì dal Castello d’Ocra, e non si voltò indietro.
Non aveva visto né salutato Borèo quella mattina, e forse era meglio così: aveva la sensazione che fosse stato detto tutto il necessario.
Discese per la collina, evitando di guardare giù in fondo a destra: non voleva vedere la sua vecchia casa. Avanzò per circa un miglio, poi si fermò, scrutando attorno a sé.
Aveva un’ottima vista, e potè scorgere immense pianure stendersi davanti a lui, circondate da altissimi monti leggermente innevati. Scosse la testa, e si chiese ancora una volta cosa accidenti Borèo volesse che lui cercasse, e dove dovesse dirigersi.
Improvvisamente, si ricordò della Gemma-Lampada. Se l’era quasi dimenticata. “Provare non costa nulla- si disse- Male che vada, mi affiderò all’istinto”.
Fece ruotare la Gemma sul palmo della mano, e immediatamente trasalì, notando che la gemma cominciò subito a ruotare vorticosamente. Dopo qualche secondo, davanti a lui si formò una grande bolla d’argento; al suo interno Joan potè chiaramente scorgere svariati luoghi. Non riuscì a distinguere le persone al loro interno, ma si accorse di poter limpidamente distinguere grandi palazzi, piccole case contadine, immensi castelli. Il suo sguardo fu subito attirato da una grande collina immersa nella nebbia, in cima alla quale spiccava un castello parecchio malridotto. Credette fosse abbandonato e in rovina; ma subito cambiò idea, perché vide uscirne parecchia gente… a dire il vero, sembrava che stessero scappando. La sua curiosità si accrebbe, e sentì dentro di sé che lì avrebbe trovato delle prime risposte.
Vide che si trovava alla sua destra, anche se lontano, e si mosse in quella direzione, verso un gruppo di brulle colline.
Era parecchio lontano; ma Joan camminava veloce, e un’ora dopo arrivò in vista del castello, e scoprì che era preceduto da un piccolo villaggio di capanne di legno, anch’esso piuttosto malandato e decadente. “Sembra che nessuno faccia niente, qui”, pensò, osservando le persone ai lati delle case e lungo la strada. Le persone rimaste si aggiravano sperdute e spaesate, come se avessero perso completamente il senso e lo scopo della loro vita.
Joan ripensò al suo lavoro nei campi, e si disse che se anche lui avesse agito così, non avrebbe mangiato per mesi, e forse sarebbe morto di fame. “Sa di morte, questo posto”, mormorò.
“E qui morirai”, sibilò una voce, e Joan trasalì. Girò la testa, e vide che si trattava di un vecchio, seduto ai bordi della triste strada che attraversava il villaggio. Il ragazzo lo fissò. “Che vorresti dire, nonno?”, chiese.
Il vecchio lo scrutò a lungo, e Joan notò che era parecchio malandato, i vestiti laceri e strappati,la pelle gialla e tirata. “Chiunque venga qui- riuscì infine a biascicare l’uomo- odora di morte, è marchiato dalla morte, e verrà inseguito dalla morte. Tutto qui è maledetto, e cade in rovina. E anche se riuscirai mai ad andartene da qui, prima o poi la Nera Dama ti raggiungerà”. Sputò per terra, e si alzò, allontanandosi barcollante.
Joan sospirò. “Cominciamo bene- disse tra sé e sé- arrivo appena, e già mi augurano la morte”. Ma non si scoraggiò, perché la paura già da allora gli era sconosciuta. Guardò il castello, ed ebbe di nuovo la fortissima certezza che al suo interno avrebbe trovato parecchie risposte a tutte le domande che lo assillavano.
Proseguì, e in quel mortale silenzio di deserto umano camminò senza temere nulla, nonostante tutto, mentre una leggera pioggia autunnale gli cadeva sul volto e sulle spalle.
Dopo cinque minuti, alzò infine gli occhi, e lo vide: il castello tra le nebbie, da vicino ancora più diroccato e fatiscente.
Nessuna guardia sul ponte levatoio, né al cancello ( Joan non le conosceva, quelle cose, ma immagino che voi ne abbiate sentito parlare); c’erano corvi sulle mura, cani e altre bestie che giravano senza meta o sedevano divorando chissà che cosa. Joan, nonostante non sapesse cosa fosse la paura, era sempre più turbato, ma decise di non pensarci, e avanzò verso il grande portale del castello, toccandolo leggermente. La porta scricchiolò pesantemente sui cardini, e si aprì.
