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Sussurri da… “La camera azzurra” || Recensione

By Franz Tropea
7 Marzo 2017 3 Min Read
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Quanto può essere smisurata la miseria umana?
Mi chiedevo questo leggendo La camera azzurra, romanzo pubblicato nel 1964 da Georges Simenon (Titolo originale: La Chambre bleue).

La prosa dell’autore belga viene ricondotta solitamente a quella che è stata l’avventurosa trascrizione del Commissario Maigret. Famosissimo per i suoi gialli, thriller e polizieschi, Simenon ha però avuto modo di cimentarsi anche nella stesura di romanzi di diversa natura, riuscendoci magistralmente.
Ne La camera azzurra sono racchiusi i voluttuosi desideri dell’uomo, quelli indistinti, a tratti animaleschi nascosti dietro costrizioni sociali. Simenon vomita, con costante naturalezza, denunce verso l’essere umano: quello che vede le situazioni in maniera solo filtrata, senza riuscire nemmeno a domandarsi, a far nascere il verme puntiglioso del dubbio che punzecchia le orecchie.
La camera azzurra è il senso di liberazione e costrizione che insieme convivono e si scontrano nell’individuo. L’andirivieni su un terreno umido e fangoso, che ti sporca, ti inebria e ti fa star male. La camera azzurra è la condizione umana… una condizione posta in termini di controllo e frustrazione.
La nostra è una vita controllata, manovrata. Ma è mai possibile sentirsi veramente liberi rinchiudendosi in un’unica stanza?

Tony sì, ce la fa. Tony Falcone sentiva la libertà di essere sé stesso nella stanza dell’Hotel des Voyageurs (di cui era proprietario il fratello), si sentiva libero insieme ad Andrée, la ragazza che giaceva nuda in quello spoglio letto, nella camera azzurra. Andrée era la sua amante, un appellativo terribile, con la quale si vedeva spesso di giovedì, sempre di giovedì, nella stanza azzurra.
Andrée era pazza di Tony, innamorata sin dalle elementari, così tanto da non pensare a suo marito, Nicolas, che iniziava ad avere dei sospetti. Ma Tony stava bene in quei pochi attimi, ed in quel frangente non prendeva in considerazione Giséle, sua moglie, nè Marianne, sua figlia.
Tony aveva già avuto qualche scappatella, di tanto in tanto, ma mai densa e bruciante come questa. Andrée era diversa, era un fuoco ardente.
A questo fuoco Tony si brucerà, diventando una marionetta in mano alla polizia, ai detective, ad Andrée stessa… si trasformerà in cenere, racchiusa in una cella di prigione.

[quote author=”” bar=”true” align=”left” width=”300px”]La camera era azzurra, di un azzurro – aveva notato un giorno – simile a quello della liscivia. Un azzurro che lo riportava all’infanzia, ai sacchetti di tela grezza pieni di polvere colorata che sua madre diluiva nella tinozza del bucato prima di risciacquare la biancheria e stenderla sull’erba scintillante del prato. A quel tempo lui doveva avere cinque o sei anni, e si chiedeva come mai una polverina azzurra potesse ridare il bianco ai tessuti. Gli sembrava un miracolo.[/quote]

La scrittura di Simenon ne La camera azzurra scorre via come fiume tra le pagine, con una naturalezza raggelante; capitolo dopo capitolo ti trasporta, senza fronzoli, in una cascata di meraviglia. Il romanzo è così lineare che la storia si stende davanti agli occhi come lava, incandescente e brillante. Gli occhi bruciano ad ogni foglio, molte frasi ripetute con regolarità danno una forza imponente a quella che è la verità del racconto di Tony. I flashback, inframezzati dagli interrogatori del magistrato e degli avvocati, si cuciono perfettamente al filo intricato di vicende, così leggere sotto il peso delle parole. E’ una storia in crescendo, arriva dalla terra bruciata fin anche in cielo, tenendoci legati all’unico filo possibile: la ragione… Un mistero che resta celato fino all’ultima pagina, quando l’enigma si svela e scandisce ogni attimo della vicenda. Resti così, ad agio sulle pagine, come una barca su uno specchio d’acqua, ad osservare cosa accade in quel caos marittimo.

Durante la lettura sentivo d’avere una sete incontrollabile, sete di sapere, di conoscere quale fosse il mistero circondante la narrazione. Più pagine bevevo più dovevo andare avanti; quanto più un capitolo mi osservava da lontano, tanto più dovevo correre per sentirne il sapore acre.

Forse serviva a questo La camera azzurra: a filtrare pensieri impuri. Non parlo di lussuria, bensì dell’ipocrisia del mondo esterno. Ché forse avremmo bisogno tutti di osservare il nostro riflesso contenuto nello specchio, scoprire davvero cosa siamo, chi crediamo di essere… Aprire le porte della nostra Camera Azzurra e spazzare, almeno davanti a noi stessi, la nube delle menzogne.

Franz

 

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