Il cancello della Marinella.
Chi dalla Marinella volesse giungere al mare deve prima attraversare la pineta litoranea. E tra la pineta e la spiaggia corre una recinzione che separa gli alberi dal mare. Ancora oggi ci sono due cancelli, uno alle spalle del Lido del Finanziere, l’altro vicino all’ex Lido Tropeano, che poi nel tempo ha assunto nomi diversi.
I due cancelli erano sempre aperti, giorno e notte. Volendolo, potevamo andare al mare anche di notte. Tuttavia, a nessuno di noi venne in mente di proporre una sortita notturna in spiaggia. A che scopo, poi?
Non si vedeva nulla, ancora nessuno di noi aveva sperimentato il piacere di una notte stellata assieme alla propria amata e, soprattutto, ce la facevamo sotto all’idea di entrare nella pineta e di trovarci da soli sulla spiaggia di notte.
La voce del mare, in quegli anni, ci metteva paura. Nel buio l’improvviso fragore dell’onda che colpisce la spiaggia era come la voce delle terribili Sirene di Omero.

Per questi validissimi motivi nessuno aveva ancora proposto la malsana idea di andare al mare di notte.
Fin quando qualcosa nelle nostre vite estive cambiò radicalmente.
Era un pomeriggio di fine Luglio, verso il tramonto. L’estate era nel pieno della sua forza. Assorbivamo l’energia vitale del sole con la nostra pelle, ormai scurissima. Avevamo sempre sale e polvere tra i capelli.
Quel giorno notammo che il custode della Marinella chiuse i due cancelli al calar della notte. Nuove disposizioni. Sperimentammo, così, la strana sensazione del limite, del freno, del blocco. Fino ad allora tra Marinella e mare non c’era alcun limite, eppure mai andammo in spiaggia la notte.

Adesso che di notte l’accesso al mare ci era impedito, qualcosa di nuovo insidiò il nostro animo. Era la voglia dell’avventura, il desiderio del proibito, il piacere dello sconfinamento.
Sconfinare, andare oltre, superare i limiti. Qualcosa in noi stava cambiando. Solo allora, solo quando si sbarrarono dinanzi a noi i cancelli, solo allora capimmo cosa dovevamo fare. Il nuovo limite richiedeva un nuovo rito, una nuova vita.
Dovevamo, insomma, scavalcare quei cancelli, andare al mare di notte, per la prima volta nelle nostre vite. E dovevamo farlo insieme.
E così ci riunimmo nella piazzetta dell’Isola Est e approntammo un piano. Poche e semplici regole: massima segretezza, nessuna torcia per non farci scoprire.
Tra noi e il mare non c’era più il cancello. Quello per noi non esisteva più, era un semplice impedimento che avremmo superato facilmente. Tra noi e il mare restava solo la grande emozione di una nuova avventura.
La notte designata per l’operazione segreta era un’esplosione di vita. Nella Marinella era in corso una festa con musiche e balli. Gli adulti erano troppo impegnati per accorgersi di noi. Ci lasciammo alle spalle le ultime case ed entrammo nella pineta.
Mi voltai e vidi solo una finestra illuminata. Quella visione sconvolse il mio animo. Era la consapevolezza di andare verso l’ignoto. In cielo una coperta di stelle traspariva dai rami della pineta. In fila e in silenzio ci orientavamo tra gli alberi, finché non giungemmo davanti al cancello sbarrato. Guardai a lungo il cancello mentre i miei compagni si preparavano per scavalcarlo. Dietro le inferriate distinguevo il mare. Sembrava un grande pesce dalle squame brillanti, illuminate dalla luna e dalle stelle.
Oh, come mi chiamava il mare quella notte. Come desideravo giungervi, diventare con lui una cosa sola. Qualcosa, ma non sapevo cosa, voleva uscire da me e ritornare al mare. Qualcosa voleva che io saltassi quel cancello. Alle nostre spalle sentivamo le musiche e le voci della Marinella.
Uno alla volta superammo agilmente l’ostacolo. Messi i piedi sulla sabbia il canto alle nostre spalle svanì. Piombammo nel silenzio assoluto. Neppure il mare sentivamo, ancora troppo distante. Per pochi istanti restammo immobili a scrutare quel silenzio.
Poi la corsa, la vita e il mare si impadronirono di noi. Ci spogliammo correndo verso il mare a perdifiato. Una corsa inumana ci rapì. Era, la nostra, una corsa che proveniva da altre epoche, che ci univa ai nostri antenati e progenitori. Guardai uno dei miei compagni correre nella notte, la pelle bruciata dal sole risplendeva. Sembravamo usciti da un racconto mitologico.
Poi lo vedemmo. Per la prima volta nelle nostre vite vedemmo il mare di notte. Sembrava un grande mostro nero, un enorme serpente in movimento. Correvamo verso il buio, verso il fondo del nostro animo.
Colpimmo l’acqua a gran velocità e piombammo nel pozzo della vita. Scoprì con stupore che quell’enorme acqua nera fosse in realtà calda e piacevole. Era la prima volta che facevo un bagno al mare di notte.
Guardai l’orizzonte: non c’era distinzione tra il mare e il cielo. Era tutto un grande velo oscuro. Dove sarei giunto se fossi andato ancora avanti? Chi avrebbe saputo di noi se fossimo improvvisamente spariti?
Restammo in acqua a lungo, giocammo, ridemmo. Tornammo a riva, ci stendemmo sulle pietre. I nostri animi si placarono, ma non eravamo ancora consapevoli di cosa avessimo compiuto. Non eravamo consapevoli che quella notte avessimo ucciso una parte di noi, e che iniziava un’altra vita.
Tornammo indietro, ritrovammo i nostri vestiti, confondendo nel buio magliette e pantaloncini, scarpe e calzini. Non c’erano più Francesco, Pasquale, Alessandro, Thomas, Emanuele, Nicola, Giuseppe, Stefano, Matteo, Angelo. Eravamo ormai qualcosa di diverso, entrammo nel magma della vita, ci mischiammo tra noi così come, per sbaglio, scambiammo i vestiti.
Quando quella notte tornammo a casa le nostre madri si allarmarono nel trovarci con vestiti non nostri. Tra di loro ne parlarono per qualche giorno, ci chiesero dove fossimo stati e cose simili. Noi facemmo finta di nulla, non raccontammo alcunché. Ci inventammo che fosse un gioco e il tutto finì lì, pian piano ogni cosa venne inghiottita nell’immenso vortice estivo.
Quell’avventura era l’inizio di un nuovo viaggio, era un punto di non ritorno. Ognuno di noi avrebbe preso la sua strada. Sarebbero stati inutili i tentativi di tenere unito il gruppo e i bei giochi di un tempo. Quella notte scoprimmo che esisteva qualcosa in noi, che esisteva un’altra persona, un altro Io, differente da quello “esterno”. Facemmo esperienza del nostro animo profondo.

