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Approfondimenti

Franco Costabile: l’eredità delle proprie radici- seconda parte

By Pierluigi Cuccitto
21 Settembre 2018 7 Min Read
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Ad appena vent’anni, nel 1944, collabora a L’Italia libera, organo di stampa del Partito d’Azione, e già con questa sua prima esperienza si può vedere quanto il tema della terra perduta e martoriata fosse centrale per la sua vita e la sua attività, dato che scrisse un articolo su Calabria, terra dimenticata; successivamente, animato dalla volontà di cercare di fare qualcosa per il suo paese e la sua gente, collaborò a dar vita a un altro giornale, La Via, anch’esso vicino politicamente al Partito d’Azione.

Dentro di lui nasce però in questi anni la consapevolezza che per vivere non può rimanere in Calabria, e parte così per Roma, lasciando la Calabria e l’Università di Messina: la lacerazione tra terra amata e vita degna di essere vissuta in altri luoghi comincia già da qui. Infatti egli sarà presto “consumato dal ricordo di una terra densa di desideri compressi e teatro di un’infanzia tumultuosa e perduta ”, e come dirà egli stesso, nella grande città si sentirà solo, “dove vi arrivai una domenica d’estate”, e dove “ da allora anche oggi umiliato rasento le vetrine”.

Nell’Introduzione all’edizione Jaca Book del 1985, Francesco Adornato osserva: “ Ha certamente ragione Luigi M. Lombardi Satriani nell’aver sottolineato, a caldo, a proposito di Costabile( e di Calogero) il fondo di dolore e la mancata accettazione della vita, insomma una nevrosi calabrese che altro non è se non un “dolore antico, avvertito da sempre..che si fugge ma dal quale non si ha più scampo” .
Per completare il quadro, ecco la testimonianza di Raffaello Brignetti, amico stretto del poeta: “era dialettico, indefinibile e imprendibile. I suoi malumori ci sfuggivano nel fondo” .
Nel 1950 pubblica a proprie spese il suo primo libro di poesie, Via degli Ulivi, nei Quaderni di Ausonia, Siena: è un testo di cinquanta pagine, suddiviso in quattro sezioni, di cui la prima dà il titolo all’intero volume.
Dai critici è stata considerata sempre un canzoniere amoroso, anche se affiorano altre tematiche, come la lontananza dalla propria terra e un agognato ritorno “in altre forme” che non siano purtroppo quelle terrene.
Secondo il critico Umberto Bosco , “la voce poeticamente più pura di Costabile sia godibile nella prima raccolta dei suoi versi, Via degli ulivi, scritti quando Costabile era più che mai nell’ambito spirituale di Ungaretti, del primo Ungaretti”.
Altri emettono giudizi meno positivi, con qualche appunto critico: Valerio Volpini, recensendo la raccolta in La fiera letteraria, osserva: “dobbiamo avvertire di un pericolo che a nostro avviso corre il poeta, quello di lasciarsi prendere dalla compiutezza e dalla completezza di una ispirazione qualsiasi e dalla grazia quasi sensuale e barocca di certe cose mentre in altre, dove il parlare si fa veloce, la consistenza finale è davvero maggiore e maggiore è l’equilibrio dei motivi dell’ispirazione stessa” .

In questo primo corpus emerge comunque con forza la passione sentimentale e civile di Costabile, condita però dalla profonda convinzione di una impossibilità a cambiare le sorti della sua terra e della gente, e il mettere per iscritto questi suoi sentimenti non lo aiuta a lenire il dolore per questa sorte triste, ma anzi rafforza la sua convinzione riguardo all’ingiustizia del mondo, che costringe il calabrese ad andarsene dalla sua terra perché non può offrirgli nulla, se non il ricordi di momenti felici e pieni d’amore, di odori, suoni, paesaggi, e a tornarci in altre forme, altre vie e per altri sentieri, come si può evincere dalla poesia Per altri sentieri:
“Per altri sentieri
torneremo alla piana
celeste di ulivi.
Saremo
dove si leva
l’infanzia dei profumi;
dove l’ acqua
non si fa nera
ma vacilla di luna;
dove i passi
avranno memorie di solchi
e le dita di melograni;
dove ti piace dormire
e ti piace amare.
Sono questi gli orti,
i confini per ricordarci.”

La continua ripetizione di dove trasmette sensazioni di forte rimpianto, unite alla consapevolezza di non poter realizzare i propri sogni e desideri di riunirsi alla propria terra e alle proprie radici in modo stabile: esso potrà avvenire in altre forme, forse dopo la morte: ““Per altri sentieri
torneremo alla piana celeste di ulivi”. L’unica cosa che rimane, l’unica arma che si ha a disposizione, è il ricordo di quegli orti e di quei confini. Anche perché l’impatto con la grande città è stato davvero traumatico e straniante: in Tu non puoi, infatti, egli dice:
“Tu non puoi
Intendere le notti
Del marciapiede,
la mia vita alla luce
delle insegne luminose:
erro, con passo
da soldato sconfitto”.

Questo brevissimo componimento, così scarno e duro, appare come una straziante implorazione a un “tu” che può essere chiunque o nessuno; forse egli implora lo spirito della sua terra di venirgli in aiuto, cercando di raccontargli cosa stia passando: ma non gli viene conforto nel pensare alla sua terra. Il ricordo porta con solo dolore e dolce amarezza.

