Scordare Scordovillo – Cronachina dalla Quarta città della Calabria
LAMEZIA TERME E DINTORNI – Nella “quarta città della Calabria” – manfrina, ahimè, ultimamente tornata di moda: mi spiegate chi altro cazzo utilizza il numerale “quarto” per sentirsi importante? – succede che si sta procedendo alle fasi finali della grande Operazione Scordovillo, il “superamento” dell’annosa questione campo Rom, nonché una enorme scommessa per il centro-destra di tutta la provincia (leggasi la generale d’acciaio, Wanda Ferro). Centrodestra che ha propugnato un piano complesso, multisettoriale, multidisciplinare, coinvolgendo molti (non tutti, ahimè) attori istituzionali imprescindibili, da enti pubblici a privati. Un centrodestra dal quale, infatti, i “ruspofili” sono fuggiti per trovare agi maggiori in quel movimento dal fascino vintage, quasi art-déco, del generale “vero”, uno di cui non voglio fare il nome, e che giusto oggi, nella seduta di consiglio comunale di stamattina, sono entrati ufficialmente nel governo cittadino.

Un piano d’azione complesso, dicevo, che in queste ore delicatissime, mentre cioè avviene lo spostamento fisico di centinaia di cittadini lametini – e con buona pace di certi revanscisti del ridicolo – sta tuttavia mostrando qualche “piccola” falla. Forse, in un insano ottimismo, si sperava bastasse l’intervento normativo, l’approvazione cioè di una legge regionale “ad hoc” che consente all’Aterp di assegnare i propri alloggi ai destinatari dello sgombero. Tralasciando la discutibilità di una “scorciatoia” simile – un po’ come quando ad Age of Empires ti rompevi i coglioni di incamerare risorse e iniziavi a usare trucchi su trucchi per “sgomberare” il villaggio avversario –, il problema sta sorgendo non solo a Lamezia ma ancora di più, guarda un po’, nei piccoli comuni limitrofi.
Ben cinque sindaci “di confine” lamentano la loro esclusione da ogni tavolo di discussione, anche a seguito di numerose richieste di confronto, di partecipazione, cioè, a quella “cabina di regia” interistituzionale complessissima, un gruppo in cui faticano anche associazioni, giovani, artisti, educatori, psicologi, gente preparatissima che sta facendo un gran lavoro di integrazione. Un gruppo, però, nel quale evidentemente non c’era spazio per i comuni limitrofi. Checché ne dica la bellissima azione progettuale denominata proprio “abitiamo il lametino”. Il “lametino”, cioè Lamezia più il suo hinterland. Lamezia e quei comuni limitrofi che non sono neppure stati “chiamati” a un pragmatico invito all’integrazione, ai quali sembra si dica, tra le righe, “siete obbligati ad aiutare la nostra Città a superare finalmente il suo più grande problema sociosanitario”.
Ma le case popolari non sono così tante. E le domande sono sempre troppe. E i roghi tossici che hanno infestato per decenni Nicastro e Sambiase a partire dai reparti dell’Ospedale e dagli uffici del Commissariato, non arrivavano mai – per loro fortuna e per sfortuna del nostro bisogno di ricevere empatie – fino a Curinga, o a Maida, o a San Pietro a Maida, o a Platania. Troppo, troppo ottimisti dal principio. Troppa ingenuità.
E quanto sarebbe ingenuo e semplicistico (c’è chi lo fa, ahimè) ridurre gli elementi di questo ingarbugliamento al colore politico? Quanto è semplicistico, cioè, giudicare, dare un “voto” alo spirito di accoglienza di questi sindaci e porlo in contraddizione con il loro colore politico? Quanto sarebbe ipocrita, insomma, dare patentini di “accoglienza” a chicchessia quando noi, come cittadini della “quarta città della Calabria” (sapete, a proposito, che la decima è Montalto Uffugo?) non siamo mai riusciti a dare uno, dico anche uno solo, semplice, singolo, contributo non all’integrazione, non all’inclusione formale, specialistica, scientifica, ma un contributo, dico, anche solo per incrinare il nostro razzismo latente? Veramente troppo. Troppo facile, così.

Comunque, questi comuni stanno preparando addirittura un consiglio intercomunale, aperto a tutti. Stanno, cioè, unendosi con un atto politico che ha dell’incredibile per il nostro comprensorio e che, quanto meno, potrebbe aiutarci a riacquisire memoria proprio del fatto di “essere” parte di un comprensorio. Di avere vicini importanti con cui dialogare – nel mondo perfetto facendolo sempre – di temi cruciali come la pelle, la vita, i corpi di centinaia di persone che non chiedono nulla, non chiedono di essere parcheggiati da nessuna parte e soprattutto non chiedono di essere pedine, bacino elettorale. Prima il dialogo, insomma. Poi, dopo aver dialogato, si potrà anche capirà chi merita o meno un “patentino” dell’accoglienza.
E Lamezia Terme, a proposito? Che sta facendo? Sta trattando il tema pubblicamente? Lo sta facendo nelle sedi politiche? Oltre ai plausi essenziali, ai codazzi, alle note stampa che sanno di un entusiasmo prematuro (come si dice, “A quadara vulli…”), qual è l’idea che sta esprimendo in questo momento? Oltre agli applausi e alle belle parole a Trame, come reagisce politicamente, come pensa di dialogare con questi comuni limitrofi, quali segni manda?

Nessuno, almeno nella giornata di oggi. Nel consiglio comunale di questa mattina – 10 luglio 2026 – infatti, la politica lametina aveva di meglio da discutere, come il subentro di un consigliere comunale che si sapeva già sarebbe stato problematico per via di pendenze personali con il comune (e verrebbe da dire che lo sapeva persino l’interessato quando l’anno scorso si è candidato alle elezioni comunali) ma che ciononostante è arrivato sul banco della discussione dopo cinquanta giorni. Cinquanta giorni, direte voi, che saranno serviti proprio a dirimere la questione, a schiarire la matassa, a capire, cioè, se il consiglio comunale possa o no tornare a pieno regime e in fretta, pure, visto che nella prossima settimana c’è un bilancio consuntivo da votare, con 50 milioni di disavanzo, e una proposta del sindaco – probabilmente emendata dalla sua stessa parte politica – per “tirare la cinghia” economicamente per un altro decennio? Troppo, troppo ottimisti.
Ridatemi le estati in cui l’unico problema era il “mare sporco”.
Vi prego.
Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha pubblicato due romanzi, "Al di là delle dune" (2023, A&B) e "Quattro apocalissi" (2024, Qed) e un racconto, "Il buco nero" (2025, Galileo Editore).
