DIARIO | L’estate, il tempo, le nuvole

È proprio vero che quando piove sento più facilmente la scrittura fluire. Forse stavo aspettando lei, la pioggia, per iniziare a scrivere di questa estate pronta a salutarci, oppure ci ha già salutati e non ce ne siamo accorti? Troppo in fretta direi, forse. Ci sono dei lavori in corso che si intravedono dalla mia finestra, sulla destra, oltre ai rumori degli stessi, impalcature, trapani, cemento, lungo il grande palazzo, vecchia sede dell’Inpis che adesso si trova nella parte nuova o moderna della città. Tra poco gli operai si fermeranno, causa pioggia. A guardar le nuvole dall’altra finestra del mio quarto piano, in cucina, che affaccia sul mare così lontano che pare un puntino, tra poco arriverà la tempesta. Guardavo le nuvole ogni sabato pomeriggio quando ero piccola, perché l’uscita del sabato sera era l’unica in tutta la settimana, e lo sguardo (Già! Si parlava di sguardi!) del ragazzino che mi piaceva non potevo perderlo, con quello sguardo io fantasticavo per una settimana. Adesso le cose si son invertite parecchio, adesso è l’unico giorno della settimana in cui resto a casa a far la differenza.

Una volta le lucine degli uffici dell’ex Inps accompagnavano i miei occhi verso un riposo serale, quando a fine giornata mi buttavo sul letto, tempo di abbassar la tapparella della finestra e crollavo in un attimo. Una volta Settembre era diverso. Aveva il sapore delle lunghe liste di libri da acquistare per la scuola, il nuovo diario da esibire il primo giorno di scuola, il pensiero di fare a gara per l’ultimo banco con la tua compagna di sempre per fare il cazzo che volevi nell’ora di matematica o economia. Questo Settembre è così lontano da quei giorni! Tutto al più adesso, fra qualche settimana, vedrò da lontano, da questa mia solita finestra, tanti studenti attraversar la strada, sentirò il suono della campanella, prima del pranzo, e avrà il sapore della nostalgia, quella del tempo passato e quella del tempo presente, perché oltre ai ricordi c’è una nostalgia che pulsa in me riguardo i giorni che ancora dovranno essere. Il che è molto affascinante ma richiede anche tanta energia. Insomma, è intorno a queste immagini che ruotano i miei vecchi e nuovi(?) Pensieri.

Ancora più oltre la retorica delle generazioni con lamentazioni da assenza di lavoro, di futuro e quanto altro (adesso il Governo lancia allarme natalità e parla di fertility day, fertility cazzo) ci son piccoli pensieri quotidiani che i più non sanno. E non sono a parer mio retorica. Tutta quella serie di cose che certo non lede minimamente i c.d figli di papà che non fanno altro che viaggiare, viaggiare, viaggiare, che quando tornano dal viaggio vanno in depressione, iniziano ad odiare strade e città nei quali son nati, e cominciano a raccontare dei loro viaggi. Come se viaggiare fosse il rimedio a tutto, una delle cose più urgenti da fare e più semplici. A parte i Ryanair a buon prezzo, viaggiare è tanto altro. Ci sono pensieri quotidiani che i più non sanno. Tentar di restare e non partire. Il mio sonno per esempio, la mia cervicale infiammata e sempre in aumento, le mie vertigini, la mia ansia. C’è il pensiero di dover impiegare tutte le mie energie per cercar di re-inventarmi ogni giorno, di trovar la concentrazione giusta nello studio, affrontare gli ultimi esami, aprire quel libro tanto sottolineato, lavorare per pagar le tasse ed essere autonoma dai genitori. Puntualmente, di fronte il mio doppio caffè con gocciole (adesso son diventate 3) c’è sempre la consapevolezza del ‘tempo’ con le sue inaspettate e tormentate velocità. Qualche mese fa un amico mi ha fatto riflettere, in maniera altrettanto inaspettata, sul tempo, sorprendendomi molto. Volevo avere la conferma circa il fatto del tempo che passa troppo velocemente mentre stai a crescere, e che spesso hai l’impressione di stare perdendo quel tempo. Mi ha risposto che in realtà perdiamo tempo nell’esatto momento in cui ‘pensiamo’ di perder tempo. Da allora ogni volta che penso al tempo, cerco di farlo in fretta, subito dopo cerco di reagire, di fare qualcosa, ma quanto dura? Le parole pesano sempre di più, la scrittura pesa, il corpo e la mente pesa, e noi siamo sempre più fragili.

