Guida semi-nostalgica al mare di Lamezia Terme
0. Il Mare parlante
Anche oggi ho elargito sedute psicologiche gratuite. Solo quando scende il Sole posso riposare.
Venite in tanti qui. Alcuni camminano senza una meta, pensando a chissà cosa, altri si fermano solo il tempo di un selfie.
Tutti vogliono una fotografia con me. Sono il più famoso.

Voi Lametini siete tra i fortunati che nascono sul mare e che non devono fare troppi sforzi per vedermi.
Ci pensate mai alle persone che passano la loro intera vita senza farmi visita?
E vi siete mai chiesti come percepite il mare? Non un mare qualunque. Non quello buono per fare una vacanza. Sto parlando di me, del vostro mare.
Cos’è il mare di Lamezia Terme?
Con quale nome mi chiamate? Golfo di Sant’Eufemia? Marinella? Cafarone?
Dove inizio e dove finisco? Quali sono i miei confini?
Lo capite subito che per voi il mare è qualcosa di difficile e complesso da spiegare.
Anzitutto, non sono buono per il bagno d’estate. In pochi si avventurano in acqua. E così venite da me per pensare, cercare aiuto, trovare le parole al vostro smarrimento. Alcuni cercano addirittura tesori nascosti. Insomma, tutto fuorché farvi il bagno.

Ognuno di voi ha le sue regole e i suoi riti. A volte è difficile ricordare tutte le vostre particolarità. Perché i vostri dettagli, quelli che credete intimi e segreti, finiscono per intrecciarsi con quelli degli altri.
Conosco un ragazzo che viene al mare solo al suo compleanno, di notte e in pieno inverno. “Ci vengo solo al mio compleanno al mare”, dice sempre spavaldo.
Che assurdità, direte. A me, invece, incuriosisce il ruolo che ognuno di voi mi attribuisce.
Negli anni ho ascoltato con curiosità i discorsi degli innamorati, le confessioni delle donne e i lamenti degli uomini spiantati lungo la spiaggia.
E da tutto questo vostro andare avanti e indietro ho capito che io, il mare, sono il solo che vi accomuna e l’unico simbolo in cui vi riconoscete.
Vi unisco senza distinzioni, vi livello, vi rendo uguali nelle debolezze. Ricchi o poveri, delinquenti o giusti, per me non c’è differenza. Siete tutti simili per me.

Lungo la costa che va dalla marina di Curinga fino a Gizzeria non c’è niente che valga la pena una visita, lo sapete.
Eppure, continuate a venire da me.
Venite sempre perché ancora non riuscite a darmi un nome, a farmi luogo invece che emozione. Dite soltanto “ci vediamo al mare“. Potrebbe essere un qualunque mare, e invece solo a me appartenete.
Eccola la domanda più difficile.
Perché venite al mare?

1. Ci andrò a nuoto. Il Pontile ex-Sir
Da piccolo credevo che il mio mare fosse tutto il mondo. Un giorno rimasi ad osservare un uomo nuotare fino a sparire nei raggi dorati del sole al tramonto.
Sullo sfondo, il Pontile ex-Sir slanciato nel mare. Sin da piccolo ero incuriosito da quella muta presenza nel panorama marino. Così decisi di raggiungerlo. Ma come fare?
Chiesi a mio padre cosa ci fosse al Pontile e lui mi rispose che ci andavano i pescatori con i figli. Mio papà non era un pescatore e lo esclusi da quell’avventura. Serviva un altro piano.
Fu così che decisi.
“Ci andrò a nuoto”, dissi alla mia amica di giochi.
Fallì miseramente nell’impresa e dopo poche bracciate rinunciai al progetto.
Eppure, quel giorno piantai un piccolo seme. Il seme dell’avventura, che di anno in anno rafforzava la curiosità di quell’incontro.
Infine, quando ci incontrammo anni dopo, sentì di aver ritrovato un amico di cui attendevo da tempo il ritorno. Il Pontile era qualcosa che già conoscevo, per lui avevo già assegnato un posto nel cuore.
Era come quell’amico affine del quale non ti serve sapere nulla, perché all’animo non servono parole e informazioni.

In questo modo nacque in me l’amore per il Pontile. Un amore viscerale e caritatevole.
Sono venuto in questo luogo infinite volte. All’alba, al tramonto, di notte, prima della scuola, dopo il suono della campanella, dopo gli esami universitari, dopo lunghi viaggi per far ritorno a casa.
Ci sono venuto da solo e in compagnia, in lacrime e in estasi. Ci son venuto quando tutto sembrava crollare, proprio come questo Pontile.

