La stanza
Mi sveglio di soprassalto. Un dolore lancinante, accompagnato da un suono acuto, mi trapana il cervello, tanto da urlare mentre stringo la testa con le mani. All’improvviso mi si sfoca la vista e vedo una luce bianca che sembra arrivare da chissà dove. Da un puntino luminoso questa si spande, aprendosi come un cono che si allarga sempre più fino ad avvolgermi completamente. Nel candore che m’abbraccia una dolce sensazione di pace mi pervade. Ma solo per qualche istante. Come quando si spegne un televisore, la luce scompare, ritornando quel puntino iniziale, per poi sparire nel nulla da cui era arrivata. Lentamente il dolore svanisce e con esso quel suono. Sono sdraiato. Ho il cuore che batte all’impazzata. Ansante tremo in una coperta di sudore. Un brivido freddo si propaga su tutto il mio corpo. Mi calmo e, ancora un po’ stordito, mi giro a fatica sul fianco sinistro. Alzo il tronco sorreggendomi sulle braccia e noto con sorpresa un timer al mio polso sinistro con questa iscrizione sul cinturino – Y2D4A9. Il conto alla rovescia segna 4 minuti e 33 secondi. Sposto lo sguardo: indosso un camice bianco come quelli che hanno i pazienti ricoverati in ospedale. Sono scalzo. Ho i piedi freddi e bagnati. Sono immersi in un ristagno d’acqua che sta in un angolo del posto in cui mi trovo. Si direbbe una specie di bunker, una piccola stanza spoglia e grigia illuminata solamente da una tenue luce esterna che passa attraverso il foro d’aerazione di cui solamente ora sento il rumore bianco della ventola. Mi alzo e vado verso il centro dove c’è una sedia. È una comune sedia in legno su cui si trova una corda chiusa a cappio. Nel prenderla mi si stringe lo stomaco. Corro lungo le pareti, ricoperte totalmente dal cemento, gridando: “C’è qualcuno? Aiuto!”. Ripeto questo diverse volte, ma il silenzio della stanza mi risponde con la stessa forza con cui ho urlato. Non ci sono porte, pertugi o passaggi. Salgo sulla sedia per perlustrare, per quel che posso, il soffitto. Il presentimento, che prima m’era giunto, risuona in me come una sentenza ineluttabile, quando scorgo nell’oscurità un anello di metallo scendere dall’alto. Prima che ogni intuizione giunga pienamente alla mia coscienza, ecco che il timer si azzera emettendo tre bip. Di nuovo quella commistione di luce, suono e dolore mi coglie facendomi cadere per terra con un grande tonfo. La sequenza si ripete identica alla prima. Dopo essermi ripreso cerco di togliermi il timer dal polso. Provo a lungo ma senza riuscirci. All’improvviso una sinistra risata riecheggia nella stanza.
“Pensi davvero che quello stupido aggeggio ne sia la causa, Johann?”
“Chi sei? Come sai il mio nome?”
“Johann, non fare l’ingenuo con me…”
“Che significa?”
“Conosco tutto di te. Chi ti ha consolato in tutti i tuoi patetici piagnistei, eh? Io! Io sono stato…senza di me saresti già morto da un pezzo, lo sai vero? Non saresti nulla senza di me. Sei solo un essere insignificante che non merita alcunché. Mi fai schifo, mi fai pena…”
“Dove sei? Fatti vedere!”
Di nuovo quella risata risuona con più veemenza, mentre atterrito mi appoggio di spalle alla parete più in ombra della stanza, quella opposta al foro d’aerazione, guardandomi agitato intorno. Lo sguardo mi cade sul timer – 3…2…1. “Oh, no!” esclamo. Luce, suono e dolore mi assalgono ancora. Chiuso in me stesso striscio lungo la parete per sedermi sul pavimento. Alla fine resta solo il mio respiro profondo e affaticato a irrompere nel silenzio. Chiunque stesse ridendo è sparito. Mi rialzo appoggiandomi con la mano contro la parete che mi aveva sostenuto nella mia caduta, col cuore ancora un po’ accelerato. Non faccio in tempo ad alzare gli occhi dal pavimento che, da dietro, mi afferrano per strangolarmi.
“Ecco, volevi vedermi piccolo ingrato? – dice fiatandomi rovente sul collo – te ne pentirai”.