Ancor più rassegnato e dolente è il ricordo di un amore fresco e dolce, associato a odori ben precisi, che riportano alla luce momenti nitidi e indimenticabili, ma caratterizzati ora nel ricordo a una precisa sentenza: Non torneremo, nella poesia E la fragranza:

E la fragranza
raccolta nei capelli
alla corsa dei pini;
e lo stagno paziente
al gioco dei tuoi sassi;
e le altre cose
scomparse:
anche la primavera
stanca di rose
si è spenta.

Non torneremo
su questo altipiano beato
quando s’inaugura
la fiera delle stelle.
L’ alba si leva
in frusciar di colombe:
e tu sei partita.

Che pena ascoltare
il fischio del trenino
alla pianura.
Lo stile breve e martellante aumenta la sensazione di perdita irreparabile per qualcosa che rimarrà indelebile nella memoria, ma ormai impossibile da raggiungere. Già da ora, si può notare nello stile di Costabile la vicinanza a quello di Giuseppe Ungaretti, al quale fu legato da amicizia e stima: la ripetizione della congiunzione e, che elenca tutte le cose belle da ricordare di quest’amore (la fragranza nei capelli, lo stagno) termina con una parola definitiva e terribile: scomparse, seguita dalla certezza che non si tornerà indietro, anche perché colei che si ama è partita, ed è una “pena ascoltare il fischio del trenino alla paura”.
Il poeta non crede al ritorno, la speranza in lui non è nemmeno nata: la scrittura non può aiutarlo a lenire nemmeno il dolore. La strada verso la sfiducia, la rabbia e il senso di ingiustizia del mondo è ormai tracciata.
Dello stesso tenore e dello tema è la poesia Pure i cieli azzurri, dove si ricorda un amore fra due sposi che ormai si è spento: la rassegnazione, il senso di perdita totale e il ricordo che aumenta solamente il dolore e il rimpianto sono evidenti:
“Pure i cieli azzurri
tramontano,
e dentro il mio cuore,
se ritorno ai sentieri
dove più non sei.
Fummo insieme
fra i ciliegi
e le tortore di aprile
a guardare le onde
dei colli lontani
ove dolce finiva
la patria del sole.
Tu volevi una casa,
bambini e fiori:
ed anche i fiori
morirono, lenti nel sogno.
Il mondo
è in quella terra
di silenzi addolorati,
ed io vivo
col sale del tuo pianto”.

Tutto è perduto, persino il desiderio di una casa, dei fiori e dei figli, e ormai ogni cosa è solo un sogno perduto: l’unica cosa che rimane è un ricordo, dove il poeta vive col sale del tuo pianto.
Per Costabile il mondo, come abbiamo detto è dominato dalla legge dell’ingiustizia e qui vi è una prima “stesura” di questa profonda consapevolezza: il mondo è in quella terra di silenzi addolorati. Per il poeta lametino la terra, la propria terra può solo ospitare dolore e ricordo malinconico e silenzioso. L’essere umano è impotente, e deve accettare di vivere “col sale del tuo pianto”.
Nel canzoniere, un posto particolare, a mio parere, spetta ad Avanzi di ossa, dove possiamo leggere la descrizione di un paesaggio abbandonato, desolato e scheletrico, ma anche una sorta di premonizione su se stesso e il proprio destino. Tutta la poesia sembra avvolta da un alone funebre, quasi a predire il destino tragico del poeta, ancora di là da venire (si toglierà la vita nel 1965) :
Avanzi di ossa
corrose dal sale
di altri paralleli
stanotte
il mare risciacqua
sulla battima illune.
Lievita intorno
un sonno di annegati
e il vento
come un dio ferito
ai neri faraglioni
si rifugia.

Si perdono qui le mie notti.
E se a volte
quest’acqua mi chiama
non ho che remi d’ossa per andare.

Qui il poeta sembra rappresentare la terra d’origine come un deserto, dove si possono scorgere solo ossa corrose dal sole, un luogo dove il mare è testimone del sonno di annegati, e dove persino un dio del mare ha una sorte infelice, essendo ferito, e dove tutta la sua potenza si è dispersa, tanto che può solo rifugiarsi ai neri faraglioni.
Pare non esserci speranza per niente e per nessuno, quindi; lo stesso poeta, tornandoci nel ricordo, sa che le sue notti si perdono, e l’unico modo che ha e che avrà per tornare in questa terra desolata e senza speranza, è avere con sé dei remi d’ossa, il che pare significare che l’unico modo che ha per tornarci è da morto, “per altre vie”, come già ha espresso in Per altri sentieri.
Nessuna altra via può essere percorribile, quindi, e la poesia è solo un mezzo per rendere questa sua consapevolezza ancora più graffiante e amara.

Letto: 68
Pierluigi Cuccitto

Di Pesaro. Ho trentaquattro anni, vivo e scrivo da precario in un mondo totalmente precario, alla ricerca di una casa dell’anima – che credo di aver trovato – e scrivo soprattutto di fantasy e avventura. Ho sempre l’animo da Don Chisciotte e lo conserverò sempre!

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