Dieci noviluni per Consuelo e Carla: io e la mia polvere

L’anno scorso ormai è andato. Ed io ancora qui, a ricoprirlo di nuovi ed inutili segni di interpunzione. Come è potuto accadere, Elis, dal cuore sospeso, che ci siamo persi? Quali frangiflutti ho potuto mai erigere sulle mie spiagge notturne? Vedi, certe cose riesci a scriverle solo di notte, meglio ancora di lunedì, cioè nel buio che divide le caparbie piogge di un lunedì di aprile e il sole che, dicono, domani sarà meno timido.

Era di lunedì, ne sono sicuro, che ebbi il primo attacco di panico di cui posseggo memoria: non ricordo se si andava alle elementari o alle medie, la mia finestra cronologica è fin troppo ampia; ma ricordo perfettamente, come fosse ieri, quell’ingombrante matassa di polvere dentro il petto, un batuffolone di lanugine che d’improvviso, alzatomi dal letto, parve oscurarmi tutta l’esistenza di cui potevo avere, fino ad allora, coscienza. Le gambe si facevano pesanti, la testa si ovattava e fu più difficile del solito, quella mattina, andare a scuola. Sono passati vent’anni. Sono andati via, come l’anno scorso. Ed io ancora qui, a contare batuffoli di polvere che il vento non riesce a portare con sé.

Ti dicevo, di certe cose puoi parlarne solo di notte. Come la poesia, per esempio, quella che non incontri più come prima e se la vedi tenti di salutarla con il migliore dei tuoi sorrisi senza cura, come nell’incontrare un amico che di te ha conosciuto anche le ossa ma che, è incredibile, è ora divenuto uno dei tanti. Per questo e per altri motivi, Elis, dal cuore oscurato, quando incontri un vecchio amico che ti è stato molto caro, non sorridergli per la circostanza, ma abbraccialo, con tutti i tempi di cui hai bisogno, perché egli probabilmente ti è caro ancora molto. A pensarci bene, solo ai vecchi amanti (nel senso di coloro che lo sono stati in passato) non è concesso di riaccostarsi senza l’imbarazzo del tempo. Per molte delle altre inutili cose, come la poesia, appunto, e per fortuna, non è così.

Quando uscivi tutte le sere con me mi raccontavi così tante cose belle. Come avrei passato quelle notti senza i tuoi consigli? Ti svestivi con l’eleganza degli irruenti, cose non capibili su due piedi, e prendevi le mie mani per agitarle fra le nuvole, finché non fuoriuscivano intestini a forma di sonetto, di canzone, di suoni trascritti a matita e scarabocchi. Ah, quei taccuini pieni di scarabocchi, Elis, che già portavano il nostro nome! Per qualche mese, qualche giorno, qualche ora, quegli scarabocchi vincevano la morte. E poco ci importava se fosse lecito chiamare ‘poesia’ quei rivoli di acqua fresca in estate. Loro erano già divenuti piena, e io un alluvionato di calde lacrime di sale. Ma di polvere, di quei grigiastri e sporchi batuffoli di polvere, non c’era più traccia. Non ce n’è stata più.

Alla fine dell’anno scorso (volevo esordire così) ho scoperto per caso, come per caso avvengono ormai le esistenze, questi dieci Noviluni. All’epoca erano solo due, forse tre. Oggi, ormai, sono dieci. Sono piccoli e bellissimi componimenti, poesie che puoi leggere su Instagram, lampi di umanità, se hai la pazienza di arrivarci tra le mille sciocchezze che sicuramente riempiranno anche il tuo schermo. Le ha scritte Consuelorita, un’artista, una ragazza che non conosco ma che pure, senza saperlo, contribuisce quasi quotidianamente a mantenere le mie superfici spolverate e pulite, con le sue fotografie dense di architetture interiori, (a volte un folgorante studio dello spontaneo), corpi e oggetti parlanti, e poi, più di recente, bei fiori ed eleganti steli d’erba. Tutto un armamentario per le emozioni, insomma, al quale si aggiungono, ora, anche queste delicate lune nuove.

Non solo. Sai, l’altra faccia di Consuelo l’ho riconosciuta subito. Si chiama, su Instagram, lafacciadellaluna, appunto, ma oggi voglio chiamarla solo Carla. L’ho riconosciuta perché amo le sue forme e i suoi colori, sebbene solo oggi ne comprenda il vero motivo: le sue forme e i suoi colori stanno bene insieme come l’albero sta bene sulle sue radici. E come potresti non riconoscere un albero? Ti è da sempre familiare. Solo, ancora non distinguo dove possano iniziare le sue chiome e dove i suoi fusti, perché mi pare sia quasi impossibile comprendere (nel senso proprio di “afferrare” e “abbracciare”) una delle sue tipiche figure senza la bella tenuità dei colori che la riempiono. E vale pure per le sue opere meno colorate, credo, o almeno voglio mantenermi l’idea che ci sia più di un significato nella scelta di colorare o meno questi volti e questi corpi che sembrano provenire da un altro mondo. Ma invece il mondo è tutto qua. Quello di Consuelo, quello di Carla, quello mio, è sempre lo stesso. È compito della poesia, dei colori, dei Noviluni, farcelo vivere da prospettive altre; è compito di tutto ciò che mi fa sbattere il giorno per tenere via, lontani, quei soffocanti batuffoli di polvere.

A ognuna di queste dieci poesie di Consuelo, ti faccio notare, corrisponde una bellissima opera di Carla: e a leggerle e rileggerle, a guardarle e rimirarle, è un sollievo per tutte le stanchezze. Pure io mi sento minuscolo e mi sconvolgo, e sovente mi capita di ritrovarmi sulla bocca dello stomaco e di guardarmi sopra di me, il gigantesco che ho pensato di essere. Pure io inciampo – di continuo, recentemente – nei miei solchi di solitudine, e niente, oggi, mi ingrigisce più della paura che non ci sia nessuno ad aspettarmi.

Il mare, se lo guardo, sembra essersi ammutolito: mi ha davvero ascoltato per tutti questi anni? Vivo nel terrore che i fiumi delle mie parole nei confronti del mare siano volati via nel vento delle correnti. Ho sempre sofferto per non avere imparato a nuotare. E poi, su quanti volti senza nome si sono soffermati i miei occhi? Quella donna così fintamente allegra, che riempiva il silenzio del mio marciapiede, non so quanti anni fa, sarà ancora viva? Sapresti dirmelo tu, Elis, dal cuore vagante? Quando hai assunto sembianze femminili per compiacere la mia penna non te ne stavi forse appollaiata sul nulla? Di alcuni hai la fortuna di tenerli davvero nel cuore solo perché non ricordi di preciso come erano fatte le loro mani, quanto lunghe fossero le loro braccia, quanto ricurvo il loro naso.

Ed è mai possibile che io faccia scena muta quando debbano levarsi i calici? Sì, ho scambiato questo silenzio per il vero colore dei miei occhi, di modo che se il brindisi è sincero, con altrettanta sincerità io ti svelo le tipologie del mio dolore. Io non posso più tenerlo qui dentro, nemmeno in un bicchiere. Non posso più fare così tardi la notte. Io dormo troppo, Elis, e dormo male. È stato un buon giorno, oggi, con queste poesie e con questi ritratti. Domani, forse, sarà un giorno piovoso, buono per gettare via l’ombrello.

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Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha esordito nel 2023 con il romanzo "Al di là delle dune" (A&B)

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