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D’amore e d’anarchia: La ribelle di Eugenija Jaroslavskaja-Markon

By Ilaria Pellegrini
9 Ottobre 2018 4 Min Read
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Questa lunga estate strana, dal tempo incerto, accompagnata dalla monotonia di certe feste, certi luoghi, certi atteggiamenti, dai vari cliché, è stata scossa da una lettura sì breve, ma estremamente affascinante, dirompente, rivoluzionaria Sto parlando di La Ribelle – di Eugenja Jarolslavskaja-Markon, pubblicata da Guanda a giugno 2018. L’autobiografia venne ritrovata nel 1996 da Irina Flige, direttrice del centro di ricerca e d’informazione Memorial di San Pietroburgo. Come racconta nell’accurata postfazione “ Il testo è in bella, senza correzioni, e che l’abbia preceduto una minuta, lo possiamo soltanto intuire. In fondo al manoscritto c’è una data, 3 febbraio 1931, presumibilmente la data in cui fu completato il lavoro sul testo; difficile immaginare che sia stato scritto in un solo giorno. O forse no […] Della vita di questa donna incredibile non sappiamo granchè. L’essenziale sulla sua persona, le sue opinioni, la sua vita lo ha raccontato lei stessa nelle memorie scritte prima di morire. “

La prefazione invece, è curata dal giornalista francese Olivier Rolin. È alquanto bizzarro osservare come le storie si intreccino: Rolin vide per la prima volta una foto di Eugenija nel 2012, in mezzo a quelle di tanti alti deportati,sulle isole Solovki,che fu base negli anni venti del primo Gulag. Il ritratto gli fu mostrato da Antonina Sosina, ricercatrice e conservatrice dei fondi del museo riserva delle Solovki dal 1969 al 1994. Rolin, più tardi citerà nel suo romanzo Il meteorologo “questa donna straordinaria che, nel gulag, un giorno si appese al collo un cartello con cui aveva scritto Morte ai cekisti”. Eugenija Markon, ragazza della borghesia intellettuale ebraica di Pietrogrado racconta la sua vita con sfrontatezza, libera da ogni vincolo, sia esso la legge o la morale. Mente vivace, si iscrive alla facoltà di Filosofia, aderisce alla rivoluzione per poi scoprirne gli inganni, le illusione e allontanarsene radicalmente. Si innamora e si sposa con il poeta Aleksandr Jaroslavskij: quando lui viene arrestato diventa ladra, frequenta i bassifondi, viene arrestata e deportata. Nell’umanità reietta, dimenticata, tra i poveri che dovrebbero essere i destinatari dei millantati benefici della rivoluzione comunista, sembra trovare il suo posto, fuggendo dalla famiglia e dalle regole sociali. La condannata a morte, in poche righe, parla del terribile incidente che l’ha resa invalida: nessun pietismo, anzi. Quell’incidente non sembra aver bloccato minimamente la sua vitalità, i viaggi a Parigi con il marito, il suo vagare. E neanche la disgrafia sembra essere un limite: semmai una risorsa. C’è molto in le dei personaggi dostoevskiani,per la veemenza dei sentimenti, (senza però quel tipico nichilismo) aspetto che ricorda anche le poetesse russe, tutte indomite, fiere, ribelli, o di Frida Khalo.

Eugenjia pensa ingenuamente che la piccola delinquenza possa rappresentare un esercito non regolare della rivoluzione e che un giorno salirà al potere. Negli interrogatori non indietreggia, non ha paura, urla il suo disgusto per una rivoluzione che ha tradito il popolo. In quello del 12/01/1931 afferma: “ Io ritengo di appartenere alla stessa classe di qualsiasi elemento declassato, criminale comune o intellettuale che sia, e in generale di tutti coloro che disprezzano l’opinione pubblica, la provocano e lottano senza ipocrisia per affermare compiutamente la propria individualità. […] Un tempo simpatizzavo per il partito dei bolscevichi e ho anche fatto parte per qualche mese del gruppo dei mezrajoncy, che si erano dati l’obiettivo di unire le diverse fazioni menscevica e bolscevica in un unico partito socialdemocratico; ora però non ammetto nessuna collaborazione con un potere sovietico che ha screditato le idee della rivoluzione nascondendosi dietro il nome dei soviet. […] Quanto alla lotta contro il potere sovietico, ritengo leciti tutti i mezzi, a partire dal principale: l’organizzazione di insurrezioni contadine”.

Lo spirito dei rivoluzionari che anima Eugenija è puro, originario, scevro da sovrastrutture. Accusa con fermezza il potere, non teme la deportazione, il freddo, la fame, le sofferenze.

C’è un popolo affamato e umiliato che chiede pane e lavoro, condizioni di vita dignitose. È l’eterna lotta tra legge e giustizia, spesse volte non coincidenti, un’eguaglianza che viene cancellata durante le dittature. Spirito indomito, sprezzante di ogni pericolo, la sua vita si spegne a 29 anni. Di fronte ad un’umanità divisa, tormentata, i confini politici, burocratici, pertanto contingenti, sembrano perdere ogni validità. Immergersi in queste pagine significa sentirsi inadeguati, con il nostro atteggiamento pingue, spesso codardo. Verrete trascinati in un turbine di emozioni, respirerete l’atmosfera cupa, concitata ,ma anche culturalmente elettrizzante del periodo, rimarrete sconcertati e sconvolti. Questo documento storico è un ordigno che spazza via il velo del tempo, a rammentarci il nostro dovere di ricordare, studiare, agire. Per non smettere di interrogarci, cercare la verità. Perchè nuovi muri, nuove diaspore, nuove segregazioni stanno sorgendo, a causa di un potere che cambia nome e volto, ma non la sua essenza. A noi il compito di scegliere da che parte stare.

Letto: 19
Ilaria Pellegrini

"Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l'unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?" E. Dickinson

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"Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l'unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?" E. Dickinson

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