Il grande cortile del castello si presentò alla sua vista, e lì trovò finalmente delle guardie: erano stese per terra sugli scalini che introducevano alla grande sala reale. Joan si avvicinò, e le osservò meglio: notò che gli sguardi di quelle persone, pur con gli occhi aperti, sembravano spenti, quasi da sembrare morti; eppure non lo erano affatto, perché respiravano pesantemente. Era come se avessero perso ogni interesse per la vita. Decisamente, quell’aspetto sembrava la caratteristica principale di tutta la gente, in quei luoghi.
“Ma che accidenti è successo qui?”, si domandò il ragazzo, salendo lentamente le scale abbandonate che portavano alla grande sala del trono. Credeva di essersi ormai abituato alle stranezze di quel luogo, ma ciò che vide là dentro lo stupì e confuse ancor di più.
Vide che là dentro era radunata tutta la corte, con i nobili e i mercanti, le dame, i cavalieri , la regina.. tutti in ginocchio rivolti verso il trono,e tutti con la stessa espressione che aveva già visto in precedenza.
Sul trono sedeva il Re. E il suo sguardo era completamente diverso da quello degli altri.
Il suo sguardo era vivo, vivissimo; i suoi occhi brillavano dalla contentezza e dalla soddisfazione, e sorrideva nel vedere tutta quella gente prostrarsi davanti a lui.
Il suo corpo, però, era completamente immobilizzato, e solo il suo viso pareva aver ancora vita.
Joan, nonostante non avesse mai paura, fu preso da una sensazione di terrore: c’era certamente della magia all’opera, e si chiese che razza di mago fosse quello, tale da compiere stregonerie del genere.
Si ricompose- il terrore non riguardava la sua volontà- e guardò il Re, che lo vide, e cominciò a fissarlo, benevolo e sorridente.
“Benvenuto, giovane ospite- disse, e la sua voce era calma e pastosa- spero che il mio castello sia di tuo gradimento; chiedi, e la mia gente ti servirà”. Sorrise.
Joan lo guardò, e non sapeva se ridere o disperarsi; era evidente che quell’uomo non si rendeva minimamente conto di quel che era successo.
“Vi ringrazio, mio signore- disse infine- per la vostra accoglienza e ospitalità, ma temo di avere brutte notizie da riferirvi”. Così, con calma, tatto e pazienza, cominciò a raccontare ciò che aveva visto: il villaggio abbandonato, la profezia del vecchio, il castello in rovina, le guardie immobili e la corte ridotta in quello stato.
Joan si accorse, e non sapeva spiegarsi il perché, che una grande forza stava emanando dalle sue parole, e il suo racconto sembrava quasi essere diventato un canto, che emergeva dalle profondità della terra e animava il mondo tutt’intorno a loro. Vide gli occhi del Re cambiare espressione, da sorridente mutarsi in angosciata. Lacrime spuntarono sul volto di quell’uomo, preda per chissà quanto tempo di una grande illusione. Infine, pianse senza ritegno, prendendosi il volto tra le mani.
Joan finì il suo racconto, e ansimò: si era reso conto di esser stato trascinato all’INTERNO del suo racconto, e capì con qualche turbamento di avere un qualche nascosto potere. Il suo cuore cominciò a battere forte, e sospettò che Borèo lo avesse perfettamente saputo. “Un giorno dovrà dirmi tutto ciò che sa”, giurò a se stesso. Lo prese tanta rabbia, ma anche un grande orgoglio: perché ora si era reso conto di avere una qualche forma di magia , e grandi possibilità davanti a sé. Una luce si aprì davanti ai suoi occhi: cominciava a capire cosa dovesse fare.
“Non dovete temere, mio nobile Re- disse infine- credo che a tutto ci sia rimedio, al mondo; e nel vostro caso, basterà decisamente poco”.
Il Re si strofinò gli occhi, e lo guardò solennemente. “Se curerai il mio regno- disse- ti darò tutto quello che vuoi”.
Joan si inchinò, e disse soltanto:” Una sola cosa vorrei- rispose- sapere dove posso capire come destare occhi in preda a un lungo sonno”.