Cerco di divincolarmi ma la sua presa è sorprendentemente possente. Allora lo mordo all’avambraccio con tutta la forza che ho, e, emettendo un diabolico rantolo, mi lascia andare dalla sua morsa. Scappo dall’altra parte della stanza. Mi giro. Quello che vedo è un uomo, ma non del tutto umano. Sembra più un animale. Dei lunghi capelli neri e unti gli incorniciano il volto corrugato, dove spiccano due grossi occhi gialli con dei riflessi rossi che sembrano ribollire come magma bollente. Sul suo corpo membruto, ricoperto da innumerevoli cicatrici, è presente una folta peluria che emana un terribile olezzo che lentamente si diffonde per la stanza. I suoi arti sembrano quelli di un leone, con artigli alle mani e ai piedi, mentre una coda, ancor più densa di pelo, vortica agilmente alle sue spalle. “E così hai deciso di lasciarmi, eh? Sei un povero sciocco…” sogghigna, facendo intravedere i suoi denti aguzzi, gialli e lordi di sangue. In un batter d’occhio me lo ritrovo di fronte. “Vediamo chi si libererà di chi!”. Mi prende per il collo e sollevandomi da terra mi schianta contro un muro. Mi sta addosso. Rialzandomi gli sferro dei pugni dritti all’addome. Inutilmente. Sembra non aver accusato minimamente i colpi. Ruggendo mi scaraventa al centro della stanza prendendomi per la nuca. Si riavvicina e, cogliendolo di sorpresa, anticipo la zampata che stava per sferrarmi sfilandogli sotto il braccio. Mi avvinghio alle sue spalle mettendogli la corda, su cui prima ero caduto, intorno al collo per soffocarlo. Sbraita e si dimena. Indietreggiando, mi colpisce ripetutamente contro il muro in ombra su cui mi ero accasciato prima. A stento riesco a mantenere la presa sulla corda. In un impeto di furore cerca di afferrarmi dall’alto, prendendomi dalle braccia. Nel farlo mi ferisce con gli artigli. Mollo la presa. Si allontana qualche passo da me mentre mi accascio. Voltandosi mi guarda furente negli occhi. Io faccio altrettanto. In questo scambio di sguardi ho una strana sensazione. Nel suo orrore mi è effettivamente familiare, in qualche modo. I tre bip del timer interrompono questa presa di consapevolezza. L’ansia m’incupisce il viso, consapevole di essere vulnerabile per i prossimi istanti. Infatti il suo sorriso compiaciuto è l’ultima cosa che vedo prima di essere nuovamente vittima della misteriosa sequenza che mi tormenta. La luce, il suono e il dolore mi pervadono, esattamente come le altre volte. La bestia mi si fionda addosso, mordendomi alla spalla destra. Sento i suoi denti freddi e luridi conficcarsi nella mia carne. Il sangue sgorga caldo dalla ferita. Urlo ancora più forte. La speranza di batterlo si sta facendo sempre più vana, anche se l’istinto di sopravvivenza continua ad alimentarmi con la sua adrenalina. D’un tratto molla la presa. Il sollievo lascia immediatamente spazio alla sorpresa. Ora è lui a lamentarsi. Il suo grido ferino risuona come un tuono nella stanza. Cosa è successo? Ritorno a vedere. Un bambino? Un bambino è davanti a me, di spalle. Tiene una fiaccola in mano. Dall’altra parte della stanza la bestia si tiene le zampe sul viso trascinandosi in un angolo. “I miei occhi!” esclama più volte. “Piccolo bastardo che non sei altro. Dovevo immaginarmi che saresti venuto anche tu. Vi ucciderò entrambi”. Deve avergli bruciato gli occhi col fuoco. Cerco di rialzarmi poggiandomi sulle braccia ma ricado malamente a terra. La ferita alla spalla non mi permette più di usare il braccio come prima. Il bambino si volta verso di me. Strappa un pezzo della tunica bianca che indossa e la stringe sulla ferita con un nodo ben stretto. Mentre fa il nodo rimango colpito dallo strano anello che porta all’anulare sinistro. Due serpenti che intrecciandosi formano il corpo dell’anello stesso su è posto un piccolo smeraldo. Credo abbia nove anni circa. Dei riccioli biondi gli cadono sulla fronte candida, contornando due grandi occhi azzurri. Oltre alla tunica finemente ricamata indossa una cintura di cuoio a cui è fissato un fodero contenente un pugnale.
“Non c’è tempo, devi andartene da qui. Mi occuperò io di lui”.
Lo guardo perplesso, pensando – andarmene? Come? Chi sei? Cos’è questo posto e quell’essere orripilante? Cosa sta succedendo?
Lui coglie le mie domande. “Sai già come uscire da qui. Il resto ti sarà chiaro dopo”.
Chino la testa con rassegnazione. So a cosa si riferisce. L’unico modo per uscire è uccidermi utilizzando il cappio che era al centro della stanza.
“Non avere paura. Fidati di me”. Si volta dando un’occhiata alla bestia ancora in un angolo. M’aiuta a rimettermi in piedi. “Lo terrò occupato. Nel frattempo fa ciò che deve essere fatto, qualunque cosa accada. Sono stato chiaro?” domanda guardandomi fisso negli occhi, con un’autorevolezza insolita per qualcuno della sua età. Faccio un cenno di assenso. Voltandosi estrae il pugnale, tenendo la fiaccola nella mano sinistra. Ci sono delle strane incisioni sulla lama, e sull’elsa d’oro sono raffigurate delle costellazioni. Quest’ultima riflette sul nostro viso la luce della fiaccola che ci avvolge in una bolla luminosa.