Questa estate ad esempio, avrei voluto leggere di più. Mi sono imposta che ogni giorno devo leggere un tot di pagine, anche a costo di fermarmi per strada e tirar fuori dalla borsa il libro del momento. Ho due libri al momento da concludere e non sembra mai arrivare a metà libro. Poi penso anche a tutti i libri letti durante l’anno, a quelli seguiti durante rassegne, festival, a quelli presentati. Penso che nella maggior parte dei casi son state due gran palle! Anche in quelli presentati qualcuno avrei potuto evitarlo, ma ogni libro incontrato ha rivestito in me la sua importanza, anche negli errori di selezione. E poi, il mondo dei letterati, dei poeti (compresi quelli che si fan chiamare così) degli intellettuali, dei giornalisti. Che sistema assurdo! Noioso, per niente affascinante. Ciascuno coi suoi ‘Uno, nessuno, centomila’ in fronte. Tutti a voler spazio, attenzione, premi, li vedi che a momenti vorrebbero morire per vedersi intitolare una strada, un monumento…! Tutti a voler primeggiare e competere, ma la qualità, la cultura, il genio, dove vanno a finire? Anche questo è un sistema di potere, subordinato al mondo politico, di Pasolini ce n’era uno solo insomma. L’informazione, non tutta, è manovrata. Il quarto potere servile dello Stato buono solo a impaginare finte Repubbliche e titoli eclatanti. La costruzione, il dialogo, il confronto non esistono. Sono solo illusioni. Roba da Radical Chic! Insomma, son giunta alla conclusione che di scrittori veri ce ne son davvero pochi. Scrittori che non siano plagiati o che non plagino, che non sognino la notte le passerelle di certi premi o che vengano celebrati, presentati, in convegni, conferenze artificiali, costruite dall’inizio alla fine, con pubblico e applausi altrettanto telecomandati. C’è stata anche la sera sul lungofiume di Cosenza, in cui presa da qualche motivo, mi son trovata ad ascoltare Vittorio Sgarbi, puro vomito! Ricordo che più che guardare la sua faccia di cazzo ero più attratta dalle facce che guardavano la sua, un insieme di donne ben vestite, con le gambe scoperte, un pubblico borghese che applaudiva per ogni volgarità espressa. Questa cosa che quanto più uno spara minchiate più si sente figo, o più lo facciano sentire figo mi manda in bestia! Mi fa pensare al popolo minchione che siamo! Una delusione quella sera, e tanta confusione. Affidano i nostri centri storici più belli a gente come Sgarbi che di luoghi non ne capisce granché, a sindaci che per l’ennesima volta stanno al governo di una delle più grandi cittadine della Calabria solo per colpa di una politica ancora troppo parassita ma che non appena apre bocca stimola il sonno e poi tanta rabbia. “Gente! Il tesoro di Alarico esiste”! Siete voi i coglioni! Siamo noi i coglioni?!

Il top dell’estate si è avuto con i festival culturali. Percepivo già qualcosa ancora prima del loro inizio. Per me l’organizzazione è il dato più importante, da lì hai modo di conoscer la gente, capire se un gruppo ha bene in mente l’idea di squadra, quali sono gli obiettivi e così via dicendo. Ogni Festival incontrato questa estate, è stato la conferma, purtroppo, che il dinamismo dei tanti giovani che ritornano nei propri borghi d’estate e li riempiono di vita, non basta. L’idea felice di valorizzare un luogo abbandonato e spopolato e parlarne solo d’estate non basta. E non solo non basta ma appare più che palese il contrasto, tra – come dicevo nella cartolina di inizio estate – un’estate piena ed un inverno vuoto, un problema che a mio parere rileva non solo per il discorso emigrazione. Ho potuto notare, frequentando ragazze e ragazzi dei vari paesi in festa che vi abitano tutto l’anno che manca una buona comunicazione, e che si vuole solo ostentare la voglia di fare, voglia di fare che si ferma solo all’estetica, e non va oltre. Il nome di un gruppo musicale più in, lo scrittore più in, il giornalista più cazzuto, e così si finisce per sprecare soldi ed energie per organizzare programmi che sono la riprova dell’autocelebrazione, nient’altro. Anche nei posti in cui il valore della resistenza si intravede abbastanza ho notato poco equilibrio, indifferenza.