Il Pontile, pian piano, ha cominciato a perdere pezzi, a disgregarsi, a dissolversi e a incontrarsi col mare.
A volte, dopo una tempesta, le onde spargono le parti del Pontile lungo la spiaggia.
E quando mi imbatto nei frammenti del gigante, penso che, in fin dei conti, io non sia così diverso dal lui. Pure io lascio qualcosa di me su questa spiaggia, affinché qualcun altro possa ritrovarla alla prossima visita.
Scrive Orhan Pamuk nel suo Istanbul: “il destino di una città può diventare il carattere di una persona”.
I luoghi ci parlano e ci danno qualcosa. E pure noi lasciamo qualcosa nei posti che amiamo.

Come quella sera estiva dalla quale non pretendevamo nulla. Ci incontrammo in quattro amici per raccontarci qualcosa, senza programmi e senza ambizioni.
Così, qualcuno propose di andare al Pontile. E ci andammo. Il buio che ci circondava era più profondo del solito. Le stelle in cielo vibravano al ritmo di una musica appena percettibile.
Uno di noi tirò fuori una bottiglia di vetro, prendemmo un foglietto di carta, scrivemmo un giuramento all’amicizia, promettendoci che un giorno saremmo tornati a disseppellire il tesoro.
Infine, sotterrammo la bottiglia.
Varie volte sono tornato per ritrovarla e per rileggere quel prezioso giuramento. Invano. Così tanta è la sabbia, così arrendevole è il mio cuore al desiderio di lasciar il tesoro ancora lì.
Lasciare ancora lì la bottiglia è il pretesto, mi dico, per ritornare. Per continuare a provare l’emozione della ricerca e dell’incompleto.
Non ho mai incrociato nella vita un luogo che amo come il Pontile.

3. Il guado del fiume. Tra Ginepri e il fiume Amato.
Col tempo la maturità bussa alla mia porta in modo subdolo. In che modo? Impiego molto più tempo ad introiettare le esperienze e a tenere le fila dei ricordi.
Il tutto è complicato dal vuoto incolmabile che lascia l’addio. Eppure, questo vuoto è qualcosa che non consente una molle resa. Non è una comoda pensione su cui adagiarsi e rimpiangere.
Questo senso di vuoto mi richiama come una corda invisibile, che nessuno può recidere. Come le Sirene richiamano Odisseo, così il vuoto interiore mi richiama sempre al mare.
Era un pomeriggio d’estate. La scuola era chiusa da un pezzo. Ci annoiavamo tremendamente. Eravamo corrosi dalla noia già dal primo mattino. Ci svegliavamo presto e, guardando il sole ancora giovane, provavamo l’immenso terrore di come riempire la giornata.
Contrastavamo la noia arrangiandoci e inventando qualcosa da fare. Così un pomeriggio salimmo sull’autobus della Multiservizi che portava a Ginepri. Avevamo voglia di avventura e volevamo arrivare al Pontile camminando lungo la costa.

Incaricammo uno dei compari di portare bevande e panini. Lo trovammo su un muretto con una busta unta e oleosa. Dentro un pollo intero arrosto.
Facemmo molta strada, quando a bloccarci trovammo la foce del fiume Amato. Ci fermammo per decidere il da farsi. Proseguire o tornare indietro? Ci ponevamo simili domande mentre mangiavamo l’agognato polletto.
Grande era la nostra indecisione e la voglia di proseguire era affievolita dallo stomaco ormai pieno.
Il più coraggioso nonché scriteriato della compagnia – sì, proprio quello del pollo – intimò di non arrenderci.
“Tornare indietro? Proprio ora che siamo dinanzi al fiume Amato? Non avete vergogna?” disse alzandosi e assumendo una posa orgogliosa.
“Il nome di Lamezia, della nostra città, deriva dall’Amato, da questo fiume.”
Sentivamo, quindi, una enorme responsabilità. Quell’avventura era dovuta non solo a noi stessi, ma a tutta la città.
Quel giorno, alla fine, il fiume non lo attraversammo. Tornammo indietro, comunque felici, col segreto dell’avventura nelle nostre vene. La sera, a cena, rispondemmo sfuggenti ai nostri genitori. La gioventù non ammette spiegazioni.

