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E, se avessi potuto, avrei schiacciato il tasto replay e rivisto nuovamente l’intero spettacolo, appena terminato. Sì, perché “Condannato a Morte” di Davide Sacco, interpretazione di Gianmarco Saurino è quel genere (raro e prezioso) di spettacolo teatrale che ti lascia con la bocca dischiusa sin dal primo passo sulla scena fino agli applausi finali. Ed è nel momento in cui sei circondata dal fragore degli applausi, stordita a tal punto da tardare nell’alzarti per la meritata ovazione, che ti rendi conto di aver seguito un flusso inarrestabile di emozioni, brividi, sensazioni, immagini, immedesimazioni. Quel tipo di spettacolo che ti trascina in un turbinio, al centro del quale c’è la completa e totale empatia tra spettatore-attore-autore. <Un condannato a morte pensa solo alla morte, e la morte non cambia gli uomini, neanche quelli che rimangono> questa una delle primissime battute di scena che riassume l’anima dell’intero spettacolo, il quale, attraverso un pathos emozionale crescente, catapulta lo spettatore a vivere in prima persona l’ ansia la paura, il senso di pazzia, la visione dell’assurdo che solo un condannato a morte può vivere, conducendo ad una visione del tema che, forse, non ci siamo mai troppo preoccupati di ricercare.

Una scelta accurata del testo e delle parole utilizzate, come confermato dal regista Davide Sacco nel dibattito che ha seguito la rappresentazione: ” le parole sono importanti, e il loro utilizzo ha una valenza che non deve mai essere sottovalutata, soprattutto oggi – continua – bisogna parlare tanto, parlare tra noi, parlare bene” un esortazione gioviale per un pubblico di giovanissimi, ahinoi, sopratutto -issime , a prova che spesso si va a teatro perché attratti dal protagonista, piuttosto che da ciò che viene messo in scena.

Testo impeccabile, finemente redatto dal regista, che ricorda di aver volontariamente tenuto fede al testo “L’Ultimo giorno di un condannato a morte ” di Victor Hugo, che bene esprime dal punto di vista letterario, il senso di alienazione dell’uomo.

Ma uno spettatore riesce a fondersi totalmente con l’attore protagonista solo quando quest’ultimo riesce ad essere magistrale: è la legge del teatro, la formula categorica per distinguere il bravo attore, e ,Saurino, rientra egregiamente in questo Pantheon, andando oltre la fama comunemente attribuitagli dalla TV.

Giammarco Saurino, classe ’92, un ragazzo che non faresti fatica ad immaginare nella tua più comune compagnia di amici o come l’amico storico del liceo, con il quale bevi una birra su un muretto del centro, mentre parli di scemenze miste ad argomenti seri, quella persona con la quale puoi incazzarti per le ingiustizie del mondo e un secondo dopo sorridere per qualcosa di bello. Un coetaneo, il cui talento non può che inorgoglirti, perché prova che in soli ventisette anni di vita, nei tuoi stessi anni di vita, si può lavorare tanto su se stessi e donare altrettanto a chi ti sta intorno.

” Io credo che l’obiettivo del teatro sia creare una sorta di empatia tra le persone, perché solo così,dando la capacità di immedesimarsi nell’altro, domani ci si potrà immedesimare in qualcuno di cui parlino al Tg, e così via, fino ad essere circondati da persone migliori e generare un mondo migliore ” ha dichiarato, compiacendo lo sguardo di molti, dei giovani amanti del teatro in primis.

Grazie a Svevo Srl & Tutto Troppo Bello Eventi che hanno portato nella città bruzia uno spettacolo che solca le scene da ben due anni e che vanta, inoltre, il patrocinio di Amnesty International Italia, proprio per la rilevanza del tema trattato.

 

di Celeste Bozzo, (spettacolo visionato il 21.06 al Castello Svevo di Cosenza) 

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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