[12 febbraio 2015] 

   Vorrei che i miei personaggi parlassero un po’ come me. Con frasi brevi, ma intense. Vorrei che ognuno di essi assumesse l’aspetto di quel che è veramente, reiterando più e più volte la tipologia del proprio carattere. Insomma, vorrei che i miei personaggi si dimostrassero, più che mostrassero, e che, nell’infinita matematica di una frase, stupissero ed emozionassero. Questo pensavo oggi. Da questo provo a partire per costruire qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo di vecchio, perché credo che dentro di noi abbiamo già tutto pronto: il lavoro sta nel tirarlo fuori.

   Oggi ho ripreso a scrivere a penna, ho inaugurato il mio bel diario in carta riciclata acquistato a Natale e qualcosa è uscito. Ho cominciato a chiedermi, però, quale senso potessi dare a degli ipotetici personaggi. Dopo aver chiuso il discorso su come vorrei i miei personaggi, però, ho capito una gran cosa. Sono io! Sono io che vorrei essere come i miei personaggi.

   Posso crearli, modellarli, dargli una vita, regalargli con dolcezza una gioia o, con mestizia, un dolore, ma molto probabilmente saranno solo proiezioni inconsce di desideri. Allora che i personaggi siano dei sogni? Loro, e il campo d’azione in cui si muovono, potrebbero addirittura influenzare il loro creatore? Ecco che una domanda diventa risposta. Ora so che senso dare ai miei personaggi. Ora so cosa scrivere. Scriverò di un tipo che scrive.

(estratto da “Diari del giorno della notte e Il salto di Lucia“, edito Youcanprint, 2016)

9788892638891

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