Istanbul di Orhan Pamuk – Anatomia della Tristezza
Vi è mai capitato di osservare il luogo del vostro cuore e di sentirvi tristi e felici nello stesso tempo? Di avvertire una sorta di nostalgia, rivolta non verso il passato ma verso il futuro? E vi è capitato di arrovellarvi per giorni e giorni per provare a descrivere quella strana sensazione senza riuscirvi?
Orhan Pamuk nel suo Istanbul descrive la tristezza della propria città, chiedendosi in cosa consista questo sentimento difficile da definire.
[parlo] di quelle prime ore mattutine in cui tutti dormono, tranne i pescatori che prendono il largo; delle cicogne di cui tutta la città si accorge verso l’autunno, mentre passano sopra il Bosforo e le isole, in arrivo dai Balcani e dall’Europa per andare a sud…

Istanbul è il racconto che l’autore Orhan Pamuk dedica alla sua città natale. L’opera valse all’autore il Premio Nobel per la letteratura nel 2006, per aver ricercato “l’anima malinconica della sua città natale”.
Il racconto è una vera e propria enciclopedia della tristezza. Questa è la protagonista dell’opera, rispetto alla quale le memorie dello scrittore sono un contorno e un pretesto narrativo.
Istanbul comincia con una citazione del poeta turco Ahmet Rasim:
la bellezza del panorama è nella sua tristezza
Già nelle prime pagine Orhan Pamuk scopre le proprie carte:
non ho alcun dubbio che lo stato d’animo fondamentale che ha dominato la città […] è inesorabilmente la tristezza.
Messa la tristezza al centro della vita di Istanbul, l’autore svela il suo proposito letterario:
ciò che tento di raccontare è la scoperta di questo sentimento, la sua definizione, la sua articolazione.
tento di parlare della tristezza di tutta una città.

Pamuk, attraverso i propri ricordi, racconta la tristezza che avvolge la sua città e distingue il malessere del singolo dalla tristezza collettiva:
non si tratta della malinconia sentita da una sola persona, ma di quell’umore nero che hanno in comune milioni di persone, cioè la tristezza.
la tristezza si allontana del tutto dal senso di malinconia che riguarda il singolo individuo.
L’autore ricerca il fondamento nella tristezza nelle opere principali della cultura turca, tra cui il Corano:
in turco, la parola hüzün, tristezza, è di origine araba e si trova in due versetti del Corano; […] indica una perdita, e il dolore e l’afflizione spirituale provocati da tale perdita.
Pamuk, tuttavia, non si accontenta della ricerca religiosa o filosofica. C’è, secondo lui, anche un tratto pienamente umano e concreto nella tristezza dei suoi concittadini.
Occorre, quindi, concretizzare la “perdita”, dare un volto storico e fattuale al dolore. La perdita, secondo Pamuk, è il crollo dell’impero ottomano:
è necessario guardare sia alle conseguenze del crollo dell’impero ottomano, sia al modo in cui questa storia si è riflessa sui panorami della città e nei suoi abitanti.

Per l’autore la malinconia che promana da un luogo e dalle sue persone è
un concetto decoroso e poetico e un sentimento.
Prende così le distanze dalla nozione medico-filosofica di malattia e dalle conseguenti ricerche delle cause del male individuale (paura, innamoramento, sconfitta, malignità) e dei rimedi o cure al malessere.
La tristezza di cui ci parla Pamuk, dunque
è una condizione della mente che la città ha assimilato
con orgoglio.
E, addirittura
il fatto di non rattristarsi diventa un motivo di tristezza; la sua assenza diventa un difetto.
Possiamo, a questo punto, tracciare un elenco della caratteristiche della tristezza che promana da un luogo e che tanto affascina:
- è un sentimento collettivo e condiviso;
- è una condizione, quindi stabile e non transitoria;
- è legata al concetto della “perdita” o della “caduta”;
- è legata all’osservazione della propria gente o di un proprio panorama:
il vero tema di un quadro di paesaggio non è soltanto il paesaggio in sé, ma anche l’emozione che suscita.

Pamuk dedica un intero capitolo del libro ad evocare immagini e frammenti della tristezza della città: il buio serale che scende presto, i padri che tornano a casa; i librai anziani che attendono tutto il giorno un cliente tremando di freddo; i marinai che lavano i vecchi battelli; le sale da thè piene di disoccupati; gli edifici in legno trasformati in uffici comunali; la folla di uomini che pescano dal molo di Galata e così via.
Quando percepiamo a fondo questo sentimento, e i paesaggi, gli angoli, le persone che lo trasmettono alla città, quando ci cresciamo insieme, a un certo punto quella sensazione di tristezza acquista forme sempre più concrete ed evidenti.
Attraverso l’empatia con un luogo e con le sue miserie riusciamo, infine, ad apprezzare la decadenza dei luoghi che amiamo. Più un luogo è perduto e decadente, più lo amiamo di un amore viscerale.
Tutto questo richiama quel sentimento di chiaro-oscuro nascosto dentro di me, come una felicità velata dalla tristezza.
E così, la tristezza di Istanbul è comune a tanti altri luoghi: Pamuk ha il merito di raccontare un sentimento comune a molte persone.
La tristezza, forse, è un destino inevitabile
Se città e uomini vivono insieme, se la città ha un destino, allora
il destino di una città può diventare il carattere di una persona.
Luogo e persona sono la stessa cosa. E il destino dell’uno influisce su quello dell’altro. E così, il bene o il male che rechiamo ad un luogo lo rechiamo a noi stessi. La tristezza, allora, non è altro che l’amore che proviamo verso il luogo che abbiamo nel cuore.

Sono nato dall'increspatura dell'onda. Non ho deciso io il mio destino, ma il mare che tutto sospinge e muove. - Tu navigherai - mi disse un giorno. E così sono alla ricerca di Itaca. Ho un cuore mediterraneo, crocevia di emozioni e incoerenze, come i molti popoli di questo mare.