Qualche giorno fa sul mio diario facebook ho gettato una piccola provocazione, una roba di due righe, pur sapendo che avrei generato reazioni diverse, pur sapendo di esser apparsa superficiale o qualunquista. Ebbene, credo che a volte la scrittura abbia il dovere di esser buttata tra le righe per quella che è, per quello di cui necessita, cruda, stupida, apparentemente contraddittoria. Certo un fine è bene prefissarlo, non dovessimo mai cadere nello sbraitare alla Sgarbi! E dunque scrivevo così “Finalmente i festival stanno per finire, finalmente potrò dire che fra tutti non ce n’è stato uno buono”. Dico adesso, che è abbastanza inutile stare ad elencare i festival che hanno funzionato e quelli che invece son stati a dir poco imbarazzanti. Dico che mi annoio da morire a stare a spiegare cosa intendo per ‘festival’ e dibattermi con chi ha una definizione di festival in testa. Non serve poi a molto, forse a niente, fare paragoni, scale gerarchiche tra piccoli e grandi festival, tra i festival finanziati e dunque a pagamento e quelli gratuiti e dal basso. Il mio discorso verte qualcosa che va ben oltre tutto ciò. Vuole intercettare un ragionamento prettamente culturale che nulla ha a che fare con nomi, budget, bandi, progetti, uffici stampa in grado di far uscire robe su testate nazionali, e vuole smuovere in particolar modo le tante e sempre in aumento realtà culturali che dal basso portano avanti un discorso orientato sulla resistenza. Una cultura che non sia fatta di 4 ore di prove tecniche di un concerto, che non sia solo concerto. Ci vogliono calabresi che inizino a dire: io del concerto non so che farmene. Allora le mie criticità e le mie provocazioni che comunque hanno scaturito un acceso dibattito cosa voglion dire? Miglioriamoci. Cerchiamo di capire da cosa siamo realmente mossi, ed evitiamo di raccontar barzellette. La storia della calabria in rinascita rispetto alla calabria morente non funziona più, annoia, non porta ad arricchire ma ad impoverire. A quando un raduno, un coordinamento di tutte le associazioni dei festival per tentar di lavorare tutto l’anno? I social network non fanno altro che accelerare il discorso sul tempo, e aiutano a costruire falsi miti, vere e proprie vetrine di intelletti lucidi, blog, siti cose brillanti solo per palati fini. Ci si può ammalare, ci si può lavorare. Ma non è vero che il mondo virtuale ha preso totalmente il sopravvento su ognuno di noi, sulla nostra vita reale. Che sono due mondi che all’osmosi si incontrano è chiaro, ma non prendiamoci in giro sul resto. Anche in questo, il marketing e la comunicazione sono sempre fin troppo esagerati, sta a noi decidere su cosa cliccare, e dietro ogni clic non c’è nessun venditore di fumo, ideatore di facebook, ma solo il nostro ego, il nostro io, forte o fragile che sia. Forse ritornare a guardarsi negli occhi e a parlare comporta uno sforzo di gran lunga maggiore ma è questo il salto di qualità che forse ci permette di crescere.

C’è una grande preoccupazione in me da qualche giorno, e riguarda i giovani. Quei giovani che tendo sempre a difendere, forse fin troppo, ma che non vogliono crescere. Criticare i nostri padri per poi diventare – più o meno inconsapevolmente – come i nostri padri. Quale senso può avere? Allora facciamo in modo che il tempo passi insieme a noi che ci fermiamo e ragioniamo. Questa estate ha avuto per me il sapore del disincanto. Il colore delle catene che si spezzano, dei passi che iniziano a camminar con le proprie ombre e imparano a bastarsi. Eppure frammenti di cuore si dileguano ancora fra nuvole e tramonti e albe.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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