Lamezia, città vittima di sé stessa e dal tramonto infinito

Alle 18,40 poche persone a raccolta sulla centrale Piazza Mazzini (Ex Piazza d’Armi) a Nicastro per l’incontro pubblico con Paolo Mascaro, ma dopo 10 minuti la Piazza è già gremita di persone di ogni età. Al centro, lui, l’ex sindaco Paolo Mascaro che, dopo le ultime vicende fra Tar e ricorso da parte dell’Avvocatura di Stato, rappresenta una metafora perfetta dell’Italia. Non c’è serietà, o almeno questa non appare fino in fondo. Perché fra le tante vittime, di questa storia politica infinita, a tratti bizzarra, ce n’è una in particolare: Lamezia.

La città si dimostra, infatti, vittima di sé stessa, confusa, spaesata, stanca, non crede più a niente, eppure applaude e acclama “Bravo” dinanzi al sindaco “vittima dello Stato”.

Si parla ancora di complotto, di qualcosa che non quadra, perché proprio come nel teatro dell’assurdo gli scenari cambiano nel giro di poche ore.

Adesso son tornati i commissari! La gente è di nuovo sfiduciata. Ma una riflessione profonda, argomentata, un dialogo sincero, sviscerato, una stretta di mano  Lamezia quando vuol provare a farli? Appare contraddittorio l’atteggiamento di una platea che, commossa, incita al sindaco a non mollare, cosi come appaiono contraddittori, e a tratti umilianti, alcuni cartelloni che richiamano alla legalità ed alla trasparenza. Lungi dal voler dare colpe o dal voler prendere in esame Paolo Mascaro, circondato anche dal sindaco del capoluogo Sergio Abramo, ma una constatazione al di là delle vicende amministrative, o giudiziarie, occorre farla e occorrerebbe che la facesse, in primo luogo, proprio Lamezia.

Come si fa a parlare di legalità laddove il palco è zeppo di sedie occupate dalla medesima giunta di sempre? Se le stesse persone che abbiamo visto comparire nella relazione antimafia, nomi che per lungo tempo hanno affiancato rapporti di mafia/politica e quindi scambio di voto, sono ancora sedute intorno al sindaco, significa che la città è malata, soggiogata, vive di mentalità corrotta, di consuetudini deviate, ancora crede nell’assistenzialismo.

Non possiamo urlare legalità, di fronte a un palco di un teatro vecchio, falso, ostile, razzista, contiguo alla mafia, non possiamo pretendere giustizia, se ancora amiamo circondarci di persone che hanno da anni portato alla distruzione degli stessi valori di giustizia.

La città soffre e non si rende conto che la sofferenza è auto inflitta. Ci sono momenti in cui, per amore, occorrerebbe essere consapevoli, abbassare la voce, armarsi di umiltà e fare un passo indietro.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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