“Johann, non andrai da nessuna parte. Sei mio. Morirai qui per mano mia” dice la bestia avanzando a tentoni.
“Fermati! – gli risponde il bambino – non ti ucciderò. È giusto che tu viva, ma desisti dal tuo intento, ora. Possiamo convivere, in pace. Lo capisci questo?”
“Come osi! Come osi parlarmi così! La tua pietà e la tua compassione mi fanno ribrezzo. Il mio unico padrone è il sangue, il mio unico piacere è il dolore”.
“Sei uno stolto. È questo il nome che meritasti e che ancora meriti”.
Dopo aver sentito quelle parole la bestia avanza, con un ruggito così colmo d’odio da farmi rabbrividire. Sebbene non possa vedere, la furia lo rende ancora più pericoloso. “Posso ancora sentirti” dice rivolgendo i suoi artigli verso il bambino, che sfila tra le sue gambe ferendolo al ventre col pugnale. La bestia si gira di colpo graffiandolo sul viso. Malefico sorride leccandosi gli artigli macchiati dal sangue innocente. Reggendomi la spalla mi muovo verso la corda. I miei passi attirano l’attenzione della bestia. “Cosa pensi di fare?” dice rivolgendosi verso di me. Mi viene incontro con un salto. Ma il bambino gli si scaglia addosso aggrappandosi alla sua schiena deviando, per quel poco che basta, il suo attacco. “Devi fare presto!” mi dice mentre è ancora aggrappato. Recupero finalmente la corda e l’annodo all’anello di metallo al soffitto, dopo averci sistemato sotto la sedia ch’era caduta, durante il combattimento, al lato della stanza. Stringo il cappio al collo. Il bambino urla. Mi volto. Il cuore mi si stringe in gola. La bestia lo ha sopraffatto. È su di lui. Gli sta squartando il ventre a morsi. Rivoli di sangue scorrono sul pavimento. La rabbia mi assale. Porto le mani al cappio per levarmelo e andare a combattere ma le parole del bambino mi ritornano in mente – fa ciò che deve essere fatto, qualunque cosa accada. Le lacrime mi rigano il volto. Con un calcio faccio cadere la sedia lasciando che il mio corpo penzoli nel vuoto. Il cappio si stringe. I miei sensi si dissolvono. I bip del timer risuonano vagamente mentre lontano la bestia grida in un’eco – no! Tutto si fa leggero. Sento una incredibile leggerezza. Mai provata prima d’ora. Mi sembra di fluttuare nell’aria. Il mio respiro è calmo e profondo. Apro gli occhi. La luce mi investe. Più radiosa di qualsiasi altra cosa che abbia mai conosciuto fino ad ora. Un’infinita vastità di luce mi si para davanti. Infinita in ogni direzione. Anche sotto i miei piedi che sembrano comunque poggiarsi a un suolo. Davanti a loro c’è la stanza. È piccolissima. Come se fosse fatta in miniatura. La guardo dall’alto e, osservandola attentamente, ripercorro tutto quello che è successo lì dentro. Il ricordo assume un tono indefinito, quasi si fosse trattato di un sogno. A poco a poco la compassione riempie il mio cuore. Tutto ora mi è chiaro. Ma non basterebbero le parole per descriverlo. Davanti ai miei piedi la stanza precipita. Sempre di più, fino a diventare un piccolissimo puntino, per poi sparire senza lasciare traccia. Mi guardo attorno. La luce inizia a vibrare con estrema potenza, accompagnata da un suono costante, simile a quello dei gong. La vedo contorcersi fino a formare delle nubi vorticanti fatte di particelle luminose. Lentamente alcune di queste si staccano. Una dolce pioggia di luce cade bagnandomi il viso. Le gocce m’abbracciano dandomi un piacevole sollievo. Sospiro. Ho gli occhi chiusi e il capo rivolto verso l’alto. Irrefrenabili le lacrime sgorgano dai miei occhi in un pianto di gioia. Finalmente ho trovato la mia pace.
Facevo il quinto superiore quando mi ritrovai, con sorpresa, a scrivere la mia prima poesia che ,con quei versi, entrò in punta di piedi nella mia vita per poi diventarne, a poco a poco, un aspetto d'assoluta indigenza. Qual è il motivo per cui scrivo? Ebbene, scrivo per ritornare a Casa con la speranza che, nel farlo, possa portarci anche te che ora stai leggendo...
Lieta di avere letto che la pioggia di luce ha rigato il tuo bel viso…
Ti auguro un nuovo meraviglioso percorso di vita e di scrittura.
Splendi Lilium