Qualcosa di noi, però, è rimasta sulle sponde del fiume. Qualcosa in noi attende ancora l’attraversamento.
A distanza di anni ripenso ancora a quell’episodio. Se quel giorno avessimo varcato il fiume avremmo certamente soddisfatto la nostra sete di avventura. Avremmo sì messo in bacheca un trofeo, ma spento per sempre la fiamma dell’incompleto.
Nulla ci ammalia di più di ciò che non abbiamo raggiunto. Bisogna sempre lasciare qualcosa di incompiuto perché il nostro animo sia vivo.
Riusciremo, un giorno, a guadare la foce del fiume Amato? Forse non lo faremo mai. Eppure, ci basta quella suggestione, quella possibilità, per essere meno soli.
4. Mio nonno e le angurie della Marinella
Mio nonno aveva pochi anni quando gli Americani sbarcarono in Sicilia. E quando la guerra finì, la famiglia prese tutto e sbarcò sulla terraferma, in Calabria.
Iniziarono a coltivare un anonimo pezzo di terra nella piana Lametina dove molti anni dopo sorgerà la Marinella.
Mio nonno, quindi, abitava alla Marinella prima ancora della sua costruzione. Le sue e le mie radici sono ben salde in questo posto.
A proposito di radici, la famiglia del nonno piantò molti alberi da frutto e coltivazioni.
La parte del terreno più vicina al mare era stata destinata alle angurie. Nonno giurava che quelle angurie fossero le più buone mai mangiate. Perché, mi diceva, ricordavano il sapore del mare.
Un’estate alcuni disgraziati entrarono di notte nei campi e portarono via alcune delle preziose angurie.
Quell’episodio sconvolse la famiglia. Nessuno passava mai da quelle zone e la vicenda mise tutti in allarme.
Il nonno, giovane e con ottima vista, fu incaricato della vigilanza delle angurie.
L’incombenza fu per lui una grande gioia, poiché desiderava vedere il mare al chiaro di luna.
Quel piccolo e innocente desiderio di libertà era da lui tenuto nascosto: il padre proibiva di uscire dalla casa colonica la notte.
Del resto, non ve n’era alcun motivo, dato che nei dintorni vi erano solo campi.
Per il nonno, quindi, quel nuovo incarico era l’occasione per svincolarsi dal controllo paterno e concedersi l’incontro solitario col mare.
Quando giunse la notte designata, dopo la cena frugale, il nonno sentì una strana sensazione al chiudersi della porta del casolare alle sue spalle.
Era qualcosa di mai provato prima. Una libertà mista ad una sensazione di proibito. Non quella libertà che può essere cantata e sbandierata, ma una libertà da assaporare avidamente e in silenzio.
Così si recò verso la zona più remota dei campi, quella delle angurie. Subito oltre, cominciava la spiaggia.
Il confine tra i campi e la sabbia lo sedusse. Camminava più volte attorno a quella striscia di terra. Era attirato dalla coesistenza tra l’opera dell’uomo e della natura. Di qua l’ordine, di là il caos.
La possibilità, il conflitto, il senso del proibito e della fuga lo trattenevano su quel confine. Poi, un disgusto insopportabile per lo star fermo si impadronì di lui. Qualcosa lo spingeva a correre, saltare, far capriole.
Non voleva contemplare, né godersi luna, stelle, silenzio e lucciole. No, qualcosa lo richiamava, sempre più forte.
Era il mare, pochi passi più in là. Lo sentiva benissimo. Non c’erano rumori, non c’era vento. Dei banditi neppure l’ombra. Solo il mare parlava. Il mare e il cuore del nonno.
“Corri“, diceva.
“Cosa fai ancora qua?”, continuava.
Il giovane posò il cappello su un’anguria, levò la camicia, tolse le misere scarpe e slacciò la cintura, lasciando cadere i pantaloni da lavoro.
La pelle riarsa dal sole risplendeva al chiaro di luna. Un rivolo di sudore cadeva lungo schiena. Fu un attimo e si lanciò verso il mare.
Il tempo di un respiro e il ragazzo si scontrò col mare. Abbracciò l’acqua, si rotolò nelle onde come fosse in compagnia di un’amata da tempo desiderata. Divenne un tutt’uno con l’esistenza.
Urlò al mare e urlò alla luna, ubriaco delle stelle. Gonfiava il petto come le onde gonfiano il mare.
Rinsavì improvvisamente, senza farci troppo caso. Uscì dal mare senza guardarsi indietro. La gioventù è l’arte del dimenticare e del non dover chiedere scusa.
Tornò alle angurie, rimase nudo finché l’aria estiva non lo asciugò. Si rivestì.
Poi prese un’anguria, la strappò dalla pianta e si diresse verso la spiaggia. Scavò una fossa e nascose il frutto.
Nessuno scoprì mai il segreto del nonno. Era lui il ladro delle angurie. Le faceva sparire per avere il pretesto di incontrarsi col mare, suo amante negli anni giovanili.
Oggi, nel mio sangue scorre la stessa vita, lo stesso caos.
Anche io, come il nonno, ho trovato e trovo ancora piccoli pretesti e piccole scuse per tornare al mare. E come mio nonno, emigrato, non so neppure qual è la mia casa. Anch’io sempre giungo in nuovi luoghi da una terra lontana.
Ma mi basta il sentore del mare, la sua muta presenza, per sentire la voce che più di mezzo secolo fa udì nonno.
“Corri“.
“Cosa fai ancora qua?”.
Mi basta questo per sentirmi a casa.

