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ApprofondimentiRaccontiTerritorio

Tra gli Albanesi di Calabria

By Francesco M.
22 Dicembre 2023 7 Min Read
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La Calabria ha per sua natura una vocazione cosmopolita. Molti sono i resti e le vestigia di culture antiche e lontane. Quando, però, si fa l’elenco dei tanti popoli che sono giunti in Calabria non si considera quasi mai quello albanese. Perché?

Siamo andati alla ricerca dei luoghi in cui vive ancora questa gente, giungendo infine sulle colline dove la Sila Greca inizia a discendere verso la piana di Sibari. La vista spazia dal Pollino fino allo Jonio e al Golfo di Taranto. Qui sopra sono arroccati alcuni paesi di origine greco-albanese. I loro nomi sono poesia, religione e rimando all’Oriente:

Santa Sofia d’Epiro
San Demetrio Corone
San Cosmo Albanese
San Giorgio Albanese

I paesi hanno la capacità, pur in spazi ristretti, di racchiudere l’intero universo della vita. Le vicende storiche, la devozione e gli intrecci umani assumono una forma unica, chiara e leggibile. In questo breve viaggio abbiamo infatti assistito sia ad un battesimo ortodosso che ad un rito funebre.

Nel microcosmo dei paesini rimasti fermi nel tempo, in attesa della fine o della salvezza, ci sono ancora le tracce delle epoche in cui il destino era collettivo e non individuale, dove intere comunità si spostavano, prosperavano e crollavano insieme. Sullo sfondo, l’eterno andare e venire dell’uomo, fatto di migrazioni, povertà e desiderio di riscatto.

 

Santa Sofia D’Epiro

La Chiesa di Sant’Atanasio il Grande è la più importante del paese. Antonio ci racconta che i bellissimi affreschi sono opera di un bizantinista cretese, venuto in Calabria più volte per decorare la Chiesa.

Ci mostra il primo affresco sul lato destro, appena dopo l’ingresso. Rappresenta la venuta degli Albanesi sulle colline ove oggi sorge Santa Sofia D’Epiro. Vestiti di Bianco, portarono su queste alture santi e riti dei Balcani, venerati e seguiti ancora oggi.

Antonio assume un tono grave e serio quando racconta l’arrivo degli Albanesi. Una terribile epidemia di peste si abbatté sulla Calabria, seguita da un forte terremoto. I villaggi della zona restarono disabitati e diroccati. Fu così che per ripopolare la contrada furono concesse le terre ormai abbandonate agli Albanesi provenienti dall’Epiro.

“Gli uomini di quel tempo erano già moderni. Sapevano che le migrazioni erano un rimedio alle situazioni difficili”, dice Antonio.

Poi racconta tanti avvenimenti: la costruzione della chiesa, le vicende umane e lo scorrere degli eventi fino ad ai nostri giorni. E mentre i fatti del mondo si espandono come le maree, Santa Sofia D’Epiro rimane sempre lì, un luogo semplice e racchiuso, dove le vicende della storia arrivano solo come un eco lontano.

 

Mentre siamo impegnati nella conversazione iniziano ad entrare nella grande chiesa donne, uomini e anziani. “Ci sarà un battesimo”, dice Antonio. “Restate, così potete vedere il rito bizantino”.

Una giovane coppia sta di fronte al Pope. Al centro un bel bambino. Il rito comincia con una serie di esorcismi compiuti dal prete, seguiti dal segno della croce e da soffi attorno al bambino. Poi, il Pope pone alcune domande ai genitori del bambino, raccomandando di rinunciare al maligno. Il bambino viene così unto, per far scivolare via dal neonato tutto ciò che c’è di malvagio. Si procede allora con le tre immersioni accompagnate dalla formula battesimale.

Terminato il rito Antonio si avvicina nuovamente: “Per noi Ortodossi le tradizioni sono molto importanti. La verità appartiene al popolo e alla sua storia. Noi la trasmettiamo attraverso il racconto e il ricordo”.

Il sole ci acceca quando usciamo dalla Chiesa. Ci perdiamo nei vicoli del paese.

 

San Demetrio Corone

Quando l’uomo si mette in viaggio e ascolta solo il proprio istinto trova inspiegabili connessioni. Come se un misterioso moto dell’animo ci muovesse verso decisioni imponderabili.

Quando per la prima volta ho letto il nome di San Demetrio Corone sulla mappa ho avuto un attimo di esitazione. Cosa ci fa il nome di un paesino greco del Peloponneso (Corone) nel cuore della Calabria? Qui viene il bello, quell’imponderabile di cui parlavo sopra. Appena un anno prima mi trovavo proprio a Corone, remoto paesino nel Peloponneso. Grande è stata la sorpresa di ritrovarlo nella mia Calabria.

San Demetrio Corone fu fondato da esuli greci e albanesi (Arvaniti) durante la conquista Ottomana della Grecia. I migranti abbandonarono Corone per cercare rifugio in terre più sicure. Fu così che si insediarono in Calabria.

La strada che parte da Santa Sofia d’Epiro porta in poco tempo a San Demetrio Corone. Quando arriviamo in paese è ora di pranzo. Poche sono le persone in giro.

