Poesie d’Amore Eros e Agape (Vol. II)

Prefazione

di Darean ÅM Isman

 

 

Se ci si domandasse, come se ancora chiaro non fosse, ciò che si cela dietro un titolo così eloquente, “Eros e Agape”, non si potrebbe fare altro che immergersi nelle prime due poesie di questa nuova raccolta: “Ahi – oh Simonetta” e “Ahi – oh Simonetta II”. Poesie in cui il nostro, infatti, con arcaica eleganza dipinge il manifesto della sua attuale poetica, nonché condizione generalmente esistenziale, evocando l’archetipo rinascimentale di Simonetta Vespucci (Genova o Portovenere, 1453? – Firenze, 1476), che dallo stesso Amore, tramite l’Arte di Sandro Botticelli, fu consegnata alle sfere più alte e indelebili dell’immortalità, in virtù della sua grazia ispiratrice. È infatti all’eterna Bellezza cui A. Gigliotti, ormai Lilium Sige, aspira, ma che si tinge dell’eros necessario per cadere nell’incessante (seppur falsa!) dicotomia tra Agape ed Eros, a descrivere null’altro che l’imperfetto prototipo umano – ora bestia ora tempio di Dio. Una figura dalla nuda bellezza marmorea, quella della dama Simonetta, che risplende nell’oscurità epperò si sfigura in “carne viva e rutilante” dinanzi allo sguardo profano altrui: “per tela o per penna” della sua bellezza si è fatta una “cosa eterna” da oggetto di puro desiderio.

          Pare in effetti che la dolce condanna per il nostro poeta, quasi come un avvelenato senza antidoto, arrivi per tramite di un bacio fatale, anch’esso sensuale e ideale insieme, che fatidicamente intrappola il nostro “adolescente divino”, per citare Carlo R. Michelstädter, “affinché si mondi e si trasformi da umano a ideale”, ma che non sembra avere la sorte iniziale promessa, quasi a rievocare la pericolosa hybris di Icaro. Un unico bacio di troppo che sa invece di caduta, di brama non contenuta, che mirando all’immortale, per converso, si rivela una vera e propria pena terrena e materiale. Frequenti risultano, a dimostrazione di quanto detto, lessemi la cui connotazione è più che negativa a tale proposito: una “morsa” ormai “all’apice” che da “amante” lo trasforma forse in misero “dannato”. Tuttavia, le stesse armi che il nostro cavaliere intende utilizzare in questa continua lotta tra ascensione e caduta sono quelle tramite cui Signora Morte – per ironia della sorte! – lo vuole imbrigliare, che alimentano di fatto “l’ingegno” e l’“estro” d’ogni uomo di buona volontà. In sintesi, un bacio volto a inglobare l’anima di questa bellezza può condurre alla dannazione dell’amante, che nondimeno tramite opere d’arte ispirate si libererebbe dall’incantesimo e avrebbe la meglio persino sulla Signora – o Sorella, direbbe qualcuno a Noi caro! – Morte. Interpretazione, la nostra, che pare trovare conferma nell’incarnazione successiva di “Giuditta” la quale, non a caso, succede la figura di Simonetta, a proposito di amore violento e forse impossibile. Ancora sofferente e costretto in una “scomoda dimora”, ovvero nell’angolo più buio della propria coscienza, sempre che ve ne sia rimasta alcuna, il sé poetico tormentato di Lilium Sige si appella agli stessi Cavalieri che in cerca del Graal si son ritrovati drammaticamente disarmati della propria spada, mettendo in guardia così l’eventuale novizio come lui riguardo ai pericoli che la via intrapresa mostra e nasconde, come un giuoco di illusioni: “Perciò sii sobrio / e di lento fervore / piuttosto che ingordo / d’ogni corpo-sapore”. Il monito di chi si è sacrificato per gli altri in cammino, poiché caduto fatalmente tra gli inganni della luce riflessa di Eros: “ed infine allor venga la morte […] a carpire col dolce / fendente di labbra / la testa eretta / delle nostre voglie!”.