“Beh, quella è una potente magia- disse il Re, e il suo sguardo era grave- e dire che in questa nostra grande terra di Nandèra magia ce n’è in quantità! Vedo che pure tu hai un potere notevole, seppur latente; altrimenti non avresti compreso i problemi del mio regno, né mi avresti fatto questa domanda. Bene,quando ci avrai liberato, ti dirò cosa dovrai fare”. Sorrise. “Abbiamo un patto, dunque?”. Joan annuì, e si avvicinò al Re, stringendogli solennemente la mano.
Joan riflettè sul da farsi: il problema di quel regno era così.. assurdo che gli veniva da ridere, ma si era appena fatto amico il Re, e non era il caso di rischiare. “Vedete, mio signore- cominciò- io credo che tutti i vostri guai dipendano dal fatto che LEI a un certo punto si sia seduto lì- indicò il trono- e abbia cominciato a ordinare, ordinare.. senza muoversi mai, senza vedere il suo regno, senza collaborare con i suoi ministri; alla fine, essi non sapevano più che cosa fare, né cosa essere, perché dipendevano completamente da Lei.. e hanno fatto l’unica cosa che ormai sapessero fare: inchinarsi, e obbedire. E siccome Lei non ordinava nulla, non hanno fatto nulla, e si sono bloccati. E il tutto si è propagato al castello intero, e infine al villaggio”.
“Quindi- disse lentamente l’uomo assiso sul trono- se io mi alzassi, tutto tornerebbe come prima?”. “Penso proprio di sì”, rispose il ragazzo.
Il Re allora si alzò, lentamente e pesantemente, e tutta la corte si alzò con lui, riprendendo uno sguardo vivo e occhi brillanti. Tutti si inchinarono di nuovo, e attesero le disposizioni del Re.
Egli sorrise loro, abbracciò Joan, e disse: “Ora aprite le finestre. Poi nel pomeriggio visiteremo assieme il regno, e vedremo cosa c’è da fare. Ora lasciatemi solo con questo valoroso giovane: ho una promessa da rispettare”. Rise di gusto.
L’intera corte, ancora scossa e meravigliata, uscì , e il Re andò a guardare alla finestra, spalancando le vetrate e assaporando l’aria. Vide che la gente era tornata a lavorare, a camminare, a ridere. Sorrise, scuotendo la grigia testa, e si volse verso Joan. “Ora tocca a me-disse, serio- C’è un uomo, uno stregone,anzi, che saprebbe come rispondere alla domanda che mi hai posto. Si chiama , o si fa chiamare, Re Cambia- l’anima, e sa parecchie cose su morti apparenti e risvegli magici. Solo che..”.
“Solo che?”, domando Joan. Quell’interruzione non prometteva nulla di buono.
Il Re scosse la testa. “Chi possiede la magia ha la mania di lavorare con contratti bilaterali- disse- ed egli ti chiederà qualcosa in cambio: e da quel che ne so, richiede sempre di lavorare per lui. Chi è al suo servizio deve compiere Sette Imprese. Allora, e solo allora, egli darà in cambio ciò che gli viene richiesto. Ma- sospirò- nessuno è riuscito mai a finirle, quelle Imprese”. Guardò il ragazzo. “Cominciamo bene- si disse Joan- qui c’è odore di morte”.
“Bene, se è l’unico modo- disse ad alta voce- allora compierò queste Sette Imprese”.
Il Re lo guardò, pieno di rispetto. “Sei coraggioso- disse- ma sta’ attento! Egli è molto furbo, e tenterà di imbrogliare”.
“Starò attento, mio Re- disse il ragazzo- Ditemi, dove posso trovarlo?”.
“Lunga è la strada- rispose il Re- Devi superare tutte le grandi Pianure Isolate, che si trovano dietro questo castello, e arrivare infine alla Foresta Ombrata. Il palazzo dello stregone è là dentro, ma attento! Ha la capacità di creare grandi illusioni e miraggi, che portano in fondo a burroni o in bocca a bestie feroci. Non fidarti quando vedrai palazzi d’oro e d’argento. Il suo vero Palazzo è un castello in pietra di tufo”.
Joan annuì, pensando che doveva ricordarsi fin troppe cose.. ma era inutile lamentarsi, il suo destino se l’era scelto lui.
Strinse la mano al Re, e uscì dal castello.
Percorse lentamente la discesa dietro al palazzo, e si incamminò lungo il sentiero piano e sassoso.
