A passi svelti il mondo scorre attorno a me.

È attorno alle 17,30, o forse qualche minuto prima, che d’impulso mi alzo dalla poltrona, stacco gli occhi dal monitor del pc che per ore ho osservato scorrendo tra storie e foto di un mondo esterno e che a tratti non sembra appartenermi, indosso una giacchetta di stoffa leggera e mi dirigo verso il grande portone di legno marrone per aprirlo e lasciarmelo alle spalle mentre scelgo se scendere le scale a piedi o entrare in ascensore.

Contando i piani uno dopo l’altro, mi ritrovo fuori, all’esterno di un portoncino di vetro mezzo sgangherato che si apre con una spallata e si chiude lasciandolo andare. D’un tratto una soffio d’aria fresca mi sorprende, mi spiazza e mi accarezza, svegliando i miei sensi apparentemente sopiti e lasciati in disparte da qualche ora. O qualche giorno, non so.

A passo svelto guadagno metri, tanti, un tentativo patetico di cercare di recuperare il tempo perso. Mi lascio così travolgere dagli scenari, dai colori tenui, dalle luci che si accendono sulla strada, dalle scene nuove che si spalancano ad ogni angolo. Delle foglie, intanto, sul marciapiede si trascinano in fretta sotto i miei piedi, lasciandosi morire sotto il peso di un uomo in marcia verso chissà dove.

Cammino o scappo? Non so. Certo è che l’aria è assai fresca stasera e forse avrei dovuto portare una giacca più pesante. È tardi per ripensarci ormai e i passi non li conto più già da un pezzo. Giro l’angolo a destra, quello che poi mi conduce come sempre in piazza. Quella rotonda, circondata da alberi e palme, anche loro osservatori distratti di un tempo che è impossibile da afferrare, figuriamoci da trattenere, magari fra le mani o fra i capelli.

Mi avvolgo nella giacchetta, alzando un po’ il colletto, stringendo le braccia. Mi immergo in uno scenario che man mano si mostra per quello che è. Un bambino stringe un pallone in mano e con l’altra cerca nell’aria di mantenere un delicato equilibrio. Incrocia i miei e mi sorride e timidamente accenna un saluto.

Nel frattempo il sole si è ormai spento dietro ad una grossa nuvola rosa, e il vento insiste più forte. Più in là, alla mia sinistra, una signora, seduta comodamente su una panchina, cerca di riordinare un cumulo di fogli e prende appunti. Di fronte una coppia di colore, lui con un abito lungo e bianco e un grosso cappello in testa, lei colorato e ricamato, parla animatamente, alternando sorrisi e risate, scorrendo distrattamente col dito sul display di uno smartphone nero.

Nessuno sembra dare importanza ad una decina di bambini che, gioiosamente e chiassosamente, rincorrono in piazza un pallone. Li guardo e sorrido e insieme a me lo fa anche un’altra coppia che, mano nella mano, si stringe fra un gilet nero e una camicia bianca. Una carta blu vola via insieme alle foglie e sfiora due anziani, intenti a discutere di politica mentre si aggrappano ad una bici.

Un passo dopo l’altro osservo i volti attorno a me, rallentando, quasi alla ricerca di una voce, di un volto. Sembra fare lo stesso una finestra spalancata, tagliata a meta da una serranda.

Il buio al suo interno contrasta con la luce che brilla, fuori, prima di spegnersi definitivamente per oggi. Completo due giri della piazza, per essere sicuro di aver sfogato abbastanza i miei nervi. Che poi dei passi, dei consigli, dei medici, dei testi da scrivere, delle voci nelle orecchie, dei baci, dei sorrisi, degli abbracci, di tempo ce n’è.

Mi arrendo al pensiero di dover lasciare i miei compagni inattesi e inconsapevoli di un viaggio durato il tempo di una passeggiata, e mi dirigo verso il mio ufficio, in salita, assaporando un altro po’ di vento, salutando un gatto nero che nel frattempo sembra cogliere nel mio volto la delusione di un altro giorno che muore al rintocco di una campana che suona lontana.

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