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Vorrei poter uscire
da questi versi.

Io e te siamo pazzi amore mio;
voglio dire io sempre d’una spanna sopra
ma tu, tu mi fai il verso
almeno per metà.

Comprendo bene adesso
la Poetessa dei Navigli quando assunse
alla pericolosità della Poesia:
l’ho maneggiata senza troppa cura
lasciando ch’essa maneggiasse poi me
e te di mio riflesso – e un romanzetto
confinato al locale ne è testimone.

Maledetto io mi sento nell’anima
e tanto più io cerchi di afferrare una
qualsiasi verità tanto più essa mi attanaglia
inesorabilmente.

Ti ho stretta più del necessario
una sera, chiedendoti:
come riusciamo a comprendere
una beatitudine incalcolabile dall’umano
che – in niente – ci sfugge poi dalle dita?

Ecco; leggimi.

Ti ho adesso alle diciannove
e quarantaquattro, ti ho per l’eternità
solo in questo attimo,
come t’ho avuta in un Salto durato
per sempre.

Ti amo
in questa energia senza memoria
che ti rotea gli occhi sulle mie parole
e che ti socchiude le palpebre
esattamente adesso;
in questa poesia.

Vorrei poter uscire
da questi versi
e amarti senza farlo apposta.

Amarti per sbaglio
sarebbe a entrambi gioioso,
se non altro più utile
che assumere la verità a progetto.

Essa mi ha detto:
La poesia è crudele,
rende monoteista il nostro cuore.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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