Alzò gli occhi, e vide davanti a lui, verdi pianure piene di fiori e rocce: le Pianure Isolate. Oltre non volle pensare.
Il giorno avanzava, come il suo ineluttabile destino.
Si volse un attimo indietro, e osservò a lungo il Re Pigro( così sarebbe stato noto nelle storie, da quel giorno) e lo vide sorridere ai suoi sudditi, le mani dietro la schiena, e osservare partecipe e curioso ogni attività del villaggio, che ora era pieno di attività: la gente ricostruiva le case, innaffiava le piante nei giardini, faceva uscire le pecore e i buoi dalle stalle, coltivava di nuovo i campi. Tutto sembrava tornato di nuovo alla normalità.
Poi rivide il vecchio. Fu un attimo: lo vide guardarlo fisso, e scuotere la testa.
Joan ebbe la precisa sensazione che quel vecchio non fosse di quel posto, e che un giorno lo avrebbe rivisto… nel bene e nel male. “Stai in guardia, Joan”, disse a sè stesso.
Non si voltò più indietro, e cominciò a percorrere le Pianure Isolate. Era la prima volta che le vedeva- per lui era tutto nuovo- ma capì ben presto il significato di quel nome: non c’era anima viva in giro.
Erano bellissime pianure, animate da erba verde e profumata, ma quella bellezza gli sembrò del tutto inutile, priva com’era di persone, animali e alberi che potessero apprezzarla. Si domandò che senso avesse quella pianura vuota, e il perché invece il villaggio del Re Pigro se ne stesse lì, e come accidenti facesse a sopravvivere. Era sicuro che Borèo avrebbe saputo rispondere, ma non era lì e ora era meglio concentrarsi sul cammino, superare quelle vaste e desolate pianure, e arrivare finalmente dal Re Cambia l’Anima.
Giunse la tarda mattinata, e infine le Pianure terminarono. Joan sospirò. Avvertì una strana e precisa sensazione dentro di sé.
Per tutta la sua vita, il suo animo sarebbe sempre stato diviso in due: una parte anelante a viaggi, avventure e scoperte, ogni volta pronta a mettersi in cammino; l’altra, permeata dal fortissimo desiderio di una casa stabile e di forte e robusta terra sotto i piedi.
In quel momento, comunque, il suo unico desiderio era arrivare nei pressi della temutissima Foresta Ombrata, contro cui era stato messo in guardia. Eppure non sentiva nessuna paura, ma solo una dannata curiosità e una voglia impellente di trovare il mago e mettersi alla prova.
All’improvviso si trovò la Foresta di fronte, e trasalì.
Se l’era aspettata immensa; eppure, alzandosi sui tacchi, riuscì a scorgerne la fine. Gli alberi erano vari e folti. La Foresta era illuminata dal sole di mezzogiorno; eppure, appena vi mise piede, avvertì una strana sensazione: era come se un’ombra opprimente alleggiasse tutt’intorno a lui, seguendone i passi. “Forse è per questo che la chiamano Foresta Ombrata” , si disse.
Entrò.
La vegetazione era folta e ricca, e sembrava cambiare di continuo: un attimo erano tristi e ondeggianti salici piangenti, che poi si trasformavano in rigogliose querce che dimoravano in una piana verde e profumata, illuminata dal sole; un attimo dopo la strada saliva, e trovava davanti a sé una grande montagna con pini e frassini ai lati. Il tempo pareva scorrere infinito, e Joan aveva la strana e assurda sensazione di girare in tondo, di andare dappertutto e di rimanere sempre comunque nello stesso posto. “ Inganni, inganni e ancora inganni”. Si disse. Doveva quella essere una parte della magia di Cambia – l’Anima. Il Re Pigro in effetti lo aveva messo in guardia. Sospirò, e si asciugò la fronte. Cominciava a fare decisamente caldo.
Ancora una volta, si ricordò in ritardo della Gemma-Lampada di Borèo. “Devo ricordarmene più spesso”, si disse. Il fatto era che il ricordo dell’uomo misterioso lo inquietava sempre profondamente, e meno ci pensava, più il suo cuore era leggero e intrepido. Aprì la mano, e la Gemma mostrò una valle rigogliosa e verde, attorniata da due grandi picchi, e una galleria in tufo che portava nell’oscurità. Fece un profondo respiro.
