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Il 23 Maggio 1992 Giovanni Falcone fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo insieme a tre uomini della scorta nella Strage di Capaci per opera di Cosa Nostra.

Io questo giudice non lo dimentico, e non lo dimentico perché è stato, fra tutti gli altri giudici della storia, l’unico in grado di persuadere i primi ‘pentiti’ di Cosa Nostra, costruendo con il c.d metodo Falcone, i primi interrogatori che portarono a definire il codice di Cosa Nostra – a partire dal famoso incontro con Tommaso Buscetta in un caldo luglio – fino a giungere al processo più grande e più rilevante di tutti i tempi, significativo per l’antimafia che contava davvero: il maxi processo a Cosa Nostra iniziato nel 1986 a Palermo.  Giovanni Falcone riuscì ad identificare il ‘linguaggio’ mafioso, attraverso l’ascolto, con i pentiti, attraverso l’immedesimazione e, anche se suona difficile, attraverso anche il rispetto (che non significa portare a casa dei pasticcini). È stato il primo giudice, fra tutti gli altri, con a fianco Paolo Borsellino, a cui piacevano di più i numeri, ad attirarsi l’attenzione e a guadagnarsi la collaborazione di coloro che avrebbero contribuito a tracciare, da un punto di vista investigativo, la storia di Cosa Nostra. Un uomo diligente, serio, e umano. Un magistrato onesto che non si è mai piegato al potere dello Stato, un uomo che, come pochi altri, credeva nel vero valore dello Stato italiano, stare cioè al servizio del popolo. Il senso del dovere in persona. Un magistrato che, diversamente da quanto accade oggi in politica e in tv, non amava il clamore, non amava l’esibizionismo mediatico. Non amava pubblicare uno o due libri all’anno.

C’è un libricino che ricordo particolarmente, a seguito di un esame universitario sulla “storia e dinamiche della mafia” con Tano Grasso all’università, che porto sempre nel mio cuore, grazie al quale in poche dense pagine, nell’intervista di Marcelle Padovani a Falcone, vien fuori la sua personalità, la sua bellezza, che mi pare di averlo conosciuto da vicino. “Cose di Cosa Nostra”,  si intitola così, un libricino che consiglio a tutti di leggere almeno una volta nella vita, soprattutto ai giovani, e dal quale si finisce per innamorarsi di lui. Non idolatria ma senso vero della realtà e della storia di uomini che, come Falcone, hanno permesso dopo il 1992 una ‘primavera’ di indignazione, la quale anche se ciclica e vulnerabile al cambiamento in base alla contingenza e alla fragilità sociale, permette ancora a tanti nuovi giovani di creare tante innumerevoli ‘primavere’ non dell’antimafia ma della legalità.

Ora che la mia età è più consapevole, e dopo tutta la mia esperienza nell’attivismo antimafia, posso dire a gran voce che uomini come Falcone non ce ne saranno più, ma noi abbiamo il compito, il dovere morale di fare camminare ancora per molto sulle nostre gambe tutto ciò che Falcone ci ha insegnato. Magistrati in grado di garantire e non di reprimere come lui non ce ne saranno più. Per questo porto nel cuore Falcone come poche altre persone.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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