La mitad del mundo, diario dei miei primi giorni in Ecuador

 

Arrivati a Quito il 4 Gennaio, dopo 12 ore di volo da Amsterdam e precedentemente altre due ore di volo Venezia- Amsterdam. Siamo arrivati alle 17:00 circa ora locale e partiti alle 10:45, ma il viaggio è durato 12 ore viste le 6 ore di fuso orario di differenza.

A intraprendere questo viaggio siamo stati io, Angelo, un ragazzo di 29 anni dell’Aquila, laureato in storia, Sara, una ragazza di 29 anni di Lecce, ma che ha studiato e in seguito lavorato come educatrice a Bologna e Marta, una ragazza di 20 anni figlia di Gigi, uno degli organizzatori del progetto che fa l’educatore nella comunità Maranatha’ di Cittadella. Marta è cresciuta con la sua famiglia facendo vita comunitaria con i minori ospitati da Maranatha’. Io sono Vincenzo, ho 25 anni e i 26 li compirò qui in Ecuador, dove rimarrò a lavorare quasi 11 mesi attraverso il servizio civile nazionale all’estero.

All’aereoporto di Quito, Mariscal Sucre, ci sono venuti a prendere i nostri resposabili dell’associazione ASA (Asociación Solidaridad y Acción) nella quale lavoreremo, Nancy e Anita, portando un mazzo di rose bianche alle ragazze che sono partite con noi. C’era anche Paolo, un ragazzo di Padova che sta facendo un paio di mesi di volontariato qui a Quito. Dopo il lungo viaggio siamo andati nelle case nelle quali saremo ospitati, io, Angelo e Paolo in una, Marta e Sara in un’altra vicina alla nostra, insieme ad Anita e 3 ragazze tedesche. La nostra casa è accogliente, sebbene non abbia tutti i comfort di quelle italiane. Quito si trova a 2850 metri di altezza sul livello del mare, in quanto è sulle Ande, e pensando che di notte facesse freddo ho portato con me due giacche pesanti, ma qui siamo vicino all’equatore e di giorno ci sono una ventina di gradi e la sera tra i dieci e i quindici. Il secondo giorno abbiamo avuto una riunione presso gli uffici dell’associazione ASA, dove ci hanno spiegato che 3 di noi andranno a lavorare nelle case famiglie per minori con gravi problemi familiari o orfani e il quarto nell’assistenza domiciliare ai rifugiati. A pranzo Nancy ci ha invitato fuori, dove abbiamo mangiato una zuppa, che qui è un piatto molto diffuso, e riso, che qui prende il posto del pane, con uovo e carne, accompagnato da un succo di frutta all’ananas. Il prezzo di tutto il menù? Due dollari e 75.

Qui si mangia molto pollo essendo un piatto economico, zuppe e legumi, ma si trova anche molto altro a buon prezzo. Il giovedì sera abbiamo fatto una cena di benvenuto dove sono venute a casa nostra Nancy e la figlia, Anita, le ragazze italiane e le volontarie tedesche, per la quale Paolo ha cucinato risotto con salsiccia, in quantità così abbonanti che una parte è finita al cane che sta nel cortile della nostra palazzina. Per il resto del finesettimana siamo stati liberi di girare il quartiere e la città. Il quartiere dove abitiamo si chiama Carcelen Bajo, è un quartiere periferico al nord della città. Girando nel nostro quartiere non abbiamo visto locali e bar dove andare la sera, ma molti negozietti che vendono cibo e le quasi uniche birre che si trovano nel paese: la Pilsner ecuadoriana e la Club. Qui a Quito il rischio di furti è alto, soprattutto nei quartieri poveri, e la maggior parte dei muri delle case hanno cocci di vetro in cima, filo spinato o addirittura filo elettrificato, cose che in Italia si vedono quasi esclusivamente nelle caserme militari. Passeggiando per le vie della città ti rendi subito conto che Quito è la città dei cani, ovunque ti giri vedi cani randagi o con un padrone, cani sdraiati, cani che rovistano nella spazzatura, cani attratti dai forti odori di cibo che vengono dai locali e dalle bancarelle, cani nelle stazioni, cani sui tetti. Un’altra cosa che a Quito e in generale nell’Ecuador trovi dappertutto è la musica, nei negozi, nelle case, negli autobus di linea, può esserci perfino durante le riunioni di lavoro. Gli autobus qui passano di frequente e costano solo 25 centavos, solo che non c’è modo di sapere prima gli orari, nè di quelli urbani nè di quelli che vanno in altre città. Gli autobus di linea hanno poche fermate fisse, per lo più le persone gli fanno segno dal bordo della strada e salgono quasi al volo. Un’altra caratteristica degli autobus è che spesso vi salgono sopra venditori di cibi e di altri prodotti, che fanno lunghi discorsi di presentazione per convincerti a comprare la merce.