            Dall’oblìo dei suoi inferni atomici dell’Io più profondo, ora emerge con forza, seppur con voce smorzata, il canto dalle lontananze più oscure dell’anima ferita, il malinconico “Lamentum” del poeta amante disarmato, la cui parte bestiale, ormai divenuta “belva”, si è rivelata predominante e fatale, vittima del crudele bacio seducente di Amore. Perso il sonno, questa “belva” lo “strazia” e lo “tormenta”, senza che mai il nostro possa aver riposo, incarnando la figura dell’Avversario: il “malvagio tra i malvagi”. Una crisi profonda, definita come una vera e propria “burrasca”, per cui le flebili vele della sua “malconcia e instabile barca” non possono condurre a riparo alcuno senza che il lettore non si presenti alle rive dell’oceano in tempesta, in attesa del cadavere inerme del nostro cavaliere esanime “sepolto da quest’onde”. Si evoca senz’altro Lui, tra queste ultime righe, P. B. Shelley, nel disperato tentativo di chiedere lumi a chi ha avuto lo stesso fatale naufragio tutt’altro che metaforico.

Nonostante il desiderio di un salvifico zefiro per “disvelare” una “stellata mappa”, “affinché una nuova rotta sia presto tracciata” in questo mare di perdizione, gli ultimi disperati moti di Spirito introducono quella che sembra una novità non solo rispetto al primo volume di “Eros e Agape” bensì anche all’atteggiamento esistenziale e poetico di Lilium Sige conosciuto finora: l’ira nei confronti di Eros, visto come causa fondante della propria inesorabile triste condizione. Appellandosi a tu-per-tu, senza nessuna forma di rispetto e reverenza, il poeta si strugge e accusa dinanzi al suo pubblico Eros e la sua crudeltà subdola nei confronti dell’umana stirpe adamitica: il quale, “per vile diletto”, scoccando l’ultimo dardo verso il suo cuore “non più intatto”, accresce ulteriormente le sue pulsanti e fuorvianti passioni bestiali. Il biondo riccioluto e lucifero diviene sempre più serpentiforme e sibilante, intanto che il poeta-amante lo tira per i capelli ponendolo dinanzi a sé e la propria coscienza, quasi a voler confrontarsi col proprio “speculum” diabolico, in un percorso doloroso ma necessario di auto-riflessione ed esplorazione infernale dei propri paesaggi turbolenti interiori, di chi sa che l’Avversario non è altro che una maschera volta a manifestare all’esterno una parte ignota di sé. La vittima così coincide col carnefice, il quale si trova “a vagare pel mondo / diviso da se stesso”. Ma dopo l’ira, il silenzio, il silenzio di chi pare finalmente arrendersi con fiera umiltà e coraggio al suo destino; incarnando, come si leggerà, la figura del San Sebastiano trafitto. Riferimento azzeccato, a nostro avviso, poiché dal dolore di cui si è appena accennato un’aurora s’intravede sorgere e schiudersi: quella della caduta, della caduta però stavolta di ogni resistenza all’infinito e al divino, che ora irrompe e si manifesta nel poeta divenuto mistico, come avviene nei momenti più bui e allo stesso tempo più opportuni. L’interlocutore del “tu” lucifero di cui sopra si trasforma nel “Tu” dell’Ineffabile, il quale tramite esperienze e Messaggeri Incogniti si premura di salvare le anime perse e prossime alla morte, al fine di offrire loro una “Vita Nova” per dirla con Dante, successiva alla tanto decantata Nigredo degli alchimisti. Nonostante ciò, come si evince dall’aforisma nietzschiano introduttivo della raccolta, le lacrime e il sangue, di cui siamo stati resi testimoni partecipi dal sé poetico smarrito, contribuiscono a conferire autenticità e linfa vitale a quei versi che altrimenti potrebbero suonare quali meri esercizi di stile da poeta di corte. Sarà forse questa l’occasione per indagare finalmente l’Agape verso cui il nostro pare tendere ancora invano?