Mi capita, durante i miei ritorni, di camminare per la Marinella di notte, sia in inverno che in estate. E quando giungo nei pressi della pineta ripenso a quell’episodio di ormai tanti tanti anni fa.
Sono grato alla Marinella, perché mi ha insegnato ad essere pronto ai cambiamenti inevitabili della vita. Quella notte persi l’innocenza e la gioia spensierata di fare le cose. Ma non ho nostalgia: anche questo fa parte del viaggio della vita.
Quella notte lontana mi ha aperto al più grande insegnamento che, anni dopo, mi avrebbe dato la Grecia. E cioè che l’uomo può diventare solo ciò che è. Noi siamo il luogo in cui siamo nati, siamo le difficoltà dei nostri genitori. Il mondo moderno ci dice che possiamo essere ciò che vogliamo: è una menzogna.
Solo così possiamo comprendere il significato della massima di Socrate: “conosci te stesso”.
Conoscere se stessi significa accettare i propri limiti, comprendere la propria natura, la propria particolarità. Conoscere se stessi è doloroso, ma necessario. Non possiamo fuggire e cancellare il nostro passato diventando qualcosa di diverso.
Ho così imparato che la libertà esiste dove ci sono limiti. Con i cancelli sempre aperti mai ci venne in mente di andare al mare. Chiusero i cancelli ed ecco che iniziò quella bellissima avventura. Sono i limiti che spingono la nostra creatività e, infine, il desiderio di avventura e libertà.
Amore e libertà hanno questo in comune: il rispetto delle cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Mica ci venne l’idea di scardinare il cancello o abbatterlo. Il cancello esisteva, stava là, semplicemente ci diede nuova linfa vitale.
Da quel giorno ho visitato tanti luoghi, esplorando pian piano i posti a me più prossimi, fino a giungere col tempo ad affacciarmi verso popoli e paesi lontani.
Penso, però, che il viaggio più bello sia quello verso casa mia. E’ un posto che conosco profondamente, e proprio per questo mi da modo di riflettere, di ricordare, di ritornare tante volte su singoli episodi, riscoprire cose che avevo dimenticato, ricordare un nome, cercare di capire cosa ho sbagliato, cosa potevo fare diversamente.
E’ un viaggio, quello verso casa, che mi da modo di arricchire il mio passato e quello che sono oggi. Mi da modo di rafforzare le mie radici. Conoscere nuovi mondi e culture è importante, così come ri-conoscersi attraverso i luoghi che ci hanno visto crescere e formarci. Insomma, ogni volta che torno non rivivo la stessa storia, ma qualcosa di diverso, di nuovo, aggiungo ogni volta un piccolo dettaglio.
Ed è per tutto questo che, per me, amare un luogo – il proprio luogo – è un atto al contempo altruistico ed egoistico. Desidero che la Marinella rimanga negli anni esattamente com’è, che mi dia le stesse sensazioni e che tante altre persone, che la amano come me, possano fruirne allo stesso modo.
Alla massima di Socrate “conosci te stesso“ allora io aggiungo “conosci il luogo al quale appartieni“.

Sono nato dall'increspatura dell'onda. Non ho deciso io il mio destino, ma il mare che tutto sospinge e muove. - Tu navigherai - mi disse un giorno. E così sono alla ricerca di Itaca. Ho un cuore mediterraneo, crocevia di emozioni e incoerenze, come i molti popoli di questo mare.