L’autobus è il maggior mezzo di trasporto anche interurbano, visto che le ferrovie sono poco sviluppate e con gli autobus costano poco anche tragitti  lunghi. Anche i taxi nella città sono economici nonché l’unico mezzo di trasporto possibile dopo un certo orario, visto che non ci sono autobus notturni. Però con i taxi bisogna stare attenti a prendere quelli autorizzati e controllati, con la scritta verde “trasporte seguro”, a parte per i possibili rischi di furti, anche perché una volta mentre andavamo a trovare una famiglia rifugiata con la psicologa, dovendo attraversare un quartiere ritenuto pericoloso, il taxi non legale ci ha lasciato in mezzo alla strada per girarsi, visto che più avanti c’era un controllo della polizia. Almeno non ci ha fatto pagare la mezza corsa! Girando per i negozi ci si rende conto che i prezzi, a parte per il cibo, non sono bassi come ci si potrebbe aspettare, soprattutto per i prodotti di importazione, probabilmente l’introduzione nel 2000 del dollaro statunitense al posto della precedente moneta, il Sucre, deve aver fatto alzare i prezzi, come in parte è successo in Italia con l’euro.

Durante il nostro giro nel centro storico della città abbiamo visto delle chiese molto belle, siamo saliti sulla torre de la Basilica del voto nacional da cui si vede uno splendido paesaggio, che di fronte ha la collina dove si trova la statua de la Virgen de El Panecillo, una grande statua di una madonna alata che domina la città, l’unica statua al mondo di madonna con le ali. Per salire in cima alla torre abbiamo salito una scala ripida, vertiginosa, con scalini piccolissimi e sospesa nel vuoto, tanto che le ragazze non sono volute arrivare in cima. Il sabato sera siamo andati nella zona di plaza Foch, che è piena di bar e locali serali, dove si beve e si balla. Uno psicologo di ASA, Jaime, in seguito mi ha detto che quella zona è chiamata anche gringolandia, visto che vi si affollano i turisti statunitensi e in generale gli stranieri. Durante le nostre passeggiate abbiamo parlato con persone del posto e abbiamo visto che le persone qui in Ecuador sono accoglienti e bendisposte ad aiutarti se non sei del luogo. Il lunedì abbiamo saputo dove siamo stati assegnati come lavoro, io vista la mia esperienza a Lamezia con gli immigrati sono stato assegnato a fare assistenza domiciliare ai rifugiati, con la psicologa e l’assistente sociale. Qui ci sono molti rifugiati colombiani, che scappano dalla violenza e dalla persecuzione presente nel loro paese. In Colombia infatti vi sono potenti organizzazioni di narcotrafficanti, ma anche feroci guerriglieri e organizzazioni paramilitari che reclutano con la forza i giovani, o uccidono per il controllo del territorio o perchè alleate con il narcotraffico. Vi sono anche rifugiati venezuelani, cubani e di altre nazioni.