Non è certamente un caso che ogni qual volta il poeta-cavaliere narri di esperienze amorose più o meno sofferte, mediante le quali Eros si diverte e nutre, estasi di pura ascensione idealizzante sussurrano nell’orecchio “di marmo”, scriverebbe Rilke al giovane poeta, di Lilium Sige. Egli sa infatti che, se il serpente domina e ha – ahilui! – libertà nella sua azione, non può esser catturato e limitato nel suo sinuoso e sibilante movimento. Per questo motivo, quando l’obiettivo prefissato dei versi è di chiara matrice erotico-sensuale, il nostro è consapevole che un processo naturale e spontaneo di sublimazione avviene inevitabilmente in lui, così ripercorrendo la via opposta della scala verso i gironi paradisiaci delle idee e delle virtù. Una sorta di vento ispirato, insomma, che soffia sulla “luce soffusa” della fiammella o, meglio, del “piccolo fiammifero” di Eros, fomentando il fuoco vulcanico dell’Agape cristico, che attraverso il pianto del mistico “sempre avvampa” e monda colui che è pronto a riceverlo. Dal bacio-incantesimo malefico e traditore si giunge quindi al “solenne bacio trinitario / tra Dio e un essere umano!”: questa è la Speranza per “l’illibato nascimento / di un nuovo sole” che s’intravede infine all’orizzonte.

            Per concludere, stentiamo a credere che il nostro poeta innamorato non sappia che, attraverso l’Arte dell’Aristia che guida da sempre l’umanità, non solo si rendano immortali le muse che ispirano i processi creativi superiori, bensì anche gli Autori delle Opere stesse, che tanto hanno amato come lui fino a “morir d’Amore”. Questa è la ricompensa che auspica il nostro cavaliere dopo la sua disperata e avventurosa cerca e il suo martirio finale, poiché egli sogna che il “funereo bocciolo d’amore” sia reso – finalmente – immortale.

Ci limitiamo perciò ad accompagnarlo nel suo viaggio, e invitiamo anche voi a farlo, ogni volta ch’egli abbia voglia di condividerlo con noi, tramite i suoi versi e non solo. Così come l’eredità dell’Amor sacro e l’Amor profano di J. Donne, il “Fair Youth” e la “Dark Lady” di W. Shakespeare o l’amore dapprima terreno eppoi santificato di F. Petrarca per Madonna Laura, continuano da secoli a illustrare il sentiero ai nuovi malcapitati viandanti, fraternizzando con chi si ritrova a varcare la stessa soglia. Ma al di là del futile citazionismo, egoisticamente speriamo (ma in realtà già sappiamo) che questo è solo l’inizio del suo percorso graalico di trasmutazione e forse – per conseguenza – artistico; e sembra intuirlo egli stesso tramite lo strumento poetico che, come sappiamo, sovente sfocia nella vera e propria chiaro-veggenza.        Ci riferiamo non a caso al suo melanconico “Pianto notturno”, in cui il poeta evoca “l’antico nodo” che “sempre patisce”. Il suo “antico nodo” appare chiaro ed evidente a coloro che come Noi sanno interpretare la prima evocata “stellata mappa” del suo cielo, poiché appare come una luce che da lassù determinerà le sue gioie e i suoi tormenti ad vitam, con varie sfumature d’intensità coerenti con il grado di perfezionamento raggiunto. Non è stata certamente una coincidenza quella che ha orientato in questo senso attuale la poetica di Lilium Sige, portandolo a esplorare in profondità questi lidi diversi anni ormai or sono: la terribile e sublime scoperta-rivelazione del suo “antico nodo” pulsante tramite la lettura de “Il Fuoco” di G. D’Annunzio, unico romanzo dell’incompleta (sarà forse un segno?) trilogia del Vate “Il Melograno”.

 

Link per scaricare gratuitamente la raccolta:https://drive.google.com/file/d/1IYFc57yx896n-nQ5SyhWIgjskL6KtnL9/view?usp=sharing

Facevo il quinto superiore quando mi ritrovai, con sorpresa, a scrivere la mia prima poesia che ,con quei versi, entrò in punta di piedi nella mia vita per poi diventarne, a poco a poco, un aspetto d'assoluta indigenza. Qual è il motivo per cui scrivo? Ebbene, scrivo per ritornare a Casa con la speranza che, nel farlo, possa portarci anche te che ora stai leggendo...

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