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Racconti

L’Uomo-Pesce

By Pierluigi Cuccitto
9 Gennaio 2018 8 Min Read
0

A volte basta una notte, per cambiare tutto, anche se diciamo sempre che i cambiamenti sono lenti e terribilmente noiosi. Frasi da compendio filosofico vendibile nelle fiere di paese.

No, le cose cambiano sempre in fretta; e quella notte, che avanzava inesorabile mentre io aspettavo notizie dal buio e da quel cellulare da cui dipendeva tutta la mia sanità mentale di quella lunga notte.
Quando risposi, sentii solo un confuso gracchiare dentro il mio telefono, poi più niente.
Non c’era campo, evidentemente. Cominciai a preoccuparmi.
Quel giorno avevamo litigato un’altra volta, e tutti e due mi avevano fatto ammattire. Ora, però, ero tremendamente in ansia.
Avevamo tanti problemi, ma accidenti, erano mio figlio e mio marito! Sperduti nel buio della notte, in QUEL bosco. Sì, perché, vedete, il Bosco Avvolgente non aveva una bella fama, anzi direi che non l’aveva mai avuta.
Strane storie circolavano su di esso, e molta gente se n’era tenuta alla larga. Risento ancora la voce di mio nonno, esperto boscaiolo, che con l’indice ossuto sollevato verso di me, mi ammonisce e mi mette in guardia. Non dovevo assolutamente andarci.
Ma quelli erano altri tempi; oggi siamo nel 2016, e chi crede più alle leggende, nell’era dei trucchi e degli effetti speciali mostrati nei contenuti speciali dei Blue-Ray dei blockbuster di Hollywood?
Nessuno, e quindi la nostra casa si trovava vicino al Bosco, e non mi era mai tornata alla mente quella vecchia storia.
Tranne quella notte.
Mentre aspettavo fiduciosa che tornassero, ripensai alle strane storie che raccontava mio nonno: il vecchio e squamoso Uomo-Pesce che se ne stava lì, sul fondo del lago, a osservare i pescatori e che, per chissà quale sua antico e ostinato capriccio, giudicasse con i suoi pallidi occhi bianchi la qualità di ogni singolo pescatore.
Chi non superava la prova, veniva seguito ovunque, e tormentato fino alla fine dei tempi, con orride visioni di mostri e incubi.
Nessuno dei miei due tesori è un gran pescatore, mi dissi. Devono proprio stare attenti all’Uomo-Pesce!
Sorrisi tra me e me, dicendomi che quel corso assurdo di pensieri era l’unico modo per smorzare la tensione di quella notte: i pericoli veri erano molto diversi e molto più reali: una buca dove inciampare e perdere conoscenza, qualche maniaco, contrabbandieri clandestini che non volevano rogne… la mia mente cominciava a vorticare furiosamente. Rischiavo di impazzire, in quella tremenda attesa, e dovevo fare qualcosa per pensare ad altro.
Una boccata d’aria mi schiarirà il cervello, mi dissi.
Percorsi il corridoio d’ingresso, e aprii la porta.
Un vento glaciale mi accolse, e mi strinsi le braccia attorno al corpo.
In quella zona era sempre stato freddo, ma mai così. La cosa mi stupii alquanto, ma non avevo nessuna intenzione di rientrare in casa, dove sarei stata di nuovo avvolta da quei pensieri martellanti.
Poi udii dei passi davanti a me, provenienti direttamente dal bosco, le cui propaggini terminavano praticamente proprio davanti alla nostra casa.
Diressi il mio sguardo verso quella direzione, e vidi una forma avanzare lentamente. Accesi il lume che stava sopra il portone d’ingresso della nostra casa, e feci luce a chi stava arrivando.
Speravo fossero mio marito e mio figlio, ma erano i passi di una sola persona.
Erano passi strani, tra l’altro: sembravano confusi e strascicati, come se non avessero del tutto il controllo dei propri movimenti.
Poi arrivò finalmente sotto la luce, e lo vidi.
Un tremendo gelo mi pervase completamente, misto ad una attonita meraviglia.
La sua pelle era grigia e azzurina, il suo corpo ricoperto di squame e i suoi occhi bianchi e ciechi. Il suo corpo gocciolava, ed egli camminava in modo goffo e sofferente.
Non volevo credere ai miei occhi: l’Uomo-Pesce era davanti a me, e tutte le leggende erano vere!
Passato l’attimo di eccitazione per la fantasia che diventava realtà, cominciai a tremare.
Ormai ero preda di una febbre delirante, e cominciai a elaborare pensieri che non avevano più nulla di sensato e razionale: dov’erano i miei due uomini? Lui li aveva sicuramente presi, tanto loro non sapevano pescare, e poi li aveva portati nel fondo del mare, e io non li avrei più rivisti, e…
“Donna- coi peli”, disse lui, la voce profonda come l’Oceano. Non sollevò mai lo sguardo: forse odiava il suo stesso volto, oppure non voleva spaventarmi.
Io lo guardai, cercando di non fare caso al modo in cui mi aveva chiamato: ormai la realtà era stata invasa senza scampo da ben altri aspetti, e parlare con lui mi sembrava perfettamente normale.
“Dimmi”, risposi, non senza sforzo.
“Voi siete ciechi- disse- e giocate con l’acqua.. voi direste con il fuoco. Ci sono cose, tra il bosco e il lago, che sarebbe meglio non destare, ma voi siete i più rumorosi degli esseri viventi, e non fate mai attenzione a dove mettete i piedi. Oh, lo so- scosse il testone- qui tutti pensano che io giudichi coloro che non sanno pescare, e poi li rapisca per chissà quale motivo. Ho ben altro da fare. Scruto, osservo e vigilo per mantenere l’equilibrio, in modo che chi è del bosco rimanga nel bosco, e chi è del lago viva in esso. Vivo e lavoro così da millenni, e se qualcuno di voi Esseri Pelosi cade nel fiume non è colpa mia. Ma oggi è accaduto qualcosa. Coloro che con te abitano questa casa hanno azionato un aggeggio infernale- voi lo chiamate telefono, mi pare- in un punto dove sarebbe meglio non fare nulla, e le presenze della Piccola Radura Spoglia nel mezzo del Bosco si sono destate giorni prima del loro tempo di Libertà, e hanno cominciato a scorrazzare dappertutto, e sono giunte fino al Lago. Non potevo starmene a guardare, e allora ho eliminato chi potevo eliminare, e isolato il luogo da dove proviene tutto il caos”.
Io caddi in ginocchio. “Li hai bloccati lì! Non ne avevi il diritto. Nessuno di noi sa nulla delle tue leggi!”, dissi, disperata e furiosa.
“La natura ha le sue leggi, e tutti ne fanno parte, anche voi; benchè ve lo dimentichiate spesso- rispose- Ma ho detto forse che tutto è perduto, per te e per i tuoi? No! Ma da oggi ai prossimi vent’anni dovrai fare come ti dico”.
Mi alzai in piedi, e lo fissai. “Cosa vorresti dire?”, chiesi.
“Vieni con me”, disse l’Uomo-Pesce, e si incamminò verso il Bosco.
Io lo seguii, tra sgomento, speranza e disperazione.

