Poesie d’Amore Eros e Agape (Vol. III)
Prefazione di Darean ÅM Isman
La rosa è malata: questa è la rivelazione che il poeta ci porta nel suo terzo volume della serie “Eros e Agape”. Ben presto, nei versi immediatamente successivi, scopriamo che è la sua stessa rosa a esserlo; la sua “dolce rosa” che “colse con gioia”, la gioia dell’inevitabile incoscienza della divina giovinezza, che si fece forse troppo ingenuamente attrarre dall‘incessante rifulgere “dinanzi ai suoi occhi”. Ma Noi sappiamo che tutto ciò ch’è di aurea sembianza nasconde infinite insidie volte a scoraggiare anche il cavaliere più ardito; la rosa d’oro è pur sempre costellata da petali rossi, proprio come il sangue che necessita di esser versato per la sua conquista.
Se infatti il titolo proposto non varia, da “Eros e Agape”, notiamo, si è arrivati a “Eros e Thánatos” nella sostanza, per dirla con Sigmund Freud; come a dimostrare che il nostro Lilium Sige non si è tirato indietro e ha colto la rosa della sfida. Nel suo seguire Eros, con qualche bagliore di Agape, egli si ritrova paradossalmente faccia a faccia con Thánatos, il suo opposto (ma complementare!), nonché il suo acerrimo nemico per antonomasia. Questa, sovente, è la sorte di chi gioca col fuoco, ammonirebbe Prometeo.
Ci ritroviamo così dinanzi a una nuova evoluzione poetica, una poetica della caduta. Di “poesia nera” infatti si tratta, se ricorriamo alla distinzione tra “poesia bianca” e “poesia nera” proposta da René Daumal, la quale prevede un approccio di scrittura “sotto le acque”, considerando i dettami dell’antica tradizione ermetica. In difesa del nostro, non possiamo però che ammirarne l’umiltà e la lealtà: come poter intraprendere viaggi alla conquista del cosmo con un “fragile” cuore malato, “colmo di mestizia”, avvelenato poiché trafitto dallo strale di un diavolo? Del suo diavolo-Lucifero?
A tal proposito, si rammenta che in precedenza il poeta ha dimostrato estasi compositive notevoli, alla ricerca dei segreti più arcani del cosmo; tuttavia, egli deve aver percepito la necessità di sondare prima gli abissi delle sue parti più infere, affinché, una volta liberatosi dai pesi oscuri dell’anima, lo spirito possa innalzarsi in volo con tutt’altra forza. Ma la domanda che lo tormenta è: “riuscirò a liberarmi da questa condanna?”. Quesito a nostro avviso legittimo, che – ahinoi – non è d’immediata risposta, tutt’altro. Ricordate del suo “nodo antico” in “Eros e Agape – Vol. II”?
Certamente il nostro cavaliere ora ne è assai più consapevole, forte dell’esperienza in tal senso di cui ci va narrando: gli esiti sono tutt’altro che imprevedibili, basterebbe in effetti scorrere velocemente i titoli delle poesie proposte. Eppure, dopo un esame attento delle stesse, i colpi di scena, vi assicuriamo, non mancano. Provate, per esempio, a immaginare un Icaro che, pur mirando al sole, è caratterizzato da un’insolita umiltà, per i nostri giorni, sconcertante. Un Icaro che si brucia le ali non perché folgorato da uno stato di hybris incontrollata, ma solo perché voleva egli vivere e scoprire l’amore umano rivolgendosi personalmente al sole. Queste e tante altre sono le metamorfosi che incarna il nuovo sé poetico del nostro, che “vaga di selva in selva” tra i suoi stessi versi che sanno d’antico, “con una mano sempre stretta sul petto”, invocando la morte tra i suoi oscuri boschi interiori.
Un lontano ricordo sembrano essere gli slanci d’orgoglio, che comunque appaiono timidi dinanzi alle figure demoniache che lo tormentano in questo “campo di guerra”, che null’ha a che vedere con l’amore, o forse sì? Talvolta s’insidiano sottoforma di incubi, di demoni, d’ “innumerevoli mostri / emissari di morte”; talaltra di donne seducenti, sirene dal sinistro fascino lilithiano, che paiono quasi fiutare le ultime risorse vitali di cui egli dispone, pronte a dimenarsi magneticamente, come rapite da “soavi canti suadenti” tra le acque indomite e incontrollate, per predarsene. Tali forze avverse non possono inoltre che venire rappresentate dall’avversario per eccellenza, il “diavolo” in persona. Ma non solo, la figura di Cupido o, meglio, del Cupido-oscuro, non è esente da colpe: egli è l’essere luminoso che col suo strale ha decretato l’inizio della fine, della sua fine, “invitreandolo”.
