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Sette femminicidi in una settimana. Questo il bilancio delle ultime ore che, ancora una volta, mette al centro del dibattito quotidiano i fatti di sangue che vedono complici mariti o fidanzati quali autori di delitti a danno delle donne.

Eppure passeggiando, al bar con gli amici, davanti un aperitivo, o quando si sfoglia un giornale o si manda su whatsapp link che richiamano all’argomento di cronaca, si assiste pure a tanta retorica, contro informazione e ignoranza. C’è pure chi, insomma, le spara grosse e si sente figo: “ma perché non parlano anche delle donne che uccidono o fanno violenza sugli uomini”?

Intanto perché i numeri parlano chiaro e proprio sui numeri il procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi, durante la cerimonia dell’anno giudiziario, ha lanciato un grido di allarme volto alla riflessione, non un grido che resti nell’ambito giudiziario ma un grido rivolto a tutte le agenzie, comprese le associazioni, le scuole, le chiese, affinché qualcosa possa cambiare. Ciascuno può e deve fare la sua parte. Perché se questo drammatico fenomeno è divenuto “emergenza nazionale” occorre prenderne prima di ogni altra cosa coscienza e da lì responsabilizzarsi e creare una rete di ascolto, di prevenzione e solidarietà attorno alla donna.

Oltre l’85% dei delitti con vittime femminili avviene in ambito familiare. Aumenta, dunque, il dato percentuale di femminicidi rispetto agli omicidi di uomini. Per questo ogni commento al riguardo sarebbe inopportuno. “Da Bolzano a Mazara del Vallo, la scia di sangue non si ferma”, titola Repubblica. A leggerne ogni giorno ci si sente incredibilmente impotenti, inoltre appaiono inutili anche certi ragionamenti sui “perché”. Non c’è un perché. Non parliamo più di movente passionale o di ira o di gelosia. Non attacca più e forse non ha mai attaccato. Cambiamo la narrazione, il linguaggio uccide una seconda volta.

“Non c’è gelosia, c’è solo un pretesto”, ha dichiarato alla Gazzetta del Sud poco prima dello scorso 25 novembre il Commissario di Polizia di Stato di Lamezia Terme, Maria Gaetana Ventriglia. Molti cartelli di “Non una di Meno” nazionale a proposito degli ultimi fatti di sangue recitano: “È colpa del patriarcato”. La causa maggiore senz’altro è da attribuire al rango meramente culturale, certo. Ma anche qui il Commissario di Polizia della quarta città della Calabria ha svestito di stereotipi il fenomeno per mostrarlo nudo è crudo. “È un fenomeno trasversale, sono uomini provenienti anche da famiglie acculturate, uomini professionisti, non sono malati di mente o altro”.

Da questa testimonianza emerge, chiaramente, un fenomeno diffuso. Gli uomini che picchiano le donne sanno leggere e scrivere, non sono solo “trogloditi”, come invece preferiva pensare un noto avvocato di Lamezia durante uno dei numerosi convegni nella settimana dedicata alla violenza sulle donne. A Versciaco in provincia di Bolzano una donna è stata trovata morta. Uccisa a botte dal marito. A Mussomeli, a Caltanissetta, due donne sono state ammazzate. A Mazara del Vallo una donna è morta a seguito di tre giorni di botte. La donna aveva denunciato per ben due volte ma aveva sempre ritirato la querela. Perché la prevenzione divenga uno strumento efficace è bene indagare sulla vulnerabilità della donna, spesso lasciata sola sia nel momento della denuncia sia nel momento successivo del processo. Sono donne sole, alle quali è stato tolta ogni autonomia fra tutte quella più importante: quella economica. Per cui non è scontato che possano riuscire a cavarsela da sole e in tempi brevi. Ma non possiamo più restare a guardare. Non possiamo più restare a leggerne le notizie. Dal 2000 a oggi sono 3.230 le donne uccise dai propri partner. Nel 2019 un femminicidio ogni tre giorni. Nel marzo 2019,in particolare, una donna veniva uccisa ogni quarto d’ora. La Calabria è fra le prime regioni con dati più eclatanti.

È bene ricordarne i volti e i sogni. Le donne vittime di violenza hanno ognuna un sorriso e un desiderio diverso. Oggi sono solo dei numeri ma prima erano molto di più. Vogliamo restare ancorati a quel che erano prima affinché con la stessa forza e la stessa integrità di coloro che hanno combattuto fino al loro ultimo respiro tante altre donne, oggi, possano continuare a fare lo stesso. Continuare a vivere e a sognare. Mettendo in mostra il proprio cuore nobile.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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