5. Fine?
“Tornerò“, dico sempre. E sono tornato un’infinità di volte solo per rivedere il mare. Con tutti i viaggi che ho fatto avrei potuto visitare il mondo intero. In questi anni, però, del mondo non mi è importato. Desideravo il viaggio del ritorno, rivedere il mare e la gente alla quale appartengo.
Il mare ha il potere di parlarmi e da questo dialogo scaturiscono in me infiniti pensieri che non credevo di poter generare.

E’ qualcosa che mi capita solo nei luoghi ai quali appartengo. Mai altrove. Non sono uno scrittore, non sono bravo a scrivere, non so creare una storia.
Ho semplicemente imparato ad ascoltare e a parlare con i luoghi del mio cuore. E tutto quello che riesco a pensare e a dire è merito loro.
Per questo abbandono le città. Perché in città non mi è ancora capitato di parlare con i grigi palazzi, con gli stradoni ricolmi di traffico o con i magazzini delle industrie. E’ un mio limite, sia inteso.
A richiamarmi al mare è quindi una sana nostalgia.
Per me la nostalgia è come una galassia in disfacimento, che percorre l’Universo spargendo la propria scia luminosa.
E’ così che mi sento quando vado al mare. Avverto un vuoto dentro, come se stessi seminando dei pezzi di me e come se, allo stesso, tempo, raccogliessi quelli seminati da altri.
Percepisco che in quel luogo, prima di me, è passato qualcuno. Quel qualcuno, chi è? Che cosa ha fatto?
Sono domande, queste, che mi fanno percepire un filo, una connessione tra me e tutte le persone che sono passate dal mare.

Nostalgia, allora, è sentire che qualcosa appartiene a tutti e non solo a te. E’ sentirsi parte di una storia, è essere responsabili che questa continui e non sia dimenticata.
A volte ho il bisogno di guardare il mare dall’alto. E così salgo sulle montagne lametine e rimango ad osservare il perfetto ovale che crea il mare dinanzi a me. Posso osservare tutte le isole Eolie, l’Etna, i monti delle Serre Calabresi.

Qui finalmente riposo. Non mi fa paura la calma, non mi fa paura il silenzio, non temo la morte. Come il vento sugli steli, così ondeggia il mio animo.
Una barchetta va avanti e indietro sulle onde. Dai reconditi fondali del mare siamo osservati. Ci pensiamo mai a quello che piante, acqua e bestie pensando di noi? Ci vergogniamo mai, quando andiamo al mare? Oh, il mare sa tutto di noi, inutile nascondere le nostre lacrime. Conosce le debolezze e l’oscurità di tutti noi.
Io non piango mai al mare, perché il mare non se ne fa nulla delle mie lacrime, tanto vasto è. Cos’è il mio dolore, in confronto al dolore di tutti?

Infine, ho l’impressione, guardando il mare, di potermi sollevare in volo. E lì su, finalmente, sono raggiunto da un senso leggero di dissolvimento. Il mio cuore non ha patria, non ha nazione. Il mio cuore non conosce confini, non segue un’idea. Il mio cuore appartiene al mare. Appartiene a tutti.

Il mare custodisce tutte le storie che così appartengono anche a noi.
Il mare farà sparire il Pontile?
Troveremo mai la bottiglia col messaggio di amore agli amici?Riusciremo ad attraversare il fiume Amato?
Il nonno dove ha nascosto le angurie?
Chissà come proseguirà questa storia e chi risponderà a queste domande.
Sono nato dall'increspatura dell'onda. Non ho deciso io il mio destino, ma il mare che tutto sospinge e muove. - Tu navigherai - mi disse un giorno. E così sono alla ricerca di Itaca. Ho un cuore mediterraneo, crocevia di emozioni e incoerenze, come i molti popoli di questo mare.

Che meraviglia ❤️ ho vissuto 5 anni nei posti che descrivi con magistrale delicatezza e profondità, sono stati anni duri, in cui la mia consolazione, dopo giornate pesanti, era andare a mare (sì, a mare, non a un posto X) e affidare a lui pensieri e tormenti. E lui aveva il potere di far tornare tutto al suo posto. Grazie per i tuoi scritti sempre bellissimi e toccanti (mi sa che sai proprio scrivere 😀)