Agosto
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Una veneziana grigia, larga poco più di un metro e mezzo. Oscilla ripetutamente con un ritmo quasi ipnotico. Avanti e indietro facendo filtrare, di tanto in tanto, anche qualche pallido raggio di sole di un pomeriggio estivo di agosto.

Ad accompagnarla nei movimenti, oltre al mio sguardo distratto, una leggera brezza che mi rinfresca le braccia, i piedi e le gambe, a smorzare il caldo del pomeriggio estivo di agosto.

Sono le mie mani, un po’ stanche un po’ svogliate, a dettare sui tasti le parole da scrivere a un pc. Attorno a me, quasi a far da cornice ai miei pensieri, un quotidiano ormai vecchio, un paio di riviste di attualità, poggiate distrattamente su una vecchia macchina da scrivere verde. Apparteneva a mio nonno.

È una di quelle marche italiane famose, molto diffuse negli anni ’60, quelli in cui alla gente piaceva sognare, immaginare il futuro senza paura, scrivendo a macchina, un po’ per gioco, un po’ per dovere.

Un mazzo di chiavi, un portafogli e un orologio, fermo alle 11:23 e con la data indietro di cinque giorni, completano il campo davanti ai miei occhi. Le grida gioiose di alcuni bambini coprono invece il trambusto di qualche tuono in lontananza, l’ennesimo di questa estate bizzarra. Non so perché sono qui, perché ho scelto questa stanza ma è qui che sciolgo i pensieri, lo faccio spesso.

È fra queste mura che ripenso al tempo, a quello perso, a quello dato, al tempo che ancora non ho. Disegno fra le fessura della veneziana grigia e svolazzante disegni di un pensiero fisso, scorgendo nell’angolo alla mia destra una chitarra. La suono spesso, ammorbidisce l’umore mentre le dita accarezzano le corde colorandole un po’. Quand’è che ho smesso? Quand’è che tutto s’è fermato di colpo?

È in questa stanza che, l’altro giorno, pensavo ai treni. Alle stazioni, ai binari, alla gente che sale e che scende, che vaga, che va, trascinando a fatica il loro bagaglio. Tutti in attesa di un treno che li prenda e li accompagni alla meta, in un nuovo viaggio.

Ripenso a quando qualche anno fa mi fermavo alla stazione ad osservare la gente che partiva e che aspettava. Studiavo i loro volti, i loro occhi, cercavo di cogliere un cenno di emozione nel rivedere le persone care scendere di fretta da quei treni ferrosi e chiassosi. Nei loro abbracci si scioglieva lo scorrere del tempo, si mischiavano anime, braccia, sorrisi e lacrime, per un po’.

E immaginavo le loro storie, le loro gioie, i drammi e i sogni di esistenze ancora acerbe.

Il vento ha smesso di smuovere la grigia veneziana e immobile come me attende paziente il passare di questa domenica. Sento ancora il sapore del sale sulle mie labbra, l’odore del mare di questa mattina. Un temporale pare in arrivo ma il sole c’è ancora.

Mi alzo e in cucina, sul lungo tavolo marrone, i resti di un libro. Pagine che scorrono veloci in questo lento pomeriggio estivo di agosto.

Di Giorgio Curcio

Sono i ricordi e gli amori che non ho mai avuto, le risate e le bugie, gli schiaffi presi e quelli non dati, ma anche i sorrisi e gli sguardi rivolti nel vuoto delle anime che mi circondano e spesso ne scrivo anche. Giornalista di professione, utilizzo i miei occhi e i miei sensi per trovare un filo che unisce le migliaia di distrazioni che mi circondano e che mi confondono.

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