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Pensierini

Venti (passi) in tempesta

By Franz Tropea
25 Marzo 2017 3 Min Read
0

[font id=”pacifico”]Venti gradini.[/font]
Non li ho mai contati.
Eppure sono venti.
Sono venti i gradini che portano quel paio di scarpe nella mia stanza; due letti, due scrivanie.
Dormo con mio fratello.
Due letti e due scrivanie di egual misura, quattro librerie: due per ognuno. Due armadi, molti poster e tanti dipinti versati sui muri.

Non ho mai contato i gradini che portano nel mio mondo: quello fatto di suoni di carta, di balcone dorato aperto su una larga strada, una di quelle con le case antiche, tutte rotte, case sfrante. Il balcone, un rettangolo di due metri per uno che guarda verso le colline, colline dolci e sottili, dalle quali vedi ancora gli alberi, con gli uccellini ed i falchi, i falchi. Quei falchi che in primavera girano ruzzolando tra le nuvole innevate, che piroettano tra i sussurri di un vento incantato, girano e voltano cadendo, in punta di becco, tra le mimose gialle di sole.

Si sente da qui l’aria del mare, rigonfia di salsedine e pace, quella che ti rimbomba nell’animo in un pomeriggio cupo d’inverno, quando ti ritrovi sulla battigia a scagliare pietre nell’acqua, al chiarore del sole, lungo le scie argentee delle comete, come stelle marine. Le avevi viste le stelle, quel giorno nel campo deserto, le avevi viste e ti hanno fatto paura.

Ma la paura si colma di nostalgia, quella dolce e sottile che viene a trovarti di notte, quando leggi e sei solo memoria, quando senti di essere imperfetto, imperscrutabile, impermanente. Quando senti di non essere niente, che la morte è già tua, e che la vita è solo un rimpianto non detto. Ma a te non importa, finché la tua mente riesce a formare quegli sbuffi di fumo colorato chiamati sogni sei salvo. I sogni. I sogni. Quelli spogli e quelli belli, quelli in cui tutti adorano perdersi, finché saranno pronti ad esalare aria dai polmoni, a sbuffare anche loro bagliori dai fumi vivaci.

Non ho pensato molto al mio nido, a questa stanza che mi permette d’essere vicina e lontana, di sentirmi protetta dal brodino vegetale che mi prepara mamma con tanta cura, di sentirmi libera se mi tuffo nelle pagine narrate da un altro uomo, di sentirmi sicura se mio padre costruisce una spada di legno con le sue mani sottili. Di sentirmi utile quando nonna chiama il mio nome.
Non ho dato molta importanza al mio nido, finché non ho sentito… finché non ho sentito la brezza della sera, la quale mi ricorda che Orione è solo una costellazione, troppo lontana per essere sfiorata, tanto vicina da essere sognata.
Eppure la mente è cosa assai umana, e se l’uomo è parte della vita perché è possibilità, allora anche io ho la possibilità di inventare, di pensare ancora ad Orione, ad Orione come il più misterioso tra gli uomini, con un arco in mano, che corre sul pelo dell’acqua e scalcia botte di frecce dalla sua faretra. Tenta di sopire gli scrosci del mare mosso, di quello nero e scomposto, di quello che dà nuova forma al fondale marino.

Ed è come sento la mia vita: un mare in tempesta sotto il cielo più terso di sempre. Collimano, no? No. E se non lo fanno non importa, è il pennello che tieni in mano che fa della tavolozza l’arma migliore della tua esistenza.
Dipingiti il cielo nuovo, ché se vuoi c’è sempre tempo per metterci le nuvole e l’arcobaleno.

Non avevo mai contato i gradini per la mia stanza.
Sono venti.
Venti.
Venti che possono portarti lontano, sollevarti dalla terra e trasportarti verso l’aurora boreale, il più vicino possibile alle tue chimere, grandi, potenti ed assurde.
Come il brodo vegetale che prepara mia madre la sera, come le spade che costruisce mio padre per farmi vincere ogni battaglia. Come quando sento mia nonna chiamarmi dalla sua stanza.
Come quando guardo dal balcone le foglie che imitano il ritmo delle stagioni, come me, fino alla fine, mossa dall’arrovellarsi di tutte le speranze.

 

 

-Franz

Letto: 4
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