Lo seguii all’interno del bosco, cercando di tenere il suo passo; nonostante non fosse abituato a camminare, si muoveva molto velocemente, e sembrava vedere meglio di me al buio, il che sembrava impossibile, dato che era cieco.
Quella notte, però, tutto ciò che era ragionevole non aveva spazio, e io smisi di pensare e mi concentrai sul cammino. Non alzai la testa per parecchi minuti: mi sentivo avvolta da una nebbia impenetrabile, e camminai senza sentire né vedere nulla.
A un certo punto, mi accorsi che i suoi passi si erano fermati, e alzai la testa.
Il respiro mi si mozzò in gola. Li vidi, finalmente, davanti a me.. mio marito ancora fermo nell’atto di telefonarmi, e mio figlio accanto a lui, con le mani sui fianchi, mentre osservava gli alberi dietro e davanti a sé.
Sopra di loro, un alone argentato, che spandeva attorno a sé centinaia di limpidissimi cristalli.
Due strani esseri erano in piedi davanti a loro, e li guardavano, immobili come statue e con gli occhi chiusi.
Uno era altissimo, avvolto da un mantello verde, con lunghi capelli castani che gli scendevano sulle spalle; l’altro era vestito solo di una lurida camicia marrone, ed era veramente minuscolo, con un viso comicamente paffuto.
Non avevo mai visto niente del genere, ed ero lì lì per svenire. Sembrava tutto un terribile incubo.
L’Uomo-Pesce parlò. “I Guardiani del Bosco- spiegò- vivono un po’ ovunque, e una volta mantenevano l’equilibrio tra il bosco e il resto dell’ambiente. Ora hanno visto che non serve più a molto, dato che voi Pelosi siete ormai senza freni, e si limitano a fare scherzi e tendere agguati. Per questo la gente sparisce”.
“Devi riportarmeli indietro”, dissi al colmo dell’esasperazione. Non mi interessavano le sue spiegazioni: volevo solo che liberasse mio marito e mio figlio. Allora ce ne saremmo andati per sempre da quel posto.
“Non spetta a me- rispose senza guardarmi- ma a te”.
Io sussultai. “Io? E cosa potrei mai fare?”.
“Rimediare ai loro errori- spiegò lui- Come ti ho detto, usando quell’aggeggio inferrnale per.. per telefonarti (si dice così, giusto?) hanno smosso l’equilibrio di questa zona. Qui i cristalli limpidissimi che vedi cadono lentamente ogni giorno alle undici di sera, impedendo al terreno di morire e far sprofondare tutto nelle viscere della terra. Coloro che ami li hanno smossi prima, e ora tutto il meccanismo regolato rischia di saltare. Basta che un ciclo salti, e l’equilibrio si spezza. Allora la magia dei Guardiani ha impedito che i Cristalli cadessero del tutto. Solo che tuo marito e tuo figlio si trovavano nel punto esatto dell’incantesimo, e ora non possono più muoversi”.
“E io cosa posso fare?”, gridai. Era tutto così assurdo, ma ormai avevo abbracciato in pieno quell’assurdità.
“E’ presto detto- rispose l’Uomo-Pesce- Chi rompe l’equilibrio deve raccogliere i cristalli e seminarli per lungo tempo, per rimediare a ciò che fatto. E siccome loro non possono, dovrai farlo tu. La terra ha bisogno di tempo per crescere e rinforzarsi, e ci vorranno almeno vent’anni. Ogni giorno, alle undici di sera, dovrai venire qui con un secchio azzurro e raccogliere i cristalli che lentamente cadranno dagli alberi presenti in questo punto. Basterà che tu gli appoggi per terra, e loro faranno ciò che devono. Allo scoccare del ventesimo anno, tuo marito e tuo figlio si desteranno. Sei disposta a fare questo?”.
Cadde un profondo silenzio, e un pesante macigno piombò sul mio cuore. Per loro avrei fatto qualunque cosa, nonostante tutto, ma il prezzo era altissimo: perdere per vent’anni la vita che avrei avuto con loro, sparire dal resto del mondo senza lasciare traccia, per accudire a un compito tremendo, nell’attesa che i due amati si risvegliassero. Era come morire, e da giovane donna dalla pelle fresca mi sarei ritrovata a essere una donna con la pelle sfiorita e la schiena curva per il troppo dolore.
Guardai l’Uomo Pesce, e annuii: nonostante fosse una situazione insopportabile, non esitai un solo secondo.
Egli mi guardò, e non disse nulla. Si voltò per tornarsene verso il lago, e io non lo vidi mai più.

