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Sono anni che aspetto di mettere per iscritto questi pensieri, e credo sia giunto il momento.

Riguardano una frase, che spunta ogni volta come un mantra superficiale appena dici che ascolti e apprezzi i Modena City Ramblers anche negli ultimi 11 anni: “ah ma sono la cover di sè stessi, erano molto meglio con Cisco, adesso fanno pena”.
Considerazioni che mi hanno sempre scioccato, perchè denotavano una imbarazzante superficialità dell’ascolto dei testi e delle musiche: tutta questa grande massa di persone, quando parlano dei “bei tempi andati dei Modena” si riferiscono sempre alle 4-5 canzoni che vogliono che si facciano ai concerti ( I cento passi, Contessa, In un giorno di pioggia, Ebano..). Canzoni meravigliose, per carità.. ma non credo siano mai state il massimo raggiunto dai Modena. Tornerò su questo: prima voglio dire qual’è secondo me la ragione vera di questi discorsi.
Semplicemente tutte queste persone “ascoltavano” il gruppo solo perchè i Modena, fino a una certa fase, sono stati invitati alle Feste dell’Unità, dove si radunava il popolo di sinistra ( o che si credeva tale). Quindi per molta gente i Modena sono stati il gruppo che rappresentava i loro anni di impegno civile, di manifestazioni con il pugno alzato ( ma poco convinto, mi verrebbe da dire)… a parte quella fase della loro esistenza, non li hanno poi mai veramente ascoltati. Hanno SMESSO di farlo, perchè la cosa non li interessava più. Ecco perchè parlano di “cover di sè stessi”, di “delusione”, ecco perchè rimpiangono la dipartita artistica di Cisco Belotti, avvenuta nel 2005.
Solamente perchè ormai nel loro cuore le musiche folk non hanno più spazio.
Chi ascolta veramente folk, sa bene che le melodie nascevano dai cantori di strada, e le musiche erano spesso simili. Quello che importava- e che importa- erano e sono le parole, semplici e pesanti come pietre.
E questo gli MCR non l’hanno mai dimenticato. Sono rimasti coerenti con sè stessi, sempre… ma sono cresciuti, decisamente cresciuti.
Sì, perchè nei presunti anni d’oro le loro canzoni erano sì stupende, ma legate all’entusiasmo della gioventù artistica e politica, e quindi forse di più immediato impatto e orecchiabili, ma a volte più “ideologiche”, legate com’erano a un mondo della Sinistra che sembrava- ma non lo era- unito e genuino.
Molti gruppi a tanti artisti si sono poi disillusi, e sono addirittura passati dalla parte opposta… loro no, ma hanno assunto consapevolezza e profondità, amarezza e saggezza, ma senza perdere l’allegria e la speranza.
E i loro testi sono diventati più profondi, riflessivi, più “narranti”, più incentrati su singole storie di resistenza, sofferenza e esemplarità. Sono diventati i cantori dell’Italia.
Ma per gustare questo tipo di testi c’è bisogno di attenzione, riflessione, calma e fedeltà. Serve il mantenersi fedeli ai propri ideali, il non diventare cinici, il sapersi gustare un concerto senza esigere sempre le stesse canzoni, ma desiderosi di sentire cosa i musicisti hanno da dirci sul mondo attorno a noi.
E la Grande Famiglia continua a esplorare il mondo, con un nuovo cantante che ha una voce più energica, una personalità più semplice e alla mano del tanto elogiato Cisco, il quale fa e farà sempre parte della storia dei Modena, ma i MCR sono andati avanti benissimo senza di lui, grazie a Betty Vezzani, per un breve e fortunato periodo, e a Davide Dudu Morandi, una vera forza della natura. E con il resto della band, sempre sul pezzo.
Così, credo che dobbiate rassegnarvi: sono molto meglio senza Cisco, perchè se il gruppo avesse chiuso allora i battenti, non avremmo avuto canzoni profonde e poetiche come quelle dell’album Dopo il Lungo Inverno- la straordinaria Risamargo, per esempio- , la riflessione su bene e male in Povero Diavolo, i racconti storici dell’italia che fu di Niente di Nuovo sul fronte Occidentale ( La guerra del barot e Pasta Nera sono un monumento alla memoria, con parole che bruciano l’anima e il cuore), la straordinaria poesia di Seduto sul tetto del mondo, Camminare e Il posto dell’airone, il racconto concreto e vivo della storia partigiana in Battaglione Alleato, più maturo di quello, pur molto bello, di Appunti Partigiani, e infine, l’incredibile bellezza del recentissimo Mani come rami, ai piedi radici: un vero Manifesto per la nuova Umanità, dove spicca la poesia di Le mani in tasca, la preghiera laica e naturalista di Grande Fiume e la domanda pesantissima di Sogneremo pecore elettriche: ”Resteremo umani, o sogneremo pecore elettriche anche noi?”.
Domanda che dovremo farci tutti, ogni giorno.

Lunga vita alla Grande Famiglia!

Di Pierluigi Cuccitto

Di Pesaro. Ho trentaquattro anni, vivo e scrivo da precario in un mondo totalmente precario, alla ricerca di una casa dell’anima – che credo di aver trovato – e scrivo soprattutto di fantasy e avventura. Ho sempre l’animo da Don Chisciotte e lo conserverò sempre!

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