Perché non capiamo ancora la Restanza?
Perché non capiamo ancora la Restanza? Facili equivoci interpretativi

La Restanza – di Vito Teti prima ma, ormai, patrimonio intellettuale di chiunque la consideri una idea coerente e puntuale (vedi Treccani) – è forse la migliore categoria antropologica degli ultimi anni, un modo, cioè, utile per analizzare alcune dinamiche umane che ci riguardano da vicino. Un modo, inoltre, che, in quanto modello proposto, aspira a una certa universalità: non, quindi, della restanza in Calabria, in Sicilia, al Sud, o in qualsiasi altro luogo specifico, ma della restanza e basta.
Teti la definisce «un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi». E ancora: «Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente». Tutto piuttosto chiaro. Se si fa eccezione per i racconti in cui l’antropologo richiama il suo io (Teti ci ha da sempre abituati, con risvolti altamente letterari, a un autobiografismo, un’aneddotica che smuove e commuove, come chiave di lettura del circostante), non si trova nella sua idea di Restanza nessuna tinta calabrese, aspromontana, irpina, lucana o sudista in genere. Agente della sua Restanza è, dall’inizio alla fine, il sapiens, con particolare attenzione a quello odierno. A noi, insomma.
Difficile immaginare un modello alternativo per descrivere con efficacia quello che, dopotutto, è un vero e proprio sentimento, come la gioia, come la tristezza, come quella nostalgia pure da tempo scandagliata da Teti in documentatissimi lavori storico-antropologici. Ma discorrere ragionevolmente delle emozioni è un affascinante paradosso, una chimera per quei fortunati studiosi dotati anche di buona scrittura (non tutti gli studiosi sanno scrivere e non tutti gli scrittori sanno studiare).
Difficile sarebbe, dicevo, negare anche solo la legittimità di un modello alternativo alla restanza perché, in effetti, equivarrebbe a negare l’idea del restare come azione significativa. Non è, cioè, un mero discorso di parole e di significanti (per quanto la natura deverbale di ‘restanza’ può aver contribuito alla sua fortuna), quanto piuttosto un ambito di discussione su più ampi e attualissimi temi, quali le migrazioni, le economie, le politiche attive (e quelle, ahimè, inattive) e così via.
Ma questo non basta. Anzi, non sta evidentemente bastando. Almeno per rimanere nello spazio delle riflessioni di Teti, pare che queste, forse per l’incapacità o l’incompletezza di lettura di molti, incontrino facilmente l’equivoco in quello che si può considerare un parterre di voci più o meno accreditate sugli argomenti. Com’è normale, forse, dal momento che di sentimenti ne parlano, e ne hanno sempre parlato, giornalisti, politici, esponenti della società civile, delle associazioni culturali, ambientalisti, scrittori, intellettuali, giovani, vecchi, scapoli, ammogliati, insomma, tutti quanti. Gli equivoci, in realtà, per quanto mi è capitato di ascoltare e di osservare nelle principali sedi di dibattito culturale (e quindi soprattutto su Facebook) sono diversi. Solo di alcuni propongo una breve sintesi.

Il primo è quello, come già facevo cenno, relativo a un preciso background geografico che Teti non è interessato a precisare dal momento che la sua è una proposta di categorizzazione antropologica e non un trattato o un manuale sulla restanza in Calabria. Ovviamente, la Calabria è presenza forte sullo sfondo della scrittura di sé dell’antropologo e, naturalmente, rappresenta uno degli scenari in cui forse la discussione sulla restanza può essere avvalorata da fenomeni percepiti come atavici e problematici dai suoi abitanti (emigrazione, povertà, ecc.). Ma i calabresi non potrebbero mai considerare questi fenomeni una propria esclusiva: tutt’al più sarebbe legittimo uniformare un discorso su quelli che sono i Sud culturali del mondo (come infatti Teti ha fatto più volte: se c’è un background geografico che si assapora in maniera uniforme nei suoi scritti, è soprattutto quello meridiano).
Il secondo equivoco, più diffuso del primo e a questo indissolubilmente collegato, è quello relativo agli obiettivi profondi di un lavoro di questo tipo. È forse superfluo ricordarlo ma, per quanto sia “demotivante per uno studioso ribadire l’ovvio” (come sentii dire un giorno a John B. Trumper), occorre tornare sui concetti basilari quando questi vengono saltati a piè pari in favore del proprio equivoco (se vogliamo essere buoni) o della propria distorta visione dei fatti. Così, non si capisce in base a quali elementi e a quali testi alcuni lettori continuino a voler rivestire Teti di un “paladinismo” imperante, cioè del ruolo di chi, armato di tutto punto, spenda le sue energie a far restare gli uomini e le donne. Forse per qualcuno è una interpretazione compensativa (come facevo io, a diciannove anni, quando ancora acerbo sul funzionamento di molti aspetti della realtà circostante prendevo la partenza dei miei coetanei quasi come un’offesa personale), ma a maggior ragione serve schiarire ogni dubbio: nessuno, men che mai un antropologo, potrà prendersi la briga di dispensare consigli sul dove e perché restare. Uno studioso non cerca risposte, sa che non potrà averne di definitive, pertanto è consapevole che la sua ricerca deve essere orientata piuttosto verso la definizione delle domande più giuste (es., “Che ci faccio qui?”), non per valore, ma per coerenza e attinenza alla realtà. Se poi qualche risposta plausibile arriva, questa non sarà che una base di partenza per la costruzione di nuove e più complesse domande. Un buon insegnante sa trasmettere gli strumenti più idonei per una ricerca di questo tipo o, più semplicemente, per una riflessione che possa reggersi in piedi.
Perché, dunque, qualche tempo fa mi è capitato di sentire una prolifica scrittrice (e lettrice) affermare che è facile “pontificare” sui giovani e dire loro di restare in Calabria? Perché, ancora, mi capita di leggere su Facebook della restanza come di una “facile retorica”? È il pluralismo culturale, si dirà, o semplici constatazioni legate al gusto personale, è legittimo, ma qualsiasi cosa sia, a mio parere, è un qualcosa che nasce dagli equivoci più o meno inconsapevoli di cui sopra e, a volte, anche da una certa dose di protagonismo che, alle nostre latitudini (lo dico con tutti i rischi del caso), è ancora facilmente confondibile con l’autorevolezza o la saggezza.
Fortunatamente, per buona pace di tutti, si vuole ancora che le idee, quando sono buone, riescano a sopravvivere a un evidente pragmatismo di cui forse c’è sempre più bisogno, è vero. E le idee, quando sono buone, rifuggono i libri, le conferenze, i dibattiti, le tavole rotonde, perché, se sono buone per davvero, stanno già per accadere. La Restanza è una di queste. O, se non convinco ancora qualche scettico, è perlomeno il miglior modo per dare un nome al mio dilaniarmi tra i luoghi che vivo e quelli della mia mente. È questo il risvolto più potente del lavoro di Teti: io non capivo cosa fosse questo algido dolore che persisteva nel mio modo di abitare i luoghi. Poi l’ho chiamato Restanza, e finalmente l’ho riconosciuto.
Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha pubblicato due romanzi, "Al di là delle dune" (2023, A&B) e "Quattro apocalissi" (2024, Qed) e un racconto, "Il buco nero" (2025, Galileo Editore).