“Il palazzo del Mago è in tufo”, pensò. Sorrise. Era nella direzione giusta. Intuì- era la sua magia che si manifestava- che avrebbe dovuto proseguire diritto, senza pensare alla vegetazione che cambiava continuamente, e ai palazzi che vedeva in ogni angolo del bosco. Sapeva bene che non erano quelli giusti.
Continuò ad avanzare, in direzione nord, e si accorse che ora il bosco sembrava essersi “calmato”: non cambiava più vegetazione di continuo, e ora Joan vide davanti a sé una piccola radura circolare, attorniata da pochi alberi spogli.
Sentì dei rumori, e poi delle grida; qualcuno sembrava discutere animatamente.
Si diresse rapidamente verso la pianura: per la prima volta sembrava esserci qualcuno, ed era veramente curioso di scoprire chi fosse. Chissà, magari, avrebbe potuto dargli qualche informazione sul Mago. Non si poteva mai sapere.
Si fece largo tra gli alberi, e sbirciò nella radura… e quello che vide lo lasciò di sasso.
Completamente di sasso.
Davanti a lui c’erano due strani personaggi, che litigavano furiosamente.
In mano avevano entrambi un uovo, bianco come il latte, e lo indicavano l’uno all’altro con estrema energia. Era la scena più strana che Joan avesse mai visto, e non sapeva proprio cosa pensare.
I due personaggi, però, un uomo e una donna, erano davvero la cosa più strana di tutta la situazione: lui era terribilmente magro, con un misero ciuffo di capelli biondi in testa, il viso pallidissimo, come se fosse appena uscito da anni di letargo; lei robusta e molto bassa, con una massa di capelli grigi tenuti insieme da un bastoncino marrone pallido, il viso abbronzato, come di una che lavorasse ogni giorno sotto il sole, il vestito lungo fino ai piedi, dai colori sgargianti.
Sembravano spuntati da un qualche sogno bizzarro, dovuto probabilmente a qualche cibo digerito male. “Chissà perché quelle due uova sono così importanti”, si disse Joan.
Ebbe come un’intuizione improvvisa. Forse era la sua magia, ma non si fermò a riflettere. Si schiarì pesantemente la voce, e avanzò in mezzo alla radura.
I due interruppero il loro infinito litigio, e si volsero bruscamente verso la fonte del rumore.
Videro un ragazzo alto davanti a loro, magro, dai capelli neri che arrivavano fino alle spalle, gli occhi verdi come il mare. Ne furono come stregati.
Joan non si accorse minimamente di avere questo influsso su di loro, ma si accorse che fissavano intensamente il suo medaglione, come se lo avessero già visto da qualche parte. La cosa lo turbò non poco, ma decise di non farci caso: sentiva che quei due avevano bisogno del suo aiuto, e chissà, magari gli avrebbero saputo dire qualcosa del Mago.
“Salve- cominciò- non vorrei disturbarvi, ma ho visto che eravate in preda a una discussione, e siccome di recente ho risolto i guai di un Re, pensavo di potervi essere d’aiuto. Mi chiamo Joan”.
“Piacere, ragazzo- disse l’uomo magro, che ora sembrava più tranquillo- il mio nome è Bertrand. Non capita più di conoscere qualcuno di così generoso e gentile, al giorno d’oggi. Lei è Miranda”, soggiunse, con una smorfia della voce. La donna fece un cenno con la testa, ma non disse niente. Sembrava molto meno accomodante di Bertrand.
“Comunque- proseguì Bertrand- il fatto è questo: io e Miranda viviamo da anni in questa foresta, e ogni tre mesi ci scambiamo le uova che le nostre Galline Incantate portano alla luce. Dentro ci puoi trovare di tutto, da pulcini parlanti a uova dorate, a semi di girasole che ti trasportano dove vuoi, a gnomi delle Terre Esterne che esaudiscono tutti i tuoi desideri. Per tanti anni, il nostro rapporto è stato decisamente proficuo. Solo che adesso…”. Scosse il testone pelato.
Miranda sbuffò. “Datti una mossa, vecchio furfante”, disse.
Bertrand la guardò storta. “Insomma, giovane Joan- riprese- il fatto è questo: di solito, quando una delle nostre galline fa l’uovo, lo scuotiamo per sentire quello che c’è all’interno. Ormai siamo abbastanza esperti per capire, dal rumore che udiamo, quello che c’è all’interno. Solo che questa volta non viene nessun rumore. Quindi non c’è niente all’interno, niente! Ed è successo a entrambi. Lei deve aver tolto di nascosto quello che c’era all’interno dell’uovo, e adesso sta montando questa commedia”.