Sarà capitato a chi si ritrova in un paese che non conosce di notare che la propria presenza sia osservata e notata. La reazione dei locali, che ad una prima impressione può sembrare diffidenza, è in realtà un misto di attesa e curiosità. Il viandante, nelle culture balcaniche e mediterranee, è quanto di più simile vi sia al Dio. Il viaggiatore rimanda ad ancestrali sentimenti, tanto di rinnovazione (la novità), quanto di distruzione (il pericolo).

E’ bene, quindi, mostrarsi curiosi e disponibili con i locali. Un tempo ci si assicurava che il viandante non fosse una divinità sotto mentite spoglie. Oggi si cerca di capire chi sia e cosa voglia quello strano viaggiatore. Una volta intuite le nostre intenzioni, saranno ben lieti di scambiare qualche parola.

 

San Cosmo Albanese

Il santuario dei Santi Cosma e Damiano è all’ingresso di San Cosmo Albanese. Chiunque arriva nel paesino lo incontra. Già dal XI secolo in questa zona esisteva un monastero bizantino dedicato ai beati Cosma e Damiano. I due Santi sono particolarmente venerati dagli umili in quanto Anargyroi (dal greco antico Ἀνάργυροι, “senza argento” o “Santi non mercenari”). Questo perché curavano i malati senza pretendere nulla in cambio.

Il culto dei due santi è molto avvertito in Calabria. In particolare, tra il 25 e il 27 Settembre di ogni anno si tiene la festa in onore dei santi Cosma e Damiano nel paese di Riace. Oltre alla comunità cattolica la festa è frequentata anche dalle comunità Rom e Sinti. Il senso religioso, in Calabria come altrove, è stato capace di unire popoli diversi. Oggi, invece, sembra molto complicato unire tradizioni o religioni differenti.

«San Cuosimu e San Domianu porgitimi la manu ca sugnu foresteru e biegnu di luntanu»

I viandanti pregano, cantano e recano doni nella speranza che i santi guaritori allevino i malanni. Alcuni dormono nel santuario, perpetuando l’antichissima tradizione secondo cui dormire nel tempio di Asclepio garantisse la cura da ogni male.

San Cosmo Albanese ha sofferto un forte spopolamento. Molte sono le case abbandonate e dirute. Da un’abitazione spartana esce una donna musulmana con i suoi bambini. Chissà, forse saranno queste persone dimenticate a rimettere in piedi le case, a puntellare le mura cadenti e a dare nuova vita alle abitazioni e ai paesi, proprio come fecero secoli fa gli Albanesi giunti da lontano.

 

San Giorgio Albanese

E’ nella piazza antistante la chiesa di San Giorgio Megalomartire che termina il nostro viaggio. Giungiamo stanchi alla fine della giornata, quando il sole sta già per tramontare. Abbiamo incontrato tante persone e scambiato con loro molte considerazioni. Sempre le solite a dire il vero: il lavoro che manca, i giovani che vanno via, la desolazione dei borghi. Nulla di nuovo.

Eppure queste sagge persone si scrollano la tristezza con un segno delle spalle o con una esclamazione. La vita continua, di generazione in generazione. Così è sempre stato e così sempre sarà. Pestilenze, terremoti, invasioni. Le vicende umane sono come le maree. E cosa sono, in fin dei conti, le preoccupazioni dei nostri giorni? “Non è niente, figli miei”, dice un’anziana.

Tra gioie e dolori gli Albanesi di Calabria hanno imparato a non piangersi addosso per quello che l’esistenza gli riserva, perché ogni cosa è inserita nel flusso della vita, nell’andare e nel venire delle fortune e delle sfortune.

Infine, mentre stiamo per andar via, giunge un corteo di persone in processione. Alla testa del corteo vi è un defunto, che lentamente e silenziosamente viene condotto dentro la bella chiesa.

Ecco, allora, che mi è tutto chiaro. Ho avuto davanti, in poco tempo e in uno spazio ristretto, tutta l’esistenza, tutti i motivi per i quali l’uomo va e viene. Abbiamo visto un bambino essere accolto nella comunità, sentito storie tristi e felici,  visto le nuove forme di integrazione, parlato e discusso con chi vive in questi luoghi dimenticati e assistito all’ultimo saluto di un abitante del posto.

Non credo al caso. Non so quale dio o divinità guidi le nostre decisioni o indecisioni. Ma credo che ci sia un disegno umano, come una grande mappa collettiva. Case, paesi e montagne si arricchiscono con le storie e le vicende di chi vi ha vissuto. E su quel tessuto, su quella grande mappa collettiva, è come se riconoscessimo le orme di chi è passato prima di noi. Come se entrassimo in empatia con un luogo che pure mai abbiamo vissuto.

Andiamo via che il sole ha già steso il suo velo sul mare. Gli ultimi raggi trafiggono le finestre, le case e, ancora più lontano, le rocce dei monti. Oggi che sono qui a scrivere queste righe, risento ancora le parole di Antonio. “La verità appartiene al popolo e alla sua storia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Letto: 34
Francesco M.

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Francesco M.

Sono nato dall'increspatura dell'onda. Non ho deciso io il mio destino, ma il mare che tutto sospinge e muove. - Tu navigherai - mi disse un giorno. E così sono alla ricerca di Itaca. Ho un cuore mediterraneo, crocevia di emozioni e incoerenze, come i molti popoli di questo mare.

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