Ma come spesso accade, un aiuto inaspettato potrebbe giungere anche al più “misero” tra i pellegrini. A dimostrazione di ciò, non ce ne voglia il nostro se lo invitiamo a meditare profondamente sui seguenti versi: “e mentre mi inginocchio / in mano mi pongono / un calice d’oro / pregno di sangue / che rovescio sul suolo / affinché in esso possa guardare / il volto – riflesso – del male!”. Sappiamo dell’importanza del “calice” e del “sangue” per un cavaliere, che potrebbero rivelarci la soluzione dell’enigma: e se la sintesi delle forze dell’ostacolo fosse il “riflesso” – a specchio – del poeta stesso? E se questa fosse la rivelazione del suo Graal?
Ci pare che tra la sofferenza e l’apparente stato di ineluttabilità, come se quasi si provasse una sorta di piacere sadico nel dolore, al limite tra genio e mera alienazione, serpeggino occulte delle altrettante forze di speranza, che un lettore poco attento potrebbe non cogliere. Non sappiamo ancora se inserite sapientemente dal nostro, che, come un demiurgo iracondo, dispensa intanto morte per sconfiggere morte, non risparmiando nemmeno sé stesso.
“C’era una volta una donna…” direbbe qualcuno, “un’amata donna” che si manifesta col silenzio, oppure con “parole soavi” di conforto materno che il poeta purtroppo ancora non comprende; dalle sembianze di “dolce fantasma”, poiché la sua immagine necessita di ulteriore nutrimento immaginifico, che si trascina “di via in via / sola, mesta e stanca”. Il poeta mentre piange sorride, poiché dentro di lui sa che può amarla in segreto, sotto la sua incondizionata protezione, nonostante le più tremende vicissitudini lo assalgano di giorno in giorno, di strofa in strofa, tra un arcaismo e l’altro. Sarà forse questa la vera promessa d’Amore? Non è questo allora il cammino necessario che possa condurre finalmente il nostro “umile e fedele amante” a ritrovare la parola perduta, al fine di comprendere finalmente questa misteriosa amata?
Egli è ben consapevole della terribile potenza di Sophia, una vera e propria sfinge che ispira gli uomini di buona volontà fin dalle origini. Ma la donna “vestita di bianco” di cui il poeta non osa “scorgere il volto” è vera Sapienza e soffre nel vederlo errare in preda ai suoi deliri bestiali, tipici di una belva fuori controllo che poco ha di umano, corrotto dal bacio della sua rivale sorella-Morte. Perciò l’Iside ancora velata continua a tacere e ad avvolgerlo con un abbraccio mentre lo “asciuga col suo crine dorato”, in attesa che lui sia pronto al disvelamento degli antichi misteri. D’altronde il poeta sa già come proseguire e operare, conscio dell’esperienza dei maestri predecessori, che lo sorvegliano con sguardo severo. Non gli resta che cogliere la sua rosa non più malata, la sua “dolce rosellina”, unica sua vera consolatrice; nel cui bocciolo “si rinnova la promessa” che un giorno farà ritorno nel suo giardino la sua amata donna, per cui lungamente sospira. E nel caso in cui la rosa malata dovesse invece morire, in una grande opera di mistica redenzione, che questa lasci pure i petali nelle sue mani “come pegno”, suggellato dalle sue lacrime, per cui sboccerà ancora. Agli uomini così andremo insieme a lui “a dar speranza”.
Dipinto: John William Waterhouse – The Soul of the Rose, 1903
Facevo il quinto superiore quando mi ritrovai, con sorpresa, a scrivere la mia prima poesia che ,con quei versi, entrò in punta di piedi nella mia vita per poi diventarne, a poco a poco, un aspetto d'assoluta indigenza. Qual è il motivo per cui scrivo? Ebbene, scrivo per ritornare a Casa con la speranza che, nel farlo, possa portarci anche te che ora stai leggendo...