Durante la mia prima settimana di lavoro siamo andati a trovare 3 famiglie reduci da storie incredibili e tragiche e gli altri giorni ho prestato servizio in una casa famiglia per minori, dove è stata assegnata Marta. La psicologa che accompagno nelle visite domiciliari si chiama Diana, è giovane e preparata, oltre ad essere psicologa e avere una specializzazione in psicodramma è una danzatrice. Lei mi ha parlato dei riti indigeni con gli sciamani, a cui ha preso parte, che hanno il fine di entrare in comunione con la natura. Durante una visita domiciliare siamo andati vicino la mitad del mundo, dove passa la linea dell’ecuatore, che si trova vicino Quito. Lì vi sono un museo e un monumento. Il sabato e la domenica non lavoriamo, così ne abbiamo approfittato io, Angelo, Marta, Sara e Paolo, per fare una escursione fuori città e raggiungere il vulcano Cotopaxi, il secondo vulcano attivo più alto al mondo, che raggiunge quasi i 6000 metri di altezza. Una guida ci ha raggiunto alla fermata dell’autobus e portato con un fuoristrada fino alla zona dopo la quale bisogna proseguire a piedi. Io e le due ragazze siamo state di dietro nella zona scoperta della macchina, facendo foto lungo la via. La salita a piedi toglieva il fiato, essendo ripida e l’aria più rarefatta, ma facendo frequenti soste siamo riusciti a raggiungere il rifugio a circa 4800 metri di altezza, che era avvolto nella neve. Lì ci siamo ristorati con del tè alla coca e dei panini, dopodichè abbiamo ripreso la marcia, ma stavolta in discesa per tornare alla macchina e completamente sotto la neve che scendeva copiosa. La sera, tornati a Quito, abbiamo fatto una cena a casa nostra e una partita a carte. Spesso in questi giorni, quando non possiamo fare tardi dovendo alzarci presto la mattina, ci troviamo insieme la sera con delle birre per giocare a carte. Domenica, il 15, siamo andati a un mercato artigianale al centro di Quito, che si chiama la Mariscal, dove ho trovato una scacchiera che raffigura l’esercito spagnolo contro gli Incas. Ho anche trovato dei signori che giocavano a scacchi nel parco e fatto una partita. Il mercato è pieno di prodotti caratteristici dell’Ecuador anche a buon prezzo.

Le differenze culturali provocano un normale effetto di straniamento, oltre alle incompresioni dovute alla lingua differente (qui in pochissimi parlano inglese), ma le difficoltà sono anche uno stimolo a fare meglio e impegnarsi di più, così come le storie tragiche che sentiamo a lavoro (ci hanno detto che è normale che anche gli operatori a un certo punto abbiano bisogno di un supporto psicologico, visto le situazioni di estremo disagio che devono fronteggiare). Nel complesso sono soddisfatto di questi miei primi dieci giorni in Ecuador, ho molta voglia di conoscere e esplorare il paese e quando potrò prendere le ferie anche altri paesi del sudamerica, confido di migliorare il mio spagnolo e spero accada velocemente e spero anche che il mio lavoro sia utile ed efficace, in situazioni critiche aiuto e supporto possono essere fondamentali per migliorare la qualità della vita delle persone, qui qualsiasi attività culturale e sportiva può essere un modo per evitare che i ragazzi finiscano a fare vita di strada, che in questi paesi è molto più a rischio devianza e criminalità. E’ stato proprio coniato nell’ambiente il termine callejización (da “calle”= strada) per indicare il processo che porta alla vita di strada e alla devianza. L’ambiente di ASA mi piace molto, mi sembrano persone capaci e attente ai bisogni degli altri. Con i colleghi del servizio civile abbiamo da subito instaurato un bel rapporto di amicizia e collaborazione e anche con i ragazzi che ho conosciuto che sono ospitati nelle case e nelle case famiglie vi è un rapporto di simpatia. Confido che sarà una esperienza che mi farà crescere molto umanamente, mi permetterà di avere un confronto stimolante e ricco con culture diverse e mi farà avere esperienza del fronteggiare situazioni critiche.

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