A cosa pensano i giovani oggi? A non avere più tempo.

Di cosa siamo fatti? Di pelle, aria, sentimento? Di ferro? Calcoli, schemi, ordini mentali? Qualche sera fa, mi trovavo a passeggiare durante uno dei soliti sabati e come di routine il corso era abbastanza pieno. Da noi, ma forse un po’ dappertutto è così, vige un po’ il sabato ‘fascista’, dico così perché mi fa meglio pensare a qualcosa di assegnato, comandato, di forzato, insomma, a cui tutti noi ci sottoponiamo, ed è l’uscita del sabato sera, per l’appunto. Un momento in cui ti trovi lì a passeggiare, o a bere qualcosa in uno dei soliti pub del momento, immersa tra la folla, e tu non vedi e non senti altro che ‘folla’, caos, ma quel caos fine a se stesso, e che dopo 10 minuti ti annoia da morire, perché crea una certa distanza col mondo. Cioè, tu stai lì nel mondo, col mondo, eppure sei fuori dal mondo, e paradossalmente ti senti sola, e inizi a sentire l’esigenza di andartene via, di andare a casa, stenderti sul tuo lettino e leggere un bel libro.

Mi chiedevo, dunque, l’altra sera, durante un preciso momento di pioggia in cui tutte le ragazzine con gonne corte cercavano riparo sotto lo stesso bar dove io e i miei amici eravamo seduti già da un’ora: chissà a cosa pensano i 15enni di oggi? Quali sono i loro pensieri? Cosa pensano al mattino? Cosa alla sera? Quali sono i pensieri che formano i loro primi obiettivi? Fare colpo sul ragazzino più figo dell’istituto? Nah! Farsi un paio di canne nel weekend? Poi pare che li demolisci subito! Ad avere un posto in banca, alla collezione di cravatte? Qualcuno può darsi pensi già al bene o al male? A cosa ci sarà dopo questa vita! Non lo so, sta di fatto che l’altra sera, così, osservandoli, in un momento preciso, questi adolescenti, avrei voluto porre loro qualche domanda del genere.

Nella società attuale, sempre più distratta, e mai pronta alle domande della vita, intime e personali, e per la vita e sul mondo, siamo sempre convinti che il tempo non ci abbandoni mai. Siamo convinti che di tempo ne abbiamo a volontà, eppure abbiamo sempre tanta fretta, così tanta che pedaliamo senza stop, senza mai capire se la strada è quella giusta o quella sbagliata, se è proprio quella che intendiamo voler percorrere, nulla. Noi corriamo e non ci fermiamo, andiamo avanti, come un toro sfrenato durante una corrida, e poco importa il pensiero. Poiché, forse, è più facile pedalare che fermarsi, interrogarsi. Cosa succede, dunque, in questa società post moderna, in questo tempo che di contemporaneo propone solo l’estetica senza mai provare ad abbinarci l’etica, cosa succede ai figli di questo tempo, impegnati 7 giorni su 7, trovati a fare nuoto, palestra, karate, danza, teatro, pianoforte e qualche altra cosa in uscita con l’anno che verrà? E se tutto a un tratto, un figlio si sveglia un giorno, e dopo 5 anni di pianoforte dice al proprio padre e alla propria madre: non voglio più continuare! Cosa succede al padre e alla madre? Chiediamo mai ai figli cosa li appassiona di più? E i figli hanno deciso di assecondare i padri e le madri, facendo da genitori ai propri genitori, pur di vederli contenti? Siamo un popolo di rassegnati, e accontentati. Non sappiamo più cosa sia il ‘piacere’. O pensano davvero che sia così? Che debbano fare davvero di tutto, e scalare una gigantesca montagna al giorno per essere sempre i primi della classe? Quale sentimento hanno in petto questi figli, a fine giornata, dopo il 9 in italiano, e il 10 in quell’altra materia? Sono il primo della classe! Si, ok, ma cosa provo davvero, in quell’esatto momento lì? Mi sento onnipotente. Mi sento figo. Ma c’è che se oggi ho preso 10, domani quel 10 non mi basta più, e voglio 20, e mi prefisso 20 nella mia testa, e guai a chi crede che non possa arrivarci. Ed è allora che inizio a non vedere e a non sentire più vita fluire intorno a me. Abbiamo messo i figli nella condizione di ‘misurarsi’ in ogni millesimo di secondo della propria vita, senza badare a lasciar loro un millesimo di secondo a chiedersi il perché, a chiedersi qualcosa su se stessi, che quando lo si fa sono già adulti e il trauma è garantito. Siamo, quindi, nel tempo presente dei padri fragili, dei figli onnipotenti, siamo nel tempo in cui i figli sono adulti e i padri tornano bambini, perché questi padri non hanno mai imparato a misurarsi e pretendono che lo facciano i figli a testimonianza del loro tempo perduto. A testimonianza di una ‘perfezione’ finta e rischiosa, malata.

Ci siamo dimenticati della noia, di dire ai nostri figli che fa bene a volte oziare, non fare niente, camminare, osservare, tornare a casa, uscire senza un motivo, scrivere o leggere quando se ne ha voglia, portare avanti un hobby perché ci piace davvero, fare teatro perché mi sento bene, fare nuoto perché mi sento bene, abbiamo finora continuato a dare peso a gare agonistiche,  a medaglie, coppe…Mio figlio ha vinto questo, mia figlia è arrivata prima qua, là! Ci siamo dimenticati d’insegnare ai nostri figli il cielo, a guardare il cielo e le nuvole con tutte le sfumature, con i colori del cielo, ci siamo dimenticati di trasmettere fantasia e armonia in merito alla natura, alle piante e a tutti gli esseri viventi. Siamo rimasti ingabbiati, fermi, di fronte troppi semafori, come un insieme di formiche che hanno perso la strada di casa, ingabbiati, stupidi, rincoglioniti. Ci siamo dimenticati che il tempo non è eterno, e che non è vero che ne abbiamo abbastanza, e che forse sarebbe bene vivere con più calma ogni cosa, senza calcoli, schemi, programmi, sveglie, senza l’ansia di non arrivare in tempo. A chi? A cosa? Siamo una freccia rossa senza meta, padri, madri e figli, tutti sullo stesso binario dell’uguaglianza dell’irragionevolezza.

(Ph. Francesca De Fazio)

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