Ed eccomi qui, ancora dopo vent’anni con il mio inseparabile secchio azzurro, che aspetto che i cristalli scendano anche questa notte.
Mi tocco il viso, e sento le rughe ormai dominanti.
Sorrido, e scuoto la testa: forse ci siamo. Ho passato vent’anni a contare i giorni, i mesi e le ore, a vivere da sola in quella casa maledetta, abbandonando tutto e tutto, rifornendomi del cibo e dei vestiti via Internet, mentre periodicamente la televisione lanciava annunci delle ricerche che ripartivano per trovare la famiglia dispersa, ovviamente senza risultato.
Non mi chiedo mai cosa faremo quando si sveglieranno, penso solo a ciò che devo fare.
Non guardo mai i cristalli depositarsi sul terreno, non me ne importa un accidente.
Voglio solo che finiscano questi venti anni, e poi si vedrà.
La mia vita se n’è andata in gran parte in questo modo assurdo, ma perlomeno mi ha fatto comprendere come la realtà sia molto più grandi dei nostri tentativi di razionalizzarla.
Forse un giorno tutti lo capiranno, e…
Sussulto. Sento un movimento alle mie spalle.
Mi giro, e due occhi grigi mi fissano, felici e terrorizzati allo stesso tempo.
“Mamma?”, sento, e il cuore mi si allarga.
Sorrido. La vita, ora, può davvero avere inizio.

Letto: 7
Pierluigi Cuccitto

Di Pesaro. Ho trentaquattro anni, vivo e scrivo da precario in un mondo totalmente precario, alla ricerca di una casa dell’anima – che credo di aver trovato – e scrivo soprattutto di fantasy e avventura. Ho sempre l’animo da Don Chisciotte e lo conserverò sempre!

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