“Ma ti rendi conto di quello dici, vecchio pazzo?- urlò improvvisamente Miranda- se fosse come dici, nel mio uovo si sentirebbe qualcosa, no? Allora anche TU hai rubato dal mio!”.
E tornarono furiosamente a litigare.
Joan si trattenne dal ridere, perché la situazione era tra il tragico e il comico; ma dentro di sé sentì farsi strada una profonda intuizione, e capì di essere nel giusto.
“Calmatevi- disse- forse ho la soluzione che fa per voi. Datemi le due uova, presto”.
I due lo guardarono, con uno sguardo a metà tra lo stranito e l’implorante; ma erano ormai sfiniti, e si sarebbero aggrappati a qualsiasi cosa.
Porsero lentamente le due uova a Joan, che le prese con curiosità e riverenza. Era sempre più attratto dagli oggetti magici, e stava lentamente accettando il fatto di avere una scintilla di magia dentro di sé. Non aveva paura, era un sentimento che non l’avrebbe mai avvinto; però l’inquietudine lo avvolgeva profondamente: sentiva che pian piano stava cambiando, e ogni passo che faceva verso la magia avrebbe richiesto uno scotto.
Comunque, ormai era in ballo.
Accarezzò dolcemente la superficie liscia delle due uova, e intuì che erano state covate da poche ore. Appoggiò l’orecchio, ma non sentì nulla. Forse i due avevano ragione, dopotutto, e…
No! Sentì qualcosa. Era come sentire un cuore, un cuore che stesse battendo fortemente.
Sì, c’era della vita, là dentro. Ma che cosa poteva essere?
Manovrando abilmente con le mani, aprì le due uova.
I due litiganti guardavano tutto a bocca aperta, e Joan sorrise. Erano stati talmente terrorizzati dal fatto di non trovare nulla di magico, che non avevano neppure osato aprire le uova. Pensavano che quelle uova fossero solo magiche.
Eppure, si disse Joan, cosa c’è di più magico di una vita che nasce?
Ed eccoli lì, due pulcini bagnati, dalle piume bianche e gialle, che guardavano smarriti attorno a sé.
Joan guardò i due personaggi, e sorrise. “Eccolo risolto, il vostro mistero- spiegò- questa volta non c’era nulla di magico: solo due pulcini”.
Bertrand e Miranda si guardarono, decisamente imbarazzati: avevano fatto tutto quel casino per niente, dopotutto. Beh, ogni tanto un pulcino e basta non è un dramma, si disse Betrand.
Miranda sorrise, e strinse la mano a Joan. “Grazie, ragazzo- disse- se c’è qualcosa che possiamo fare per te, parla senza esitazioni”. Bertrand annuì vigorosamente.
Joan sorrise: le cose andavano ancora meglio di quanto avesse osato sperare. “Una cosa ci sarebbe- disse- sto cercando il Re Cambia l’Anma. Sapete dove posso trovarlo? So che abita qui, in un palazzo di tufo”.
I due lo guardarono, e spalancarono gli occhi dall’orrore. “Che ci devi andare a fare?- esclamò Bertrand- quel posto è terribile! Se ci entri, non ci esci più. Noi lo evitiamo, e pure tu dovresti”.
Anche lo sguardo della donna era decisamente eloquente, e Joan per la prima volta ebbe dei dubbi, anche se non aveva affatto paura. “E’ davvero così pericoloso?- chiese- io ho una missione affidatami da Borèo del Castello d’Ocra, e solo Cambia- l’anima può aiutarmi”.
Al nome di Boreò, la donna non seppe trattenersi. “Quel Borèo? Ah, ma allora è anche peggio, ragazzo: sei finito nel mezzo di un gioco tra due maghi, e non c’è niente di buono in questo. Proprio niente”.
Ora, le cose cominciavano a farsi fin troppo inquietanti, e Joan doveva saperne di più. “Signora- replicò- tutte queste allusioni non mi servono a niente, sono giorno che mi danno solo allusioni, tutti quanti, e ho bisogno di qualche risposta in più. Cosa mi attende, se trovo quel palazzo?”.
