Post Nebbia – Canale Paesaggi: il rumore delle vite connesse
Dalla scena underground a Canale Paesaggi: come i Post Nebbia mi hanno conquistato
Ormai è Giugno e siamo ufficialmente a metà del 2025. In questi sei mesi ho ascoltato una quantità notevole di dischi tra uscite nuove, recuperi e scoperte “tardive”, con una certa convinzione posso dire che, per quanto riguarda la scena italiana, una delle etichette più interessanti e coerenti finora è stata Dischi Sotterranei. Ne avevo già accennato parlando dei Laguna Bollente e del loro ultimo lavoro, ma sempre sotto l’ala di Dischi Sotterranei troviamo i Post Nebbia e il loro secondo album, Canale Paesaggi.
Debuttando nel 2018, i ragazzi veneti si fanno subito notare nella scena underground (dove io sguazzo molto felicemente). Nonostante anche gli altri lavori siano notevoli, Canale Paesaggi è il disco che me li ha fatti amare alla follia. E attenzione: per quanto possa sembrare, non è un concept album, ma ha un’identità così compatta che lo si ascolta come se lo fosse. Il viaggio che propone ha tutto il fascino di una narrazione vera e propria.
Ascoltare Canale Paesaggi
Lato A
Avete presente quelle serate in cui siete a casa da soli, senza un vero motivo per accendere la TV… ma lo fate lo stesso? Un canale a caso, un po’ per riempire il silenzio, un po’ per abitudine. Con Canale Paesaggi, la realtà si frantuma già all’inizio, in un’intro brevissima fatta di suoni e campionamenti. Sembra che qualcosa stia per cominciare, ma in realtà è già iniziato da un pezzo. Senza di noi.
Poi, nel mezzo dello zapping distratto, eccole: Televendite di Quadri. Quelle trasmissioni assurde e rassicuranti proprio perché assurde. Le notti insonni, i rientri un po’ sbronzi: ti ci fermi senza pensarci, galleggi dentro quella voce monotona e ripetitiva. Resta tutto lì, sospeso. Come noi, in bilico tra il sonno e la veglia.
A quel punto, istintivamente, prendiamo in mano il telefono. Parte lo scrolling compulsivo. La Mia Bolla ci parla esattamente di questo: del chiudersi nella propria echo chamber, del vedere solo quello che vogliamo vedere. Diventiamo spettatori ciechi, selettivi, intrappolati in un circuito che ci isola e ci illude. Una voce sintetica, come un’interferenza, chiude il pezzo: click, si cambia canale.
Intanto è diventata notte fonda. La TV, ormai lasciata lì in sottofondo, diventa quasi rumore bianco. Poi parte Vietnam. E arrivano quei flashback improvvisi, immagini confuse, disturbate, che si infilano senza bussare. Ricordi che non seguono un ordine, che saltano fuori quando meno te lo aspetti. Come fantasmi in uno zapping emotivo che non smette mai.
Allora proviamo a cambiare ritmo. Apriamo Netflix. Streaming è solo un intermezzo breve, ma dice tanto: quante volte perdiamo più tempo a scegliere che a guardare davvero? È la paralisi dell’abbondanza. L’illusione di avere il controllo. Il contenuto, alla fine, diventa solo un sottofondo.
Lato B
E così, senza aver deciso nulla, torniamo sullo smartphone. Persone di Vetro è uno specchio. Siamo connessi, sì, ma completamente assenti. Stimolo dopo stimolo, la soglia dell’attenzione si abbassa. La dopamina prende il comando. Ogni contenuto è studiato per farci restare, non per farci sentire. Scivoliamo nei feed, perdiamo il senso del tempo, e intanto la profondità sparisce.
Scivolando sul divano, premiamo per sbaglio qualche tasto del telecomando. Interlace. Altro stacco. Finisce su un canale disturbato, le immagini si spezzano, si ricompongono. Il segnale va e viene. Come la nostra attenzione. Come la nostra identità digitale.
Nel frattempo ci stiamo bruciando le retine con Luminosità Alta. Il sonno è lontano. Il televisore è acceso, ma nemmeno lo guardiamo più. Gli occhi puntati sul telefono, mentre la luce blu ci perfora le pupille. Scrolliamo in una veglia passiva. La dipendenza non fa rumore, non urla: è silenziosa, viscerale, quotidiana.
Saturi, lasciamo il telefono e torniamo a un canale a caso. Ci sono le Olimpiadi. Nuoto Sincronizzato. Ma nel frattempo pensiamo ad altro. Ai rapporti umani, sempre più faticosi. Alla routine che stringe. Ogni movimento sembra studiato, ogni dialogo un copione. Poi, qualcosa sullo schermo richiama la nostra attenzione: un commentatore sconcertato, una richiesta d’aiuto. Le forze dell’ordine entrano in campo. Che sta succedendo?
Post Nebbia e l’identità di Canale Paesaggi
Anche quando sembra sul punto di esplodere, Canale Paesaggi non lo fa mai del tutto. Resta in tensione, in bilico, come un canale disturbato che non si sintonizza mai perfettamente.
Il sound è stratificato tra campionamenti, bassi pulsanti, synth e percussioni che saturano l’ascolto senza mai perdere dettaglio. Ma non è solo una questione di quantità o densità: qui tutto suona come se stesse per collassare e invece resta sospeso.I suoni si accavallano, si rincorrono, si fondono. Non c’è mai silenzio, ma nemmeno rumore puro. È un paesaggio sonoro carico, quasi opprimente, che però ti lascia sempre uno spiraglio, una frequenza libera per respirare.È come guardare la realtà da dietro uno schermo sporco: vedi tutto, ma filtrato. Eppure, non ti stacchi.
I Post Nebbia trovano qui un equilibrio quasi perfetto tra songwriting e composizione, in una sequenza di tracce scorrevole, coerente, che culmina in un finale inaspettato, lasciandoci sospesi, con un punto interrogativo.
Conclusioni su Post Nebbia – Canale Paesaggi
Canale Paesaggi, per me, è uno di quei dischi che più lo ascolti, più ti lascia qualcosa. Arriva piano, ma scava in profondità a ogni ascolto, restituendoti sempre qualcosa di nuovo. Una descrizione lucida, senza moralismi, della realtà che stiamo vivendo oggi.
Se anche voi vi siete ritrovati in queste immagini, fate un salto sul loro Bandcamp e su Spotify e sostenete il progetto: se lo merita tutto.
Se invece cercate nuovi ascolti, avete tanto da recuperare qui!
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