Bertrand gli mise una mano sulla spalla. “Hai ragione, giovane Joan- commentò- ma purtroppo ti possiamo dire ben poco: su Cambia l’Anima e la sua lotta infinita con Borèo ci sono solo enigmi e allusioni. Tutto quello che si sa è che hanno pesantemente litigato in passato, e l’odio tra loro è andato aumentando; ma visto che una legge non scritta dei maghi li vincola a una profezia che li unisce, nessuno dei due si può rifiutare di fare a meno dell’altro. Quindi da questo punto di vista non corri pericolo. Il vero pericolo sarà quando entrerai in quel palazzo”.
“Perché?”, chiese Joan.
“Perché- sbuffò Miranda- al Mago della foresta piace giocare con chi chiede il suo aiuto, ragazzo! Potrebbe farti credere qualsiasi cosa, entrando nella tua mente e costruendo visioni di sogno che poi ti tormenterebbero per sempre! E in più, ti chiederà qualcosa in cambio. E sono sempre guai, perché lui non fa mai niente per niente! Mio fratello è impazzito a causa sua, e ora crede che il mondo sia una continua nebbia, e va in giro per il mondo come Principe delle Nebbie, e tutti gli ridono dietro!”. Era sull’orlo delle lacrime, e Bertrand gli diede dei buffi colpetti sulla spalla, per consolarla.
Joan rimase turbato. Quelle notizie non erano per niente buone, e si chiese come mai quei due sapessero tante cose del Mago, se era davvero così inavvicinabile; ma il tempo giocava contro di lui, e lasciò perdere quei pensieri.
“Beh, ci starò attento- disse infine- e non consideratemi un ingrato, se non presto più attenzione ai vostri ammonimenti; ma devo trovare il mago”. E raccontò loro il patto stretto con Borèo. Sentiva di potersi fidare di quei due strani personaggi.
Bertrand scosse la testa, e Miranda sbuffò. “Come immaginavo- disse la donna- sei stretto in un patto doppio tra due maghi, e rischi di essere stritolato. Comunque, apprezzo il tuo coraggio, e ti dirò dove si trova esattamente il castello. Ma poi non venire a lamentarti da me, se scopri che avevo ragione”. Joan trattenne a stento una risata- quella donna era veramente terribile, e sperava che non fossero tutte così al mondo- e disse: “TI ascolto”.
Si voltò verso l’intrico dei boschi davanti a loro. “Lassù- indicò con un dito – c’è una collina, dopo il sottobosco che vedi qui davanti a te. Lì c’è il Palazzo di Tufo. Ci arriverai in venti minuti. Ma stai attento! Il sottobosco è pieno di trappole, messe dal Mago e dai suoi servi. Tu mi sembri un ragazzo sveglio, comunque. In cima, troverai il Palazzo. Ma non sarà facile entrarci, perché bisogna sempre superare il Guardiano Inconsistente”.
Joan la guardò. “Cosa sarebbe?”, chiese.
“Difficile spiegarlo- intervenne Bertrand- nessuno che torna dal castello vuole spiegarlo. SI sa solo che ti pone delle domande. Molti non ce la fanno, e non si sa più niente di loro”.
“Di bene in meglio”, pensò Joan. Comunque, non gli restava altra scelta. E in fondo, il mistero lo attirava.
Strinse la mano ai due amici. “Grazie di tutto- li ringraziò- vi prometto che starò in guardia, e chi lo sa? Magari potremo rivederci”.
I due annuirono, poco convinti.
Joan scosse la testa, e si avviò all’interno del sottobosco.
Miranda continuava a scuotere la testa, ma Bertrand aveva cambiato espressione. “Sai, vecchia mia- disse- quel ragazzo mi piace; e forse il Mago troverà pane per i suoi denti”.
“Tu vivi sempre nella speranza- ribattè lei, acida- io ho visto il Mago, e so quello che dico. Spero tu abbia ragione, ma non ci conto molto. Ora vieni, dobbiamo fare i conti annuali per quelle dannate uova!”. Se ne andò impettita, e Bertrand la seguì, scuotendo il pesante testone.

Di Pierluigi Cuccitto

Di Pesaro. Ho trentaquattro anni, vivo e scrivo da precario in un mondo totalmente precario, alla ricerca di una casa dell’anima – che credo di aver trovato – e scrivo soprattutto di fantasy e avventura. Ho sempre l’animo da Don Chisciotte e lo